Sorella morte

Recensione di “Le vergini suicide” di Jeffrey Eugenides

Jeffrey Eugenides, Le vergini suicide, Mondadori

Cinque sorelle, cinque adolescenti che scelgono di darsi la morte, di spezzare la trama quasi invisibile delle loro esistenze in un’estate in apparenza identica a tutte le altre, nel caldo opprimente di un mese di giugno segnato dall’invasione fragile delle crisope, insetti la cui vita si esaurisce in ventiquattr’ore. “Era giugno, la stagione delle crisope, l’epoca dell’anno in cui le spoglie di quegli insetti effimeri ricoprono la città. Levandosi a nugoli dalle alghe che vivono nelle acque inquinate del lago, vanno ad annerire finestre, ad ammantare automobili e lampioni, a tappezzare i dock municipali e a ornare di festoni il sartiame delle barche a vela: una schiuma volante, brunastra, con il dono perenne dell’ubiquità”. Cinque sorelle, Cecilia, Therese, Bonnie, Lux e Mary Lisbon – involontario centro di gravità di un sobborgo residenziale come tanti, fuoco dell’attenzione, dei desideri, e infine dei ricordi intrisi di dolore, rimorso, umiliazione e ignoranza di amici e compagni di scuola che, nel tempo dilatato che la giovinezza si concede per conoscere se stessa, silenziosi, goffi e sinceri avevano amato quelle figure quasi irreali con un’intensità che mai più sarebbero stati capaci di provare – che incarnano il mistero insolubile dell’essere, che si misurano con l’incomprensibilità del mondo, presente allo stesso modo nella soffocante miopia delle regole educative imposte dai genitori ai propri figli e nelle grandi e piccole ingiustizie, nelle tragedie, nelle follie che squarciano individui, famiglie, città e interi continenti. Cinque sorelle, e un piccolo, definito universo che ruota loro attorno e le osserva attonito disintegrarsi, farsi nulla prima ancora di giungere a essere qualcosa, raccontati con accenti di commosso candore e umanissima grazia da Jeffrey Eugenides nel suo splendido romanzo d’esordio, Le vergini suicide, in Italia edito da Mondadori nella traduzione di Cristina Stella. Continua a leggere Sorella morte

Una successione di leggere variazioni

Oe Kenzaburo, Il bambino scambiato, Garzanti
Oe Kenzaburo, Il bambino scambiato, Garzanti

L’oggi è un tempo sospeso, un battito di ciglia in un rincorrersi continuo di slittamenti temporali, di ricordi che ne evocano altri, di particolari che si svelano d’improvviso e illuminano il presente di una luce nuova, di un significato prima di allora neppure immaginato. L’oggi è una variazione incessante, un ininterrotto vibrare, un mutare impercettibile; è il fluire dell’acqua, un’illusione d’identità sgretolata nel processo infinito del divenire. Per questo l’oggi ci sfugge, non si rivela se non parzialmente, non si conosce se non in modo imperfetto; per questo è indispensabile provare a leggerlo, a interpretarlo, ad abbracciarlo facendo ricorso a ogni risorsa del pensiero, esplorando il territorio di ogni sapere, sforzandosi di parlare tutte le lingue. E tutte le lingue, con sfumature ora tragiche, ora grottesche, ora sature di passione, ora pudicamente disilluse, ora travagliate dal dubbio e dell’incertezza, ora aperte alla speranza, schiuse all’idea di miracolo, parla lo scrittore giapponese Oe Kenzaburo, premio Nobel per la letteratura nel 1994, nel romanzo Il bambino scambiato, viaggio etico-politico-filosofico (autobiografico e nel medesimo tempo universale) nel mistero della morte e della vita. Oe attinge in gran copia alle proprie esperienze e sulla sua persona modella il carattere di uno dei protagonisti della vicenda, l’affermato scrittore Kogito (il cui nome è un dichiarato omaggio all’io pensante e per ciò stesso esistente elaborato da Cartesio e riassunto nella celeberrima sentenza latina cogito ergo sum); e di nuovo guarda a se stesso e alla sua vita nel tratteggiare l’altra figura centrale del romanzo, il cognato (nonché amico fraterno da lunga data) di Kogito, il regista Goro, morto suicida alle soglie della vecchiaia. È sugli interrogativi – strazianti in primo luogo perché destinati a restare senza risposta – suscitati dalla terribile decisione presa da Goro che ruota il romanzo, tuttavia, nelle densissime pagine dell’opera di Oe Kenzaburo il suicidio resta sempre sullo sfondo, quasi fosse una voce a malapena avvertita o, dal punto di vista squisitamente letterario, poco più che un espediente narrativo. La scrittura di Oe, ricca, dettagliata, di studiata semplicità nell’architettura dei periodi e insieme di lussureggiante inventiva nel disegno degli episodi, dei singoli quadri di vita rappresentati – basti pensare agli agguati subiti da Kogito, che in tre diverse occasioni viene sequestrato, con ogni probabilità da un gruppo di fanatici nazionalisti un tempo seguaci del padre dello scrittore, teorico della grandezza del Giappone imperiale umiliato dalla resa del Paese alle forze americane all’indomani dell’esplosione delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, e torturato con una piccola palla di cannone, che viene fatta cadere sull’alluce del suo piede sinistro causandone la perenne deformazione – trascina il lettore in un labirintico “giardino dei sentieri che si biforcano”, consegnandogli, mediati attraverso la teoria politica, la riflessione filosofica, la critica letteraria, l’esegesi cinematografica e la memoria degli anni di gioventù, i segreti di due esistenze insieme complementari e antitetiche.

Ma il segreto, nella dimensione artistica di Oe Kenzaburo (che, non dimentichiamolo, è specchio fedele della realtà), non è fatto per essere svelato, né l’enigma posto per essere risolto; ogni nodo da sciogliere basta a se stesso come simbolo di una complessità impossibile da ridurre a unità, proprio come ogni domanda è un passo compiuto lungo un cammino destinato a non avere fine; così, il dialogo tra Kogito e Goro, mai davvero interrotto durante la loro vita nonostante lunghe parentesi di silenzio e dolorosi allontanamenti, prosegue anche dopo la morte del regista grazie a una sua geniale trovata, una serie di cassette da lui registrate per l’amico, nella quali Goro riprende, tra ricordi e nuove suggestioni, molti dei temi affrontati dai due negli anni precedenti mentre altri li propone sotto un profilo inedito; ma c’è un prezzo da pagare per questo assaggio d’immortalità, ed è precisamente quello di non raggiungere mai alcuna meta, di non trovare requie: “In breve si era reso conto che il suo intento era raccontare, senza seguire un ordine cronologico preciso, la storia della loro amicizia da quando in gioventù si erano conosciuti a Matsuyama Macchama, così come Goro era solito pronunciare il nome della città dello Shikoku. Il modo di parlare di Goro in quelle cassette non era esattamente quello di un monologo, ma piuttosto sembrava si stesse dilungando in una sorta di conversazione telefonica. Per questo Kogito preferiva ascoltare quelle registrazioni a tarda sera prima di addormentarsi, disteso sulla brandina dello studio con le cuffie sulla testa, una miriade di pensieri e ricordi ad affiorargli alla mente”.

Sorprendente coincidenza d’opposti, Il bambino scambiato è un romanzo affascinante e insieme una lettura che mette a dura prova, che non offre punti di riferimento né definite prese di posizione; proprio come uno dei suoi personaggi, l’enigmatico Goro, Oe (e non importa che il suo alter ego sia Kogito, anzi questa è solo un’ulteriore dimostrazione di quanto lo scrittore giapponese sia inafferrabile) è attore di una conversazione, voce in attesa di un controcanto, di una replica.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Garzanti, è di Gianluca Coli. Buona lettura.

Kogito era disteso sulla brandina militare nel suo studio, le cuffie calcate sulle orecchie, concentrato nell’ascolto. «… Per adesso non c’è altro. Sto per trasferirmi in un altro mondo». Non appena la voce di Goro ebbe pronunciato quelle parole, si udì un tonfo pesante. Seguì un interminabile momento di silenzio, dopo di che la voce aggiunse: «Sta tranquillo, continuerò a tenermi in contatto con te. È per questo che mi sono preso la briga di approntare questo sistema che abbiamo battezzato Tagame. Ora credo che nel tuo mondo si sia fatto tardi. Ti saluto, buonanotte!».

L’eco del canto di un’anima

Johann Wolfgang Goethe, I dolori del giovane Werther, Newton Compton Editore
Johann Wolfgang Goethe, I dolori del giovane Werther, Newton Compton Editore

“Sul più famoso romanzo del più famoso scrittore tedesco sono stati versati fiumi di inchiostro per dimostrare che si tratta di un romanzo sociale (eversione della morale corrente), e sotto sotto politico (l’insofferenza wertheriana verso la nobiltà), o storico o, per meglio dire, di un documento delle condizioni in cui versava la borghesia in Germania dieci-quindici anni prima della Rivoluzione Francese. Ma non sarà addirittura un romanzo filosofico? E, allora, sarà più importante l’influenza di Rousseau (che aveva scritto un romanzo epistolare) o di Spinoza, rintracciabile nel panteismo del giovane Goethe? Per non parlare delle interpretazioni religiose o addirittura misticheggianti – quante volte Werther è stato paragonato a Cristo? E, inoltre, trattandosi del più importante romanzo dello Sturm und Drang, sarà da considerare pre-romantico o post-illuminista? Si potrebbe seguitare a elencare le interpretazioni e i problemi che sono stati rovesciati sulle spalle di questo piccolo libro scritto da un ragazzo di venticinque anni. Goethe, alla fine, voleva scrivere un romanzo d’amore – e questo ha fatto, il resto viene dopo. Eppure quello che ci hanno visto critici letterari, critici della cultura, filosofi, psicologi, storici e sociologi è in larga parte plausibile. La grandezza del primo romanzo di Goethe è proprio nel fatto che, parlando d’amore, parla di tutto. D’altronde, la ricchezza di significati non è tipica dei grandi capolavori?”. Con queste parole Giorgio Manacorda, nella prefazione all’edizione de I dolori del giovane Werther pubblicata da Newton Compton, presenta e descrive quella che è, nello stesso tempo, un’opera prima e un classico della letteratura, un manifesto (del Romanticismo tedesco) e un epistolare romanzo d’amore certamente ricco di suggestioni ma non esente da ingenuità, una lettura imprescindibile e una mistificazione (priva di malafede, ma non per questo innocente) travestita da coraggiosa presa di posizione filosofica ed esistenziale. Quel che Manacorda tiene a sottolineare è che I dolori del giovane Werther vive delle (e nelle) contraddizioni che esprime, esalta e infiamma per la radicalità delle posizioni assunte, per la parzialità esagerata, scandalosa del suo protagonista, quel Werther che nella lunga serie di lettere scritte all’amico Wilhelm compone il proprio epitaffio e per il quale il suo creatore, al principio del romanzo, chiede comprensione, affetto, partecipazione: “Ho raccolto con cura tutto ciò che ho potuto trovare intorno alla storia del povero Werther e lo espongo qui: e so che me ne sarete grati. Non potrete negare ammirazione e affetto al suo spirito e al suo cuore, né lagrime al suo destino. E tu, anima buona, che provi le sue stesse angosce, trova conforto nel suo dolore; questo libretto divenga il tuo amico se per colpa tua o della sorte non puoi trovarne uno più prossimo”.

Dalle interpretazioni storiche, politiche, sociali e filosofiche di quello che altro non è se non una travolgente, esasperata storia d’amore e di morte, da tutte le intellettualistiche letture che, per quanto legittime, hanno il torto di non cogliere, di questo romanzo, altro che aspetti tralasciando l’essenziale, Manacorda ci invita a liberarci; egli le tiene in considerazione (chiedendoci di fare altrettanto) come prova della vastità degli interessi culturali e della maturità letteraria dell’autore, ma saggiamente le lascia da parte nel momento in cui deve inquadrare il romanzo, definirlo, rivelarlo: Goethe, ci dice, parla d’amore, e così facendo riesce a parlare di tutto, ma la storia che racconta è quella del suo eroe sconfitto Werther, della sua passione infelice per Charlotte, promessa a un altro uomo, e della sua invincibile pulsione di morte che finisce per condurlo al sacrificio estremo. La scrittura di Johann Wolfgang Goethe, di selvaggia bellezza, intrisa di dolore e folle di speranza, eco dello straziante canto di un’anima, scuote e sconvolge e riesce a dare plausibilità all’assurdo, a offrire un’ombra di razionalità all’irragionevolezza, a vestire d’eticità l’illusoria e vile fuga dalla sofferenza e dalla delusione di Werther; ed è proprio in questo totale ribaltamento di prospettiva, nel mondo alla rovescia frutto di amorose corrispondenze destinate a non giungere mai alla maturità, a non compiersi, che riposano la meraviglia e lo splendore de I dolori del giovane Werther. Goethe, e con lui il suo giovane ed entusiasta personaggio, si abbandonano ai tirannici capricci dell’amore e accettano che questa inarrestabile “potenza spirituale” sconvolga ogni cosa perché è il disordine dei sensi e della realtà a nutrire i vivi; in pari tempo cittadini e sudditi di questa fremente “repubblica dei pazzi”, Goethe, Werther e in qualche misura perfino Charlotte non possono sopportare alcun principio ordinatore, nessun “buon senso borghese”, nessuna regola sociale. La libertà, pura e assoluta, questa libertà di cui l’amore è l’espressione più completa e autentica, è l’unica misura dell’esistenza, per questo Werther muore con coraggio, ammirato e rimpianto, per questo, attraverso la sua scelta, egli abbraccia un destino d’immortalità. E non importa nulla che il suo destino abbia la consistenza del sogno.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Newton Compton Editore, è di Angelo G. Sabatini e Anna Maria Pozzan. Buona lettura.

Come sono contento di essere partito! Amico mio carissimo, che cos’è mai il cuore dell’uomo! Aver abbandonato te, che amo tanto, dal quale ero inseparabile, e sentirmi contento! Ma so che mi perdonerai. Tutte le altre relazioni non parevano scelte apposta dal destino per angosciare un cuore come il mio? Povera Eleonora! Eppure io ero innocente. Che cosa potevo io fare se, mentre i vezzi capricciosi di sua sorella mi procuravano piacevole passatempo, la passione andava accendendosi nel suo cuore? Eppure… sono proprio innocente? Non sono stato io ad alimentare i suoi sentimenti? Non ero io a deliziarmi delle ingenue espressioni della sua natura, che spesso ci facevano ridere, quantunque fossero così poco risibili? Non ero io… Oh, che cos’è mai l’uomo, che può rammaricarsi di se stesso!

La razionalità inefficace

Georges Simenon, L'impiccato di Saint-Pholien, Adelphi
Georges Simenon, L’impiccato di Saint-Pholien, Adelphi

Un’intuizione, o forse solo una curiosità. Poi lo stupore, l’incredulità attonita, prima manifestazione del senso di colpa, infine la caparbietà rabbiosa, la volontà di fare luce, di comprendere, di scoprire, di giudicare e punire. E un attimo prima che cali il sipario, la verità, tanto agognata e insieme altrettanto tenacemente nascosta; i fatti nudi e inerti, compiuti, immodificabili, che non assolvono e non condannano, ma che non si possono dimenticare. Si regge su un corto circuito emozionale, che lascia al raziocinio e alla fredda capacità d’analisi dell’investigatore soltanto un ruolo marginale, L’impiccato di Saint-Pholien, una delle avventure più intense, coinvolgenti e amare del commissario Maigret. A partire dalle descrizioni d’ambiente, povere, squallide, sature d’infelicità, traboccanti disperazione, fino ad arrivare al disegno dei personaggi, alla loro caratterizzazione volutamente ambigua, alla calcolata esibizione della loro falsità, Georges Simenon costruisce questo originalissimo noir attraverso una prosa umbratile e dimessa, vestita d’insignificanza, d’un nebbioso grigiore che tutto inghiotte. “Una stazione senza importanza. Neuschanz può a malapena dirsi un paese. Non vi transita nessuna linea importante. Ci sono treni soltanto al mattino e alla sera, per gli operai tedeschi che, attirati dagli alti salari, lavorano nelle fabbriche dei Paesi Bassi. E ogni volta si ripete lo stesso cerimoniale. Il treno tedesco si ferma a un’estremità del binario, il treno olandese aspetta all’atra estremità. Gli impiegati con il berretto arancione e quelli con l’uniforme verdastra o blu di Prussia si ritrovano e trascorrono insieme la pausa per le formalità doganali”. In questa anonima periferia geografica ed esistenziale Maigret sta seguendo un uomo in cui è inciampato per puro caso il giorno prima e che ha attirato la sua attenzione. Egli lo osserva, con scrupolo, con metodo: e quel che vede è una persona miseramente vestita, il volto segnato, i gesti che tradiscono una sospetta eccitazione nervosa e nello stesso tempo denunciano una stanchezza prossima all’esaurimento. Di particolare non c’è che il bagaglio che quello sconosciuto ha con sé: “una valigetta di fibra, di quelle che si vendono in tutti i grandi magazzini – nuova”. Una valigetta di cui Maigret si impossessa, sostituendola con una identica nell’unico momento di distrazione del suo proprietario. Quando lo scambio viene scoperto, è troppo tardi per evitare la tragedia: l’uomo, che Maigret ha diligentemente pedinato, sembra impazzire per l’accaduto, che non riesce in alcun modo a spiegarsi, poi, d’improvviso, decide di uccidersi: “E fu la fine: estrasse di tasca una rivoltella, spalancò la bocca e premette il grilletto”.

La fine, naturalmente, è un principio, o per dir meglio il solo principio possibile. È il drammatico passo d’avvio di un’inchiesta che conduce Maigret, in buona misura responsabile di quel suicidio – “Il commissario”, scrive Simenon, “non era lungi dal ritenere di aver ucciso un uomo, anzi ci andava molto vicino. E quell’uomo nemmeno lo conosceva! Di lui non sapeva niente! Non c’erano prove che avesse qualche conto in sospeso con la giustizia!” -, in uno straziante viaggio tra memoria e rimorso, nella perduta stagione della giovinezza, in quel brevissimo arco d’anni in cui ogni cosa sembra possibile e dove trovano spazio i più limpidi atti di generosità e altruismo e le più atroci vendette. Passo dopo passo, il commissario, spinto più dall’urgenza di trovare un perché a quella morte autoinflitta di cui si sente causa che dal bisogno di chiarire un caso che neppure sembra esserci, scopre che il suicida aveva legami con un ristretto gruppo di persone, qualcosa di simile a una compagnia di amici, o a una confraternita. E sempre più, con il progressivo avanzare dell’indagine, il presente, inquinato da menzogne e depistaggi eppure sempre preservato dalla sua definitiva corruzione dalla goffaggine e dall’incapacità di coloro che si oppongono a Maigret – gli amici del morto – quasi che i complotti e le bugie suggerite loro dalla paura e dall’istinto di sopravvivenza trovassero un insormontabile ostacolo nel bisogno sempre più forte di confessare, di sciogliere finalmente un vincolo di lealtà divenuto insopportabile prigionia, trova il proprio senso e la propria parziale redenzione in un passato vissuto con innocente veemenza, cavalcato con sfrenata passione, follemente amato e altrettanto follemente incarnato. Nella presunzione, splendida e terribile, che l’ideale e il reale possano coincidere.

Potente romanzo d’ispirazione autobiografica (da ragazzo Simenon visse un’esperienza simile a quella descritta nel libro), L’impiccato di Saint-Pholien è un poliziesco solido e coinvolgente che racchiude dentro di sé un dramma umano di straordinaria intensità; è una riflessione implacabilmente lucida e severa sulla seduzione distruttrice del sogno, sulla sua bellezza, irresistibile ma proprio per questo tanto pericolosa da essere letale.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Adelphi, è di Gabriella Luzzani. Buona lettura.

Nessuno si accorse di quello che succedeva. Nessuno sospettò che nella sala d’attesa della stazioncina ferroviaria, dove tra l’odore di caffè, birra e limonata solo sei passeggeri aspettavano il treno con aria abbattuta, si stesse svolgendo un dramma. Erano le cinque del pomeriggio e calava la notte. Le lampade erano state accese ma, attraverso i vetri, si potevano ancora distinguere nel grigiore del marciapiede i funzionari, tedeschi e olandesi, della dogana e delle ferrovie, che battevano i piedi per riscaldarsi. Perché la stazione di Neuschanz è situata all’estremo nord dell’Olanda, alla frontiera tedesca.

Il talento e il genio

Thomas Bernhard, Il soccombente, Adelphi
Thomas Bernhard, Il soccombente, Adelphi

Gli insegnanti di musica, e poi il maestro Horowitz, incomparabilmente superiore a tutti loro, che ribalta ogni prospettiva, getta una luce completamente nuova sulla musica e riduce quel che c’è stato prima di lui al semplice e marginale ruolo di strumento di comprensione, di strada da percorrere per raggiungere una meta. Horowitz, la meta, e i professori che lo hanno preceduto null’altro che gradini da salire per arrivarci: “Eppure quegli atroci maestri ci erano stati utilissimi per capire Horowitz a fondo”. E come in uno specchio, gli studenti di musica, la loro abilità, la loro predisposizione, il loro talento, la loro arte, il saper essere così brillanti, così prossimi all’essenza stessa del comporre e del suonare, e il confronto improvviso, impietoso e distruttivo con il genio, con l’inspiegabile, irraggiungibile scintilla di pura bellezza che senza appello condanna all’insignificanza e all’oblio tutto il resto. Sono il confronto, e la sconfitta, i temi cardine de Il soccombente, intenso romanzo dello scrittore austriaco Thomas Bernhard, la cui vicenda, narrata nello stile incisivo e febbrile della confessione, del diario personale, del disordinato flusso di coscienza, ruota attorno a tre protagonisti: due ottimi studenti di pianoforte e il canadese Glenn Gould, dotato di una sensibilità e di una grazia uniche. Destinato a essere il più grande. Speranza, sogno, sacrificio e tragedia si intrecciano nella densa prosa di Bernhard, che conduce il lettore in un violento viaggio verso l’assoluto e lo serra nelle spire di una radicale aspirazione al sublime. Nel delineare la psicologia dei suoi personaggi, nell’identificare i motivi del loro agire (e ancor più del loro rinunciare a farlo, del loro soccombere), nel descrivere il nascere e maturare di un’amicizia, e insieme a essa il germogliare della consapevolezza di una sostanziale inferiorità, l’autore esplora il nostro mondo interiore muovendosi lungo la più misteriosa delle sue linee di confine, quella che separa intelletto ed emozione. Gli amici di Gould, due pianisti di eccezionale valore, interpreti loro malgrado di una filosofia della rinuncia che faticano più ad accettare che a comprendere, rappresentano, nell’oggettività fredda e insieme travolgente di Thomas Bernhard, i volti opposti e complementari della sconfitta. Da una parte quella personale, la trafittura bruciante del fallimento, che altro non è se non una presa di coscienza dei propri limiti – “Probabilmente, se non avessi conosciuto Glenn Gould”, ammette uno dei protagonisti, voce narrante della storia, “non avrei abbandonato il pianoforte e sarei diventato un virtuoso del pianoforte, forse addirittura uno dei migliori virtuosi al mondo […]. Se incontriamo il primo di tutti, dobbiamo rinunciare, pensai” – dall’altra quella ben più terribile, cui nessuno può sfuggire, che consiste nell’abbracciare senza riserve quel che si è, nel vivere fino in fondo il proprio dono, consentendogli di trasformarsi nel suo opposto; una maledizione, una malattia mortale. “Glenn fu per me il più importante virtuoso del pianoforte di tutto il mondo, per quanti pianisti io abbia sentito da quel momento in poi, nessuno suonava come Glenn […]. Wertheimer ed io eravamo pari quanto a bravura, anche Wertheimer ha detto molte volte che Glenn era il migliore, lo ha detto perfino quando ancora non osavamo dichiarare che era il migliore del secolo […]. Glenn suonò al Festival di Salisburgo le Variazioni Goldberg su cui due anni prima si era esercitato giorno e notte con noi al Mozarteum studiandole e ristudiandole di continuo. Dopo il suo concerto, i giornali scrissero che fino ad allora nessun pianista aveva mai suonato le Variazioni Goldberg con tanta arte, dopo il suo concerto di Salisburgo essi scrissero dunque ciò che noi già sapevamo e avevamo detto due anni prima […]. Non appena ci rivedemmo, io dissi subito a Glenn che noi […]eravamo sempre stati convinti che […] si sarebbe ben presto rovinato a causa del suo invasamento per l’arte, a causa del suo radicalismo pianistico […]. Quando, dodici anni fa, noi andammo a trovarlo per l’ultima volta, già da dieci anni Glenn non si esibiva più in un pubblico concerto. Nel frattempo era diventato il più lucido di tutti i folli. Era giunto al vertice della sua arte e ormai era questione di tempo, di un tempo brevissimo, poi di sicuro sarebbe stato colto dall’ictus cerebrale.

Così, successo e fallimento, sconfitta e vittoria, precipitano assieme nell’abisso del vivere, che allo stesso modo inghiotte la perfezione e la sua mancanza; ed ecco che, proprio come accade negli incubi, che non sono altra cosa rispetto ai sogni ma soltanto una loro intrinseca corruzione, la prosa di Berhnard deflagra nello spazio finito di un vicolo cieco. Non c’è salvezza, egli ci dice, né per la grandezza, che come un dio prepotente esaurisce, in coloro che tocca, ogni energia fisica e mentale, né per i limiti dell’eccellenza, umani certo, ma forse troppo per essere sopportati senza danni. E dunque a circondare Gould, consumato dalla sua arte, può esserci soltanto silenzio: quello, ostinato, del narratore della storia, esiliatosi volontariamente dalla musica, e quello, terrificante, di Wertheimer, che sceglie il suicidio.

Eccovi l’inizio del romanzo. La traduzione, per Adelphi, è di Renata Colorni. Buona lettura.

Anche Glenn Gould, il nostro amico e il più importante virtuoso del pianoforte di questo secolo, è arrivato soltanto a cinquantun anni, pensai mentre entravo nella locanda. Solo che non si è tolto la vita come Wertheimer, ma è morto, come si suol dire, di morte naturale. Quattro mesi e mezzo a New york suonando e risuonando le Variazioni Goldberg e l’Arte della fuga, quattro mesi e mezzo di Klavierexerzitien, come Glenn Gould ripeteva di continuo e solo in tedesco, pensai.

Nel cupo, selvaggio splendore d’Islanda

 

Arnaldur Indrioason, Un caso archiviato, Guanda
Arnaldur Indrioason, Un caso archiviato, Guanda

Erlendur Sveinsson è un solitario. Un detective della polizia di Reykjavik taciturno, ostinato, efficiente. E ombroso, tetro e inquieto come la bellezza selvaggia, primitiva e incomprensibile della sua terra. Come ognuno di noi, Sveinsson ha i suoi segreti, che custodisce dentro di sé con gelosia d’amante, convinto che l’unica possibile modalità d’espressione del dolore sia il silenzio. Padre di due figli ormai grandi (che ama sinceramente pur non essendosene mai occupato), divorziato da una donna che non ha mai amato, e che a ragione gli rinfaccia l’infelicità cui le sue scelte l’hanno condannata, Erlendur non divide che una minima parte della sua vita con una nuova compagna; qualche serata trascorsa assieme, rari confronti segnati da un assoluto rispetto reciproco e da una sincerità così piena da sfiorare la brutalità, semplici attimi di pace, di tregua dal mondo e dal suo disordine incessante. Il resto è un’ossessione destinata a non conoscere requie per la morte del fratello, sorpreso da una tempesta, e una composta dedizione al lavoro, che il poliziotto affronta con umana professionalità, evitando per quanto possibile di farsi coinvolgere dalle tragedie che si trova ad affrontare senza tuttavia disdegnare di offrire qualcosa in più di un’educata e concreta disponibilità a coloro che si rivolgono a lui. Specialmente quando a farlo sono persone che devono convivere con la misteriosa scomparsa dei propri cari; genitori che non sanno che fine abbiano fatto i propri figli; mogli che da un giorno all’altro perdono i mariti e alle quali non bastano anni per accettare la realtà di quanto accaduto; fratelli, come lui, divorati dal senso di colpa per essere sopravvissuti a coloro che amavano. A questi casi, frequenti in Islanda, Erlendur dedica particolare attenzione, arriva a farli suoi, a viverli (o meglio a riviverli) in prima persona, nella speranza di poter ritrovare i corpi, di poter offrire a chi è rimasto il solo conforto permesso dalla morte; una tomba dinanzi alla quale piangere. Così, quando gli viene assegnata un’indagine di routine sul suicidio di una donna che aveva da poco perduto la madre, malata di tumore, Sveinsson, forse spinto dalla grave malattia del padre di un ragazzo scomparso oltre trent’anni prima (e che da quel momento non ha mai smesso di presentarsi alla stazione di polizia per chiedere se ci fossero novità), o forse attratto dall’interesse per l’aldilà nutrito dalla persona che aveva deciso di togliersi la vita impiccandosi a una trave del soffitto nella sua casa di vacanza, riprende in mano quel vecchio caso. E scopre un intreccio inaspettato tra le due vicende, che gli rivelerà una verità terribile. Meschina, vergognosa, di barbara vigliaccheria, e proprio per questo impossibile da accettare. E da perdonare. Questa l’architettura narrativa di Un caso archiviato, giallo di pregevolissima fattura del giornalista e scrittore islandese Arnaldur Indrioason.

Sorretto da una prosa matura e di grande suggestione, perfetta sia nei ritratti d’ambiente sia nella descrizione dei caratteri ed eccezionalmente coinvolgente nei dialoghi, cui l’autore affida la soluzione del caso e la progressiva messa a fuoco dei diversi personaggi del romanzo (a partire proprio da Erlendur, protagonista di una serie di romanzi che hanno conosciuto un più che lusinghiero successo di pubblico e si sono guadagnati alcuni importanti riconoscimenti letterari, come il Gold Dagger Award, assegnato annualmente dall’Associazione degli Scrittori di Romanzi Gialli, e il Glasnyckeln, premio destinato ai migliori autori di thriller scandinavi), Un caso archiviato è un romanzo intenso, potente, entusiasmante. Lo attraversa un pessimismo irreversibile e profondo che ha il sapore amaro di un destino già scritto e che Indrioason mette sulla pagina con squisito garbo e rara sensibilità, come a scusarsi di non poter venir meno al dovere di raccontare quel che vede: quanto è facile, e seducente, per l’uomo dimenticare se stesso. E trasformarsi nella sua abiezione.

Leggete Un caso archiviato, lasciatevi conquistare da Erlendur Sveinsson e dal raffinato talento narrativo del suo creatore. Uno scrittore, ne sono certo, che vi verrà voglia di scoprire ancora e ancora.

Eccovi lincipit. La traduzione, per Guanda, che ha pubblicato lintera serie di romanzi dedicata al poliziotto di Reykjavik, è di Silvia Cosimini. Buona lettura.
 
Maria aveva seguito a malapena lo svolgimento del funerale. Era rimasta seduta come inebetita sulla prima panca tenendo la mano di Baldvin, senza rendersi ben conto di dove si trovava o della funzione a cui stava partecipando. L’omelia, i convenuti alle esequie e il canto del piccolo coro della chiesa si confondevano in un unico ritornello doloroso. Il pastore era stato a casa loro e aveva preso qualche appunto, quindi Maria conosceva il contenuto dell’omelia. Aveva parlato più che altro della carriera accademica di sua madre Leonora, del coraggio dimostrato nell’affrontare la terribile malattia, dei molti amici che si era fatta nel corso della vita, e di lei, la sua unica figlia, che in un certo senso aveva seguito le orme della madre.

Morselli, Pizia letteraria

 

Ignorato in vita (tragicamente troncata da un suicidio nel 1973), Guido Morselli, uno dei più originali, intelligenti e talentuosi autori del panorama letterario italiano, viene scoperto ad appena un anno dalla scomparsa. La sua vasta produzione incontra immediatamente i favori di critica e pubblico, eppure, nonostante questo palese riconoscimento (meritorio, ancorché tardivo), o forse proprio a causa di esso, lo scrittore bolognese resta ancora oggi una sorta di curiosità, di oggetto misterioso; un nome noto, anche se non notissimo, cui si continua a guardare come a una sorpresa inaspettata, un’eccentricità, una pietra su cui si inciampa per caso e che solo una volta raccolta rivela le proprie particolarità, pregi che non solo la rendono diversa da tutte le altre ma la fanno somigliare a un prezioso gioiello. Romanziere realista ma capace di spalancare dinanzi al vero prospettive inedite, Morselli, che meriterebbe ben più attenzione di quella ricevuta finora poiché per importanza e dignità letteraria non è secondo a maestri come Calvino, Sciascia, Buzzati e Vittorini, possiede un dono raro: riesce a dare alla sua prosa la dettagliata precisione di una cronaca (che arricchisce con un linguaggio raffinato, composto e concreto, mai eccessivo o ridondante; un linguaggio semplice e bellissimo, che non lascia spazio alcuno a formalismi tanto gradevoli quanto banali e infruttuosi) e nello stesso momento a regalarle fantasia, intuizione, immaginazione, chiaroveggenza persino. I temi dei suoi lavori, a partire dalla prima opera pubblicata (Roma senza Papa, 1974, che racconta di una Capitale d’Italia, alla fine del ventesimo secolo, orfana del capo della Chiesa Cattolica, che ha eletto a propria santa dimora, invece del Vaticano, la più tranquilla e dimessa Zagarolo), sono un impressionante squarcio sulla nostra attualità, sono “sogni consapevolmente sognati” che consegnano ai lettori una possibile chiave di lettura del presente, sono arditi, coraggiosi, entusiasmanti viaggi nel tempo compiuti da uno scienziato, non disordinate corse a rotta di collo di artisti magari brillanti ma attratti soltanto dalla dimensione misteriosa e inconoscibile del domani, non dal desiderio di comprendere, e magari anticipare, quel che sarà.
Creatore geniale e instancabile, Morselli racconta di storia (rielaborandola nel modo della possibilità e illustrando con precisione estrema e lucidità inappuntabile un passato alternativo sulle sorti del primo conflitto mondiale) nello splendido e sorprendente Contro-passato prossimo; si cala con magistrale naturalezza nelle atmosfere dei romanzi di fantascienza (naturalmente caricandole di impegnative valenze simboliche) in Dissipatio H.G., l’ultimo dei suoi romanzi, il cui protagonista, aspirante suicida, scopre con sgomento di essere rimasto l’ultimo essere umano vivente del pianeta; esplora, con pudore ma anche con una spietata capacità d’analisi psicologica, l’abisso fisico ed emotivo dell’incesto (in Un dramma borghese) e, in quello che è probabilmente il suo romanzo più articolato e impegnativo (Il comunista), attraversa il labirinto della realtà politica, del credo ideologico e della sua maturazione.
In questo intenso e doloroso romanzo, Guido Morselli narra della progressiva crisi di coscienza (politica) di un leale iscritto al Partito Comunista Italiano, Walter Ferrarini, di Reggio Emilia, militante, deputato e fedele uomo d’apparato la cui vita in massima parte coincide con quella del suo partito. La sua casa è Via delle Botteghe Oscure a Roma (per decenni storica sede del partito) e le sue giornate sono scandite dai riti della politica, da quelli ufficiali a quelli privati, a cominciare dalla quotidiana lettura mattutina dell’Unità. Ferrarini è un soldato, qualcuno su cui si può sempre contare, ma anche da comunista, da sincero partigiano dell’ideologia, non è al riparo da dubbi, domande, interrogativi che lo sollecitano fino a perseguitarlo, fino a trasformarlo nel peggior nemico di se stesso e in un’insidia per il proprio partito. Dimostrando ancora una volta grande rispetto per la vicenda narrata (e per il suo tormentato protagonista), Morselli si concentra sulla parabola di nascita e morte di un’appartenenza fondata sulla persuasione, sulla forza di un’idea. L’ideologia egualitaria di Ferrarini (e di milioni di altri come lui) si spegne poco alla volta non per colpa dell’uomo ma per consunzione propria. Il suo cammino è segnato; prende vita nella forma di un radicato convincimento personale, trascende le individualità per trasformarsi in un simbolo di unità, in uno scopo da perseguire, ma a contatto con la realtà l’idea perde la propria purezza e torna in qualche modo contaminata al singolo, che a questo punto stenta a riconoscerla, a riprenderla in sé e con sé. Morselli racconta di uno smarrimento ideologico che si fa dramma esistenziale, riflette e fa riflettere sui pericoli di un’adesione acritica a qualsiasi parola d’ordine, foss’anche la più nobile, ma si guarda dall’offrire facili risposte o comode vie d’uscita. Se esiste una percorribile strada mediana tra il comunista di ieri e l’uomo senza ideologia (ma anche senza politica) che vive la desolazione dell’oggi, lo scrittore non ce la indica. Tuttavia ci invita a cercarla; a pensarci, non è cosa da nulla.
Eccovi l’incipit dell’opera. Buona lettura.
Dibattito (e riposo) in Parlamento. Si stava discutendo un’interpellanza sulle condizioni, cattive, delle Ferrovie dello Stato e l’aula già con poca gente si sguarniva, come capita quando si trattano argomenti tecnici; tranne nel settore della sinistra, a cui apparteneva l’interpellante. Malgrado le voci alterne di questi e del ministro Angelini che gli rispondeva, l’ambiente era sonnacchioso; infastidita e divertita perplessità accolse il magro spunto polemico introdotto dall’estrema. L’interruzione si levò da un banco del M.S.I., la voce, a inflessioni fittamente siciliane, aveva pretese di ironia.
– Tu critichi i treni in ritardo. Lo capisci, onorevole Boatta, che la tua critica si riporta a tempi andati quando c’era in Italia oltretutto chi faceva marciare i treni in orario?
– Ci è costato caro – fu l’ovvia risposta del compagno Boatta. Ma l’altro incalzava:
– Non i soli treni marciavano, a quei tempi. Purtroppo questa nostra Italia pusilla….
Qui Boatta perse la pazienza.
– Impara l’italiano fascista! In italiano non si dice: Itàlea

– Sì, da te imparerò. Che dici Itaglia, con la “g”. Buzzurro.