Elisabetta e la donna di carta

Recensione di “La vergine nel giardino” di Antonia S. Byatt

Antonia S. Byatt, Il vergine nel giardino, Einaudi

Vivere nei libri, attraverso essi, tradursi in parole scritte, in versi, in dotte discussioni sullo stile, sulla grandezza, sul significato della letteratura e sul suo tradimento, incarnarsi nella prosa, vestirsi di stile, agghindarsi con i versi e la poesia, urlare con la tragedia, sogghignare aiutati dalla leggerezza della commedia, esistere interpretando, vagliando, analizzando, studiando, mentre il mondo, ignorato, si va vecchio. Vivere come esseri di carta, non di carne e sangue, convincersi che ogni verità davvero degna di questo nome dimori nelle pagine e non fuori di esse, costruire un incantesimo, cercare di proteggersi in qualche modo dall’urto del reale e nonostante ciò finire travolti da tutto ciò che semplicemente è: dall’amore, dall’ambizione, dalla paura, dal desiderio di scoprire, conoscere, fare proprio quel che palpita oltre le colonne d’Ercole dell’alfabeto e delle sue possibilità. Qui, in una tensione continua tra idealità e concretezza, in un non luogo che è spirito, immaginazione, intuizione, intelligenza, terrore e follia, Antonia S. Byatt mette alla prova il suo talento di narratrice dando vita a La vergine nel giardino, primo capitolo di una quadrilogia ma soprattutto romanzo ricchissimo, così tanto da rischiare di essere soffocante, volutamente sovraccarico, ricercato fino all’eccesso nel linguaggio, condotto al di là di sé nell’ossessivo inseguire la perfezione stilistica, trasfigurato nel disegno dei personaggi, che paiono quasi irreali, che si muovono su uno sfondo menzognero (o se si vuole semplicemente truccato) – quello di una rappresentazione teatrale la cui protagonista è Elisabetta I – come marionette, versioni accademicamente letterarie di persone vere, autentiche, comuni. Continua a leggere Elisabetta e la donna di carta

Dove tutti i colori valgono il grigio

Don DeLillo, Americana, Einaudi
Don DeLillo, Americana, Einaudi

Una prova generale. Non nel senso in cui il proustiano Jean Santeuil lo è di Alla ricerca del tempo perduto – e perciò senza una trasparente continuità tematica, senza quel formicolante disordine espressivo che sempre qualifica un lavoro preparatorio, senza quella forma abbozzata, precaria ma potenzialmente ricchissima che è propria dell’appunto, dello schema di lavoro, in una parola senza consapevolezza (e con ogni probabilità anche senza intenzione) – eppure, in qualche misura, il primo passo di un progetto destinato a compiersi anni dopo; così si può interpretare Americana (pubblicato nel 1971 e rivisto nel 1989), romanzo d’esordio di Don DeLillo, viaggio d’incubo in una modernità che sembra non avere più nulla di umano, vertiginoso e disturbante affresco di una società contagiata, moribonda, aggrappata alla finzione e alla menzogna come un corpo esausto alle macchine che lo tengono artificialmente in vita, come una sorta di introduzione al monumentale Underworld (di cui ho già scritto nel blog), riconosciuto capolavoro dello scrittore americano. Lette una dopo l’altra, infatti, queste due opere, pur nel netto risaltare delle differenze sembrano compenetrarsi nelle atmosfere che evocano, in quel generale senso di malessere che in Americana è sottile e insinuante come un sospetto, un dubbio, e infastidisce, tormenta come un rovello cui si sfugge ottundendo i sensi, stordendo il pensiero – “Tutte le sere si sentiva parlare della guerra in televisione, ma noi preferivamo andare al cinema. Ben presto i film erano cominciati a sembrarci tutti uguali, e così avevamo traslocato in massa in camerette immerse nella penombra dove ci riunivamo a eccitarci o ammosciarci, oppure a guardare gli altri che si eccitavano o ammosciavano, o a bruciare bastoncini d’incenso e ascoltare cassette praticamente mute” – mentre in Underworld esplode nell’ossessione dell’olocausto nucleare (“Moriremo tutti!” urla DeLillo attraverso la maschera grottescamente geniale e mostruosa del controverso comico Lenny Bruce). E ancora gli scritti si incontrano, fino a fondersi, nella ricerca su linguaggio e significato, nella denuncia della tragica illusorietà delle nuove forme di comunicazione (David Bell, il protagonista di Americana, manager di un network televisivo, così parla di sé e del mondo di cui fa parte: “Sul lavoro mi vestivo come comandava l’establishment, pur senza farmi mancare, a onor del vero, un tocco di colore, avendo l’establishment compreso da tempo che qualsiasi colore valeva sostanzialmente come il grigio, purché lo portassero tutti […]. Avevo imparato il significato di una porta chiusa, che l’amicizia era una moneta fuori corso e che era importante mentire anche quando non ce n’era bisogno. Parole e significati erano sempre in contrasto. Le parole non dicevano mai quello che dicevano, e neppure il contrario. Avevo imparato una lingua nuova, e ben presto ne dominai le regole più essenziali”) e nel tentativo di reazione affidato all’avanguardia artistica (il Bell regista di cortometraggi dell’ultima parte del romanzo, inghiottito dai paesaggi che inquadra con la sua telecamera, è l’ombra dell’artista concettuale Klara Sax di Underworld, impegnata negli spazi immensi del deserto a dipingere fusoliere d’aerei).

Colpisce, nell’esordio letterario di DeLillo, lo sguardo severo gettato su una realtà che senza esitazione egli giudica estranea a sé e che pure analizza in profondità e si sforza di comprendere; come un medico che cerchi di aver ragione di una malattia divenuta tutt’uno con i tessuti colpiti smascherandola, individuandone l’essenza, così lo scrittore statunitense con questo romanzo getta sul mondo una prima occhiata che, pur essendo ancora opaca, fuori fuoco, non solo si indirizza verso una precisa direzione ma riesce a inquadrare con una certa sicurezza i propri bersagli: così, nel mirino della tagliente prosa di DeLillo finiscono il progressivo sfilacciarsi di tutto ciò che si percepisce come vero, lo svanire dei confini, degli approdi, delle sicurezze, lo smembrarsi di ogni significato in rivoli di bugie, in impalpabili frammenti di parole perdute: “Io stracciai gli appunti che avevo preso durante la riunione. Dal cassetto centrale tirai fuori una scatola di graffette e cominciai a infilarle una dentro l’altra a catena. Nel giro di una decina di minuti, avevo collegato un centinaio di graffette. Poi unii i due estremi. Stesi il cerchio di graffette sul piano della scrivania. All’interno sistemai nove matite, disposte in tre triangoli di tre matite ciascuno. All’interno di ciascun triangolo misi una gomma da cancellare. Poi presi i brandelli degli appunti, li buttai in un portacenere, accesi un fiammifero e diedi fuoco”. Ed è sulle fondamenta di Americana che DeLillo erigerà l’indimenticabile città di macerie di Underworld.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Einaudi, è di Marco Pensante. Buona lettura.

E così arrivammo alla fine di un altro stupido e lurido anno. Le luminarie sormontavano scintillanti le porte dei negozi. I venditori di caldarroste spingevano i carretti fumanti. Di sera, la folla in strada era immensa e il fragore del traffico saliva a trasformarsi in un’ondata di piena. I Babbi Natale della Quinta Avenue scampanellavano con una delicatezza strana e quasi dolente, come a spargere sale su un taglio di carne guasta. In tutti i negozi risuonavano musichette, canti e osanna natalizi, e le trombe dell’Esercito della Salvezza diffondevano i lamenti marziali di antiche legioni cristiane.