Amore e storia

Recensione di “La figlia del capitano” di Aleksandr Sergeevic Puskin

Aleksandr Puskin, La figlia del capitano, Bur

Si può considerare una sorta di testamento spirituale il lungo racconto La figlia del capitano di Aleksandr Sergeevic Puskin, pubblicato nell’inverno del 1836, pochi mesi prima che il grande scrittore, poeta e drammaturgo russo morisse a causa di una grave ferita subita in un duello d’onore (aveva sfidato Georges D’Anthès, presunto amante della moglie). La vicenda, che ha i contorni precisi di una cronaca storica e il tumultuoso andamento di una storia d’amore e d’avventura, narra del giovane Pëtr Andréevic Grinëv, figlio di un severo ufficiale ormai a riposo, che viene inviato dal padre in una fortezza distante una quarantina di chilometri dalla città di Orenburg: nelle intenzioni del genitore, il servizio militare, prestato lontano dagli svaghi e dalle raffinatezze di San Pietroburgo, sarà di fondamentale importanza nel percorso formativo del ragazzo. Continua a leggere Amore e storia

Il tempo della storia

Recensione di “Una vita cinese – Il tempo del Partito” e “Una vita cinese – Il tempo del denaro” di Li-Kunwu e Philippe Ôtié

Li Kunwu, Philippe Ôtié, Una vita cinese – Il tempo del Partito, Add Editore

Avevamo lasciato il nostro autore-protagonista Li-Kunwu (la recensione la trovate qui) in preda a grande sgomento, lo stesso che aveva colto l’intero popolo cinese: il presidente Mao era morto. Il Grande Timoniere non era più al suo posto. Un miliardo di sudditi non sapeva più come affrontare il futuro. I decenni successivi a quel fatidico 1976 sono ripercorsi da Li nei due volumi seguenti della sua ampia e dettagliata autobiografia a fumetti (N.B.: ciò che segue contiene vari dettagli che tecnicamente potrebbero essere considerati spoiler. Ma ci perdonerete, visto che in realtà stiamo parlando della pura Storia – con la maiuscola – della Cina). Riviviamo quindi con Kunwu gli anni del potere del Partito comunista: non è più una persona a guidare la Cina, ma questa entità suprema, quasi ancestrale dal punto di vista del popolo. Anzi, la massima aspirazione per ogni “compagno” è proprio quella di entrare nella fittissima rete organizzativa dell’apparato. Il nostro Li non è da meno: spinto anche da suo padre – che vede proprio il Partito come unico vero punto di riferimento – farà di tutto per entrarvi, accettando anche incarichi massacranti ed alienanti durante la sua carriera militare, superando anche le delusioni amorose, la lontananza dalla famiglia e la morte dello stesso suo padre. La nuova svolta arriva negli anni Ottanta, con la salita al potere di Deng Xiaoping, che per primo indica l’apertura al mondo come via di sviluppo e di progresso per l’ex Celeste Impero. È ormai tempo che la Cina, dopo una prima fase di circa dieci anni da impiegare «per sfamare e vestire il popolo», attraversi una fase lunga fino alla chiusura del Novecento per far «emergere una piccola borghesia». In seguito, «la terza tappa avrà luogo all’inizio del XXI secolo, quando la società cinese raggiungerà modernità e sviluppo». Lo scopo finale: «Costruire una società socialista che abbia caratteristiche cinesi». Continua a leggere Il tempo della storia

Un socratico azzardo cubano

Recensione di “Paradiso” di José Lezama Lima

José Lezama Lima, Paradiso, Einaudi

«Sentivo mia nonna e mia madre parlare incessantemente del ricordo familiare. Parlavano, insieme agli altri familiari, degli anni di esilio a Jacksonville, rievocavano le lotterie per raccogliere fondi per l’indipendenza, le visite di Martí che era l’amico di mio nonno […]. I miei anni all’università di La Habana, nei giorni in cui si rappresentava un’epica giovanile contro il tirannucolo Machado, il paese afflitto a morte, il terrore, gli scomparsi, la miseria titanica. Gli amici, le conversazioni di giorno e di notte, gli odi, le immagini. Platone, i bestiari, l’angelologia tomista, la resurrezione. Cioè, la famiglia, gli amici, i miti. Mia madre, le tentazioni e l’infinitezza della conoscenza. Il molto vicino, il caos e l’Eros della lontananza». Così José Lezama Lima riassume Paradiso, il suo lavoro letterario più noto che in realtà è opera talmente complessa e labirintica da non essere riassumibile, è oggetto multiforme che sfugge a ogni possibile identificazione e che, nel suo essere essenzialmente linguaggio, di continuo oltrepassa la lingua così come siamo abituati a conoscerla e utilizzarla per plasmarla in qualcosa di nuovo, frantumando le definizioni in perifrasi, costruendo, come forzato argine alla comune sintassi, dighe di neologismi e di invenzioni figlie di sogni e d’incubi, e di sfrenata immaginazione ed enciclopedica cultura, privando l’atto stesso di esprimersi del suo fondamento per permettere a tutte le parti del discorso, dalla congiunzione al verbo, di guardare a se stesse sotto una luce completamente nuova, che in luogo della comprensione immediata, della scelta “classica” della forma romanzo, opta per un rinascere rivoluzionario e assoluto, per un atto di creazione che autenticamente prenda corpo dal nulla. Continua a leggere Un socratico azzardo cubano

Senza storia né Dio

Recensione di “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi

Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi
Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi

Aspra come i luoghi che racconta; riarsa, inospitale e matrigna. E aperta agli uomini, alle genti anonime che quella terra ostinatamente abitano, strappando giorno dopo giorno vita alle sue viscere nude, tempestando di scongiuri e stregonerie i corpi martoriati dalla febbre, consumati dalla malaria, erosi dalla fatica, stremati dal dolore, obbedendo istintivi all’imperativo della generazione, della carne, genuflettendosi, colmi di rispetto e amore, di fronte al mistero interamente umano della nascita. Così è la prosa dello straordinario, indimenticabile romanzo di Carlo Levi Cristo si è fermato a Eboli, cronaca del periodo di confino trascorso in Lucania dall’autore, punito dal regime mussoliniano (siamo nel biennio 1935-1936) per la sua attività antifascista; un procedere cauto e nello stesso tempo curioso alla scoperta di un mondo nuovo e sconvolgente che non può essere narrato se non attraverso parole, concetti, idee e immagini che, spogliate di ogni significato acquisito, di ogni senso compiuto e condiviso, risorgano riforgiate e innocenti a disegnare un’umanità altrettanto innocente e ferina, naturale in quella misura immortale e finanche stolida che è delle macchie d’erba, e dello scorrere infinito dei fiumi, e del sole che impietoso arroventa sassi e case, e del vento che infuria capriccioso tra burroni e strapiombi. Un’umanità precristiana, o per dir meglio anticristiana, non raggiunta, non toccata da Cristo; un’umanità derelitta perché ignorata, condannata perché taciuta, che Levi, al principio del romanzo, minuziosamente descrive, strappando alla sua scrittura accenti di una pietà così estenuata e sincera da trovare pochi uguali nella storia della letteratura, non solo italiana: “- Noi non siamo cristiani, – essi dicono, – Cristo si è fermato a Eboli -. Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo: e la frase proverbiale che ho sentito tante volte ripetere, nelle loro bocche non è forse nulla più che l’espressione di uno sconsolato complesso di inferiorità. Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancora meno che le bestie, i fruschi, i frusculicchi, che vivono la loro libera vita diabolica o angelica, perché noi dobbiamo invece subire il mondo dei cristiani, che sono al di là dell’orizzonte, e sopportarne il peso e il confronto. Ma la frase ha un senso molto più profondo, che, come sempre, nei modi simbolici, è quello letterale. Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia”.

Chiuso e moribondo, disperatamente aggrappato a un’illusione di sopravvivenza (“Le stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano o divino si è rivolto a questa povertà refrattaria […] in questa terra oscura, dove il male non è morale ma è un dolore terrestre, che sta sempre nelle cose, Cristo non è disceso”), vinto sempre e comunque, questo universo splendido e macilento appare agli occhi stranieri di Levi, medico, scrittore, pittore, oppositore politico, uomo tra esistenze d’ombra, allo stesso tempo come un tesoro e un insopportabile scandalo. Nell’impietoso confronto tra i notabili del paese (il podestà, i due incapaci medici condotti) e la dignità goffa (ma robusta e genuina) del popolo minuto, di chi, incurante del peso dei giorni e degli anni, offre se stesso alla terra avara, sacrifica ogni cosa a quel dio così reale, incombente e ostile, l’autore vede tanto la miseria transitoria (e in fondo superficiale) del presente, quanto l’atrocità di una condizione radicata oltre il tempo, le cui ragioni, analizzabili soltanto in parte, stanno nella storia e al di là di essa, in tradizioni che affondano nel mito, in promesse di fedeltà ad affratellamenti e odi viscerali vecchi di centinaia d’anni, in una sensualità del vivere che non lascia spazio alla riflessione, all’oggettivazione, ma che tutto consuma in un’immediatezza che non tollera mediazione, che solo può esaurirsi nella materia, nella concretezza dominata dalla percezione, oppure esplodere nelle forme notturne e magiche che tutto ciò che è natura cela nel suo grembo: “I monachicchi sono esseri piccolissimi, allegri, aerei: corrono veloci qua e là, e il loro maggior piacere è di fare ai cristiani ogni sorta di dispetti. Fanno il solletico sotto i piedi agli uomini addormentati, tirano via le lenzuola dai letti, buttano sabbia negli occhi, rovesciano bicchieri pieni di vino, si nascondono nelle correnti d’aria e fanno volare le carte, e cadere i panni stesi in modo che si insudicino […]. Ma sono innocenti: i loro malanni non sono mai seri, hanno sempre l’aspetto di un gioco, e, per quanto fastidiosi, non ne nasce mai nulla di grave. Il loro carattere è una saltellante e giocosa bizzarria, e sono quasi inafferrabili. Portano in capo un cappuccio rosso, più grande di loro: e guai se lo perdono: tutta la loro allegria sparisce ed essi non cessano di piangere e di desolarsi finché non l’abbiano ritrovato. Il solo modo di difendersi dai loro scherzi è appunto di cercare di afferrarli per il cappuccio: se tu riesci a prenderglielo, il povero monachicchio scappucciato ti si butterà ai piedi, in lagrime, scongiurandoti di restituirglielo. Ora, i monachicchi, sotto i loro estri e la loro giocondità infantile, nascondono una grande sapienza: essi conoscono tutto quello che c’è sotterra, sanno il luogo nascosto dei tesori”.

Cristo si è fermato a Eboli non è soltanto un capolavoro letterario, è una testimonianza limpida e coraggiosa, un’opera onesta e importantissima, un esempio sommo di cosa significhi (di cosa dovrebbe sempre significare) scrivere e assumersene, in pieno, la responsabilità.

Eccovi, invece dell’incipit, gli estratti di due tra le moltissime riflessioni critiche dedicate al romanzo. La prima, puntuale e penetrante, di Italo Calvino; la seconda, ideologica, fuorviante e sostanzialmente superflua, di Jean-Paul Sartre, che nel leggere il testo da un’ottica squisitamente esistenzialista intellettualizza eccessivamente (finendo per sterilizzarla) una riflessione che guarda al realismo e a un nudo, essenziale, umanesimo. Buona lettura.

[…] la peculiarità di Carlo Levi sta in questo: che egli è il testimone della presenza d’un altro tempo all’interno del nostro tempo, è l’ambasciatore d’un altro mondo all’interno del nostro mondo. Possiamo definire questo mondo il mondo che vive fuori della storia di fronte al mondo che vive nella storia. Naturalmente questa è una definizione esterna, è diciamo la situazione di partenza dell’opera di Carlo Levi: il protagonista di Cristo si è fermato a Eboli, è un uomo impegnato nella storia che viene a trovarsi nel cuore d’un Sud stregonesco, magico, e vede che quelle che erano per lui le ragioni in gioco qui non valgono più, sono in gioco altre ragioni, altre opposizioni nello stesso tempo più complesse e più elementari.

L’universale singolare. Quando si incontra Carlo Levi, a Mosca, a New York, a Parigi, si è subito colpiti da una strana contraddizione: egli, dovunque si trovi, rimane il più romano dei romani […] ma nello stesso momento […] sembra ritrovarsi dappertutto come a casa propria […]. Ma ogni volta, dietro l’irriducibile singolarità del fatto raccontato, si può intravedere tutto un mondo – il nostro mondo – in quanto si esprime e si realizza nella qualità fuggitiva di una presenza subito dileguata. Darò a tutto questo il nome di senso, in contrapposizione ai significati. Il senso, ovvero l’incarnarsi del tutto in ciascuna parte, ecco ciò che conferisce ai discorsi di Carlo Levi un fascino inimitabile. Che quest’uomo così eccezionale vi racconti con la sua voce, le sue intonazioni, la sua fisionomia, il suo malizioso distacco […] un’effimera avventura da lui vista nascere e morire in un istante, è una singolarità selezionata da un’altra singolarità. E intanto Roma è là tutta intera, inafferrabile, opaca e presente: vissuta nella sua indecomponibile totalità. Discernere “natura” e “cultura”, però, non è possibile: i propositi dello scrittore non si distinguono da quelli dell’uomo. Essere se stesso, per Levi, significa ridurre l’universale al singolare. Scrivere è comunicare questo incomunicabile: l’universalità singolare. Con ciò, bisogna intendere che egli, come narratore, si è collocato nel medesimo nodo di contraddizioni che la sua vita rivela, e che Merleau-Ponty descriveva in questi termini: “I nostri corpi sono presi nel tessuto del mondo, ma il mondo è fatto della stoffa del mio corpo”.

Il passato dei fatti, la memoria degli uomini

 

Difficile affrontare un’opera a buon diritto entrata nel novero dei grandi capolavori della letteratura e di cui si parla come di una lettura irrinunciabile. Difficile approcciarla, persino se ci si limita a raccontarne banalmente la trama, tanto è universalmente nota; arduo, insomma, esserne all’altezza. D’altro canto, soprattutto con i libri accade spesso che “quel che tutti conoscono”, quel che è “impossibile non leggere”, sia stato letto davvero in ben pochi casi; così, anche occuparsi di un romanzo famosissimo qual è La storia di Elsa Morante può rivelarsi un esercizio non sterile. Scritto in tre anni, dal 1971 al 1974, e ambientato a Roma durante il secondo conflitto mondiale e nell’immediato dopoguerra, questo splendido lavoro non narra soltanto l’odissea di una famiglia (quella formata dalla vedova trentasettenne Ida Ramundo, di professione maestra elementare, da suo figlio adolescente Nino e dal piccolo Giuseppe, nato proprio nel 1941, quando il romanzo prende avvio, in seguito a una violenza sessuale subita da un giovane soldato tedesco di nome Gunther), si allarga alla descrizione delle difficili condizioni di vita della popolazione, si sofferma sui patimenti causati dalla guerra, sulla miseria diffusa, sugli orrori incancellabili e irrimediabili che ogni scontro bellico porta con sé. Pur senza mai trascurare i componenti di quella famiglia, indiscussi protagonisti del romanzo, né allontanarsi troppo dal loro punto di vista, l’autrice si misura con l’eredità del passato intesa come memoria condivisa, come patrimonio (più spesso fardello) comune: compone un affresco nel quale i destini individuali non sono che parti di un tutto, e lo fa tolstojanamente, esponendo all’impietosa luce della realtà dei fatti un tragico momento di storia, e insieme a esso la vita di coloro, uomini, donne, bambini, che ne hanno fatto parte.
Il dolente realismo della scrittura di Elsa Morante, il suo stile caratterizzato da sobrietà assoluta, da un’umanissima condivisione della sofferenza descritta, sembra farsi cronaca nel mero dettaglio del succedersi degli accadimenti (la scrittrice romana non permette distrazioni al lettore; la sua “storia” è lo svolgersi della storia, e questo svolgersi lei lo richiama con forza al principio di ogni nuovo capitolo, il cui titolo coincide con l’anno in cui succedono determinate cose, che si apre con un riassunto dei fatti di maggior rilievo divisi nell’arco dei dodici mesi), ma questo, per quanto importante, è solo un aspetto, e il più estrinseco, dell’opera. Ne La storia, infatti, quel che accade è semplice materiale narrativo; nei confronti di ciò che è stato Elsa Morante ha solo il dovere della precisione documentaristica, dell’esattezza dello studioso (che soddisfa pienamente nelle aperture dei capitoli citate in precendenza); il cuore del romanzo è altrove, nelle persone, nei loro sentimenti, nelle azioni che compiono, in quel che sognano, desiderano, nelle faticose parole con cui cercano di esprimere se stessi e nei silenzi nei quali cercano rifugio; e ancora nella pietà laica che la Morante dimostra per ognuno di loro, nello sguardo limpido, sincero e commosso che sa offrire a destini privi di speranza, a esistenze segnate dalla sconfitta.
Esistenze come quella di Giuseppe, figlio di una violenza balbettante e timida, di un bisogno d’amore che per vergogna di sé è divenuto rabbia; del fratellastro Nino, fascista quasi per gioco, per spavalderia, e poi partigiano pronto a tutto nella violenza insensata e brutale dello scontro fratricida che ha portato l’Italia alla Liberazione; della loro madre, il cui argine alle durezze e alle asprezze della vita, nobile e disperato, giorno dopo giorno va incontro al proprio ineluttabile disfacimento; del giovane anarchico Davide Segre, talmente oppresso dal dolore da trovare scampo solo nell’illusione della droga, nella dose, destinata ad aumentare impercettibilmente di volta in volta.
La storia è un bellissimo romanzo. La vicenda che racconta è dura, straziante, e non lascia spazio alla speranza. Tuttavia non è priva di calore e non si chiude nel più cupo pessimismo. Perché i vinti cui Elsa Morante dà voce non dimenticano, neppure per un istante, la loro umanità. Spogliati di tutto, privati della vita, del battito del cuore e del respiro, conservano la propria anima. E forse, suggerisce l’autrice, esistere non è che questo; conservare, nel breve tratto di cammino che dobbiamo fare, la nostra anima. O almeno provare a farlo.
Se non l’avete ancora fatto, leggete La storia.
Eccovi l’inizio. Buona lettura.
Un giorno di gennaio dell’anno 1941, un soldato tedesco di passaggio, godendo di un pomeriggio di libertà, si trovava, solo, a girovagare nel quartiere di San Lorenzo, a Roma. Erano circa le due del dopopranzo, e a quell’ora, come d’uso, poca gente circolava per le strade. Nessuno dei passanti, poi, guardava il soldato, perché i Tedeschi, pure se camerati degli Italiani nella corrente guerra mondiale, non erano popolari in certe periferie proletarie. Né il soldato si distingueva dagli altri della sua serie: alto, biondino, col solito portamento di fanatismo disciplinare e, specie nella posizione del berretto, una conforme dichiarazione provocatoria.
Naturalmente, per chi si mettesse a osservarlo, non gli mancava qualche nota caratteristica. Per esempio, in contrasto con la sua andatura marziale, aveva uno sguardo disperato. La sua faccia si denunciava incredibilmente immatura, mentre la sua statura doveva misurare metri 1,85, più o meno. E l’uniforme – cosa davvero buffa per un militare del Reich, specie in quei primi tempi della guerra – benché nuova di fattura, e bene attillata sul suo corpo magro, gli stava corta di vita e di maniche, lasciandogli nudi i polsi rozzi, grossi e ingenui, da contadinello o da plebeo.

Gli era capitato, invero, di crescere intempestivamente, tutto durante l’ultima estate e autunno; e frattanto, in quella smania di crescere, la faccia, per difetto di tempo, gli era rimasta ancora uguale a prima, tale che pareva accusarlo di non avere neanche la minima anzianità richiesta per l’infimo suo grado. Era una semplice recluta dell’ultima leva di guerra. E fino al tempo della chiamata ai suoi doveri militari, aveva sempre abitato coi fratelli e la madre vedova nella sua casa nativa in Baviera, nei dintorni di Monaco.

Poiché tutto accadde per divenire libro

Autore tra i più importanti della storia della letteratura, Jorge Luis Borges, romanziere eccelso, poeta sublime, saggista meticoloso, e ancora storico, filosofo, immaginifico creatore di storie e di mondi, è prima di tutto e per sua stessa ammissione un lettore. Un lettore infaticabile, curioso, coltissimo, attento. I suoi numerosi capolavori letterari sono un laboratorio scientifico, un’officina alchemica, un’irraggiungibile caverna all’interno della quale uno stregone, indifferente al trascorrere del tempo (o più probabilmente antico quanto il tempo stesso), trasforma in qualcosa di nuovo e perfetto miti, suggestioni, temi, argomenti, riflessioni e intuizioni per secoli raccontati e trasmessi attraverso i libri.

Come fosse un mosaico che muta al mutare dello sguardo che lo osserva, l’opera di Borges sembra non avere né inizio né fine; ogni suo lavoro, sia esso in prosa o in versi, è un viaggio, unico e irripetibile, nello sconfinato universo letterario, esplorato e restituito al lettore con eleganza d’esteta, passione d’amante e ineguagliabile talento narrativo. Non esiste, dunque, nella produzione del grande scrittore argentino, qualcosa che somigli a un “centro”, uno scritto che, più o meglio di altri, riveli qualcosa di particolarmente significativo dell’autore o dei suoi temi prediletti (in questo senso, è affascinante attribuire agli scritti di Borges la definizione di Dio elaborata dalla Scolastica e ripresa, tra gli altri, da Niccolò Cusano e Giordano Bruno; un cerchio infinito il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo), tuttavia, a mio avviso, ci sono libri che non possono non essere letti, e in special modo Finzioni, una raccolta di otto racconti indimenticabili per perfezione stilistica e originalità di contenuto.
Scrive Domenico Porzio nella bellissima prefazione all’opera omnia di Borges pubblicata da Mondadori  (due volumi, collezione I Meridiani, ma per quanto riguarda il solo Finzioni vi consiglio l’edizione Einaudi, tradotta e curata da Franco Lucentini): “Una memoria prodigiosa, nutrita da molteplici esperienze culturali, occidentali ed orientali, vigilata e accompagnata da una provocatoria reattività creativa. La ripetitiva vanità della Storia, le inappagate e cicliche interrogazioni delle filosofie e delle teologie, sollevate a materia di lucida e appassionata poesia. La proclamata certezza nell’equivalenza tra scrittura e lettura come momenti concomitanti e indispensabili all’accadimento del fatto estetico. L’inevitabile ribaltamento («il debole artificio di un argentino smarrito nella metafisica») nella irrealtà di ogni manifestazione del reale. Il meditato e risentito stupore, lo smarrimento gnostico, dinanzi all’insondabile destino dell’uomo e al mistero della creazione. La profonda, stoica commozione per le inutili speranze del progresso e delle rivoluzioni. L’idolatrica esplorazione dei miti e delle sorgenti delle antiche letterature e dell’epica da cui scaturì la poesia, poiché tutto accadde per divenire libro; il sospetto che anche la creazione sia un libro scritto dallo Spirito, del quale noi siamo le inconsapevoli lettere e parole. L’applicazione coinvolgente della tecnica della narrativa poliziesca per diramate e sorprendenti indagini speculative. Il dono e la conquista di una scrittura di ironico nitore e di classica semplicità. Una letteratura che è specchio implacabile e non rassegnato della nostra angoscia, della nostra crisi di identità, pur eludendo il tragico quotidiano. Un’avventura in versi e in prosa nell’immaginario, alla ricerca dei profetici frammenti di verità che lo Spirito ha elargito alla letteratura, mutevole caleidoscopio che ogni lettore modifica e ricrea. Sono queste alcune magie parziali che hanno progressivamente portato le pagine di Borges al centro di un’attenzione ormai planetaria”.
Di questa parziale magia è intrisa ogni riga di Finzioni, un libro di racconti unico nel suo genere, un’ininterrotta teoria di meraviglie nella quale la verità e il suo opposto si confondono fino ad annullarsi, fino ad annullare qualsiasi differenza fra loro. E quel che resta non è che bellezza, nella sua forma più pura.
P.S. Questa è la centesima scheda del blog. La dedico a Borges come personale omaggio a uno degli scrittori che più mi hanno influenzato. Spero che quanto ho scritto e riportato spinga qualcuno tra voi a scoprire Borges o a riscoprirlo (nel caso avesse già letto qualcosa di suo ma non ancora Finzioni).
Ora lascio la parola al grande argentino, non al primo dei racconti di Finzioni questa volta, ma alla sua premessa. Credo non possa esserci miglior invito alla lettura.
Gli otto scritti che compongono questa raccolta non hanno bisogno di chiarimenti importanti. L’ottavo (Il giardino dei sentieri che si biforcano) è poliziesco: i lettori assisteranno all’esecuzione e a tutti i preliminari di un delitto il cui scopo non ignorano, ma che non comprenderanno, mi sembra, fino all’ultimo paragrafo. Gli altri sono fantastici. Uno – La lotteria a Babilonia – non è del tutto esente da simbolismo. Non sono il primo autore del racconto La biblioteca di Babele; i curiosi della sua storia e preistoria potranno interrogare una certa pagina del numero 59 di «Sur», in cui figurano i nomi eterogenei di Leucippo e di Lasswitz, di Lewis Carroll e di Aristotele. In Le rovine circolari tutto è irreale; in Pierre Menard, autore del Chisciotte è irreale il destino che si impone il protagonista. La lista degli scritti che attribuisco a Menard non è divertentissima, ma non è arbitraria; è un diagramma della sua storia mentale…

Delirio faticoso e avvilente quello del compilatore di grossi libri, del dispiegatore in cinquecento pagine d’un concetto la cui perfetta esposizione orale capirebbe in pochi minuti! Meglio fingere che questi libri esistano già, e presentarne un riassunto, un commentario. Così fecero Carlyle in Sartor Resartus, Butler in The Fair Haven: opere che hanno il difetto, tuttavia, di essere anch’esse dei libri, non meno tautologici degli altri. Più ragionevole, più inetto, più pigro, io ho preferito scrivere, su libri immaginari, articoli brevi. Questi sono: Tlön, Uqbar, Orbis Tertius; Esame dell’opera di Herbert Quain; L’accostamento ad Almotasim. L’ultimo è del 1935; ho letto da poco The Sacred Fount (1901), il cui argomento generale è forse analogo. Nel delicato romanzo di James il narratore cerca di scoprire se sia A, o se sia B, a influire su C; nell’Accostamento ad Almotasim egli presenta o indovina, attraverso B, la remotissima esistenza di Z, che B non conosce.