Un’eroica, tragica odissea

Recensione di “Lonesome Dove” di Larry McMurtry

Larry McMurtry, Lonesone Dove, Einaudi

La natura è un dio immanente, capace di colmare gli occhi degli uomini di indicibile meraviglia e di flagellarne le membra e spezzarne lo spirito con la furia delle tempeste, la calura soffocante e implacabile, i morsi rabbiosi del gelo, l’astuzia predatoria degli animali selvaggi. Burattini su un palcoscenico sconfinato fatto soltanto di cielo e di orizzonti che costringono lo sguardo ad arrancare lungo una vertigine d’assenza, gli uomini, sconsiderati figli del respiro del vento e di una terra muta che è polvere ed erba, attraversano gli anni al riparo delle rozze consuetudini dell’amicizia virile, nello spontaneo affratellarsi figlio della guerra, nell’affetto incrollabile e primitivo che unisce l’animale al suo padrone rendendoli una cosa sola di fronte alle fortune e alla disgrazie e nell’inafferrabilità dell’amore, le cui segrete vie sono cammino d’esaltazione o dura marcia di sofferenza, spesso entrambe le cose. Continua a leggere Un’eroica, tragica odissea

L’amore e il dio immanente

Cormac McCarthy, Città della pianura, Einaudi
Cormac McCarthy, Città della pianura, Einaudi

Donare parole a ciò che è per sua natura inesprimibile, dare voce al maestoso silenzio della natura e ai suoi ritmi eterni, ai colori dell’alba e alla luce obliqua del tramonto, al confuso odorare della terra, al sordo tambureggiare del tuono, al grigiore indistinto ma vivo e terribile del cielo che annuncia lo scatenarsi della tempesta, al tenace fragore del fiume, significa fronteggiare l’assoluto e adottarne il codice espressivo, significa vestirsi d’immortalità, significa far coincidere in un unico gesto la nuda contemplazione del mondo e la sua descrizione, come fossero l’una la naturale emanazione dell’altra, come se a legare questi due momenti fosse una spirituale concatenazione di causa ed effetto. “Una notte eravamo sul Platte River, vicino a Ogalalla, e io mi ero messo a dormire sotto la mia coperta, un po’ fuori dal bivacco. Era una notte illuminata dalla luna, più o meno come stasera. Faceva freddo. Era primavera. Mi svegliai di colpo, probabilmente le avevo sentite nel sonno, e dappertutto c’era questo immenso fruscio, e non erano altro che oche selvatiche, a migliaia, che risalivano il fiume in volo. Continuarono a passare e passare per quasi un’ora. Oscuravano la luna. Pensai che il bestiame si sarebbe agitato, invece non fu così. Mi alzai e feci qualche passo sempre tenendo gli occhi al cielo, e alcuni degli altri giovani cowboy si erano alzati anche loro, svestiti com’erano, e così ce ne restammo lì, naso all’aria con i nostri mutandoni di lana addosso. E sentivamo solo questo fruscio. Gli uccelli volavano molto alti, il rumore che facevano non era forte, per niente, e io non avrei mai pensato che una cosa del genere potesse svegliarci e tenerci lì inchiodati a quel modo. Fra i cavalli ce n’era uno di nome Boozer, abituato a lavorare di notte, e il vecchio Boozer mi venne vicino. Penso che anche lui s’immaginasse che il bestiame si sarebbe svegliato, invece niente. E il bello è che erano bestie piuttosto nervose”. Miracolosa come una creazione dal nulla, partecipe, nella sua essenza, della perfetta circolarità della natura, dell’infinito alternarsi di nascita e morte, di crepuscolo e aurora, la scrittura di Cormac McCarthy si fa, in Città della pianura, magnifico capitolo conclusivo della sua Trilogia della pianura (degli altri due romanzi che compongono questo indimenticabile affresco, Cavalli selvaggi e Oltre il confine, ho già scritto in questa sede), lirica della vita, grammatica dell’esistenza. Il grande autore americano spinge la sua prosa densa e ricchissima in uno spazio nel medesimo tempo concreto e metafisico, in un luogo che appartiene in egual misura alla carne e all’anima. In questo luogo dai contorni geografici netti eppure sfuggenti (siamo, ancora una volta, al confine fra Texas e Messico) si muovono John Grady Cole e Billy Parnham, protagonisti dei due primi romanzi della trilogia; cowboy entrambi, lavorano in un ranch, adattandosi, quasi senza accorgersene, al procedere sempre uguale della natura, al suo respiro, alla sua muta sorveglianza delle umane cose. Tutto, in loro e attorno a loro, sembra partecipare di una misteriosa armonia, tutto convive in un’unità di opposti che non assicura né giustizia né felicità, che è bellezza e orrore, splendore e miseria e che soprattutto è equilibrio, tanto più puro e intoccabile e degno di rispetto quanto più distante dalle precarie leggi istituite dall’uomo.

Di questo tutto, che niente tollera al di la di sé, è parte anche l’amore che consuma, fino a bruciarli, il cuore e i sensi di John Grady, stregato da una ragazza di sedici anni bella come può esserlo un cielo trapunto di stelle, o l’ombra dolce di una collina stagliata contro il cielo all’imbrunire, o la semplice, irraggiungibile immensità di una piana alluvionale che si offre nuda allo sguardo di coloro che l’attraversano. Sottoposto, come lo sono il cielo e gli alberi, ai decreti immutabili di quella divinità immanente che è la rete di tutte le cose, la circonferenza infinita della natura, l’amore, così come l’uomo lo sperimenta nei propri pallidi affari di ogni giorno, non è che ombra e illusione; John Grady Cole, parte di un organismo più grande e multiforme che ha per identica voce il sospiro dell’uomo e il soffio del vento, il nitrito del cavallo e lo schioccare del ceppo di legna morso dal fuoco di un bivacco, costretto ad arrendersi a un ordine che nel comprenderlo e nell’accettarlo lo sovrasta, dovrà soccombere al proprio destino, arrendersi all’impossibilità di un futuro che non è stato scritto per lui. 

Sublime e tragico dramma d’amore di morte, Città della pianura è un romanzo di travolgente bellezza, una riflessione potente e commossa sull’enigmatico rapporto che lega l’uomo al mondo e ai suoi simili, sul quel ponte d’arcobaleno fascinoso e quasi privo di consistenza come lo sono il mito e la leggenda, gettato tra l’esistere del singolo e l’incessante formicolare di vita che da ogni parte lo compenetra.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Raul Montanari. Buona lettura.

Si fermarono sulla soglia, pestarono gli stivali a terra per scrollare via la pioggia, sventolarono il cappello e si asciugarono l’acqua dalla faccia. Fuori, nella strada, la pioggia sferzava l’acqua stagnante facendo ondeggiare e ribollire il verde e il rosso sgargianti delle luci al neon, e le gocce pesanti danzavano sui tetti d’acciaio delle automobili parcheggiate lungo il bordo del marciapiede.

Vite sacrificate sull’altare di irrealizzabili sogni

Recensione di “Cavalli selvaggi” di Cormac McCarthy

Cormac McCarthy, Cavalli selvaggi, Einaudi
Cormac McCarthy, Cavalli selvaggi, Einaudi

“Frasi che possono dare la vita o impartire la morte”. Così Saul Bellow definisce la prosa di Cormac McCarthy, il suo linguaggio splendido e violento, radicato nella viva primordialità della terra e scintillante di perfezione e dolore. Il raccontare di McCarthy ha il ritmo lento e inarrestabile della memoria e il respiro incessante dell’eternità della natura; sembra procedere a ritroso nel tempo, seguire un percorso di verità e d’essenza che assume il carattere prezioso di un conoscere non mediato e la forma perfetta di una riscoperta, di un viaggio all’origine stessa del mondo. Battezzati nel sangue e nella fatica, gettati nella vita e forgiati in essa, nella sua sovrumana indifferenza, i personaggi di McCarthy – uomini, ragazzi e donne in perpetua lotta con se stessi, esseri perduti le cui esistenze, sacrificate sull’altare di irrealizzabili sogni, odorano di pioggia e d’erba, di albe e tramonti – palpitano di sentimenti ed emozioni, àncore cui ciascuno di essi s’aggrappa nel disperato tentativo di distinguersi dalla vastità infinita e silenziosa dell’orizzonte, dal deserto di cielo, nuvole e polvere che li circonda, da distese immense, incontrastato dominio dei cavalli, dinanzi alle quali il cuore palpita esaltato e sgomento, e ancora dalle rocce spolverate di rovi e dal profilo lontano delle montagne innevate e gelide, da quel paesaggio che ha la vastità di un incubo e la meraviglia continuamente rinnovata di un miracolo, ed è eco di un tempo sospeso, insieme reale e immaginario.

“Quando soffiava il vento da nord si sentivano gli indiani, i cavalli, il fiato dei cavalli, gli zoccoli foderati di cuoio, il tintinnio delle lance e il perpetuo frusciare dei travois trascinati sulla sabbia come enormi serpenti, i ragazzi nudi che montavano i cavalli bradi con la spavalderia dei cavallerizzi da circo spingendo altri cavalli bradi davanti a loro, i cani che trottavano accanto con la lingua fuori e gli schiavi seminudi che marciavano a piedi oppressi da pesanti fardelli e soprattutto la lenta litania dei canti che i cavalieri cantavano in viaggio; un popolo e il suo spirito che attraversavano in coro sommesso il deserto pietroso verso un’oscurità perduta alla storia e a ogni ricordo come un graal contenente la somma delle loro vite violente ed effimere”.

John Grady Cole, protagonista di Cavalli selvaggi, uno dei libri più belli e laceranti dello scrittore americano, primo capitolo della Trilogia della frontiera, ha sedici anni e del mondo non conosce che il ranch in Texas nel quale è cresciuto. Quando, alla morte del nonno, scopre che quel posto verrà venduto, decide di voltare le spalle alla famiglia e a tutto ciò che ama e di raggiungere a cavallo il Messico assieme al suo migliore amico, Lacey Rawlins. Il viaggio dei due giovani – cui presto si unisce un terzo compagno, un ragazzino misterioso che forse è un ladro di cavalli, forse qualcosa di peggio, forse solo uno sfortunato innocente troppo fragile per quei luoghi e per coloro, uomini e animali, che li abitano, e che porta il nome di un annunciatore radiofonico, Jimmy Blevins – in un territorio aspro, al tal punto maestoso e ostile da parer plasmato dalla potenza e dalla collera di Dio (“Ogni tanto il gruppo passava accanto a una macchia di cholla. Sulle spine delle piante c’erano trafitti numerosi uccelli trascinati dal vento, piccole creature grigie e anonime impalate nell’atto di volare o afflosciate con le piume arruffate. Alcuni erano ancora vivi e al passaggio dei cavalli si contorcevano sulle spine sollevando il capo e pigolando, ma i cavalieri non si fermarono. Quando il sole s’alzò nel cielo il paesaggio cambiò colore e si tinse del verde acceso delle acacie e dei paloverde, del verde scuro dell’erba che costeggiava la strada e del rosso fuoco dei fiori dell’ocotillo, come se la pioggia fosse stata elettrica e avesse elettrizzato il territorio”), coincide con la perdita di un’innocenza primitiva che poco o nulla ha a che vedere con la tenue moralità degli uomini.
Sono infatti le regole sociali scritte dal più forte a proprio esclusivo beneficio, e le leggi imposte attraverso l’arbitrio della forza a sfregiare l’animo libero di John Grady Cole, a impedirgli di amare la bellissima Alejandra, figlia del proprietario del ranch in Messico presso cui lui e l’amico Rawlins avevano trovato lavoro, e a punirlo duramente per la sua passione bruciante, sincera, inestinguibile. Ostinatamente fedele a se stesso, John Grady Cole è un eroe destinato alla sconfitta (nello stesso modo in cui lo è la giovane Alejandra) ma non un vinto, poiché là dove egli vive davvero, in quella terra di inspiegabile splendore che si estende tra Texas e Messico, non c’è spazio che per l’assoluto.
Romanzo di impressionante potenza espressiva, Cavalli selvaggi è un assoluto capolavoro letterario. Un libro folgorante, bellissimo, atroce, indimenticabile. Cormac McCarthy è una delle voci più limpide e significative della letteratura contemporanea, un autore che non si può ignorare.
Eccovi l’incipit (la traduzione, edizione Einaudi, è di Igor Legati). Buona lettura.

La fiamma della candela e la sua immagine riflessa nello specchio si contorsero e si raddrizzarono quando entrò nell’ingresso e di nuovo quando chiuse la porta. Si tolse il cappello, avanzò lentamente facendo scricchiolare il pavimento di legno sotto gli stivali e rimase in piedi, vestito di nero, davanti allo specchio scuro nel quale i pallidi gigli si protendevano dall’esile vaso di cristallo. Nel freddo corridoio alle sue spalle, alle pareti rivestite di legno erano appesi i ritratti, incorniciati sotto vetro e fiocamente illuminati, di alcuni avi che conosceva solo vagamente. Abbassò lo sguardo sul mozzicone di una candela gocciolante, lasciò l’impronta del pollice nella cera tiepida colata sul ripiano di quercia e guardò quel viso smunto affondato fra le pieghe del raso funebre, i baffi ingialliti e le palpebre sottili come carta. No, non era sonno. Non era affatto sonno. Fuori faceva buio e freddo e non tirava un alito di vento. In lontananza un vitello muggì lamentosamente. Lui rimase in piedi col cappello in mano. Da vivo non ti pettinavi mai così, mormorò.

Il drive-in alla fine del mondo

 

L’Orbit è un drive-in, il più grande del Texas, probabilmente il più grande mai esistito. Ed è un’attrazione irresistibile, specie il venerdì sera, quando sui suoi sei maxischermi si proiettano senza sosta i film della Grande Nottata Horror. Un appuntamento che attrae folle oceaniche, file interminabili di auto, legioni di appassionati di ogni età pronti a godersi ore e ore di libertà assoluta tra pellicole che rigurgitano violenze di ogni sorta. L’Orbit è una zona franca in cui tutto è permesso; è il luogo d’elezione per gli amanti delle mattanze cinefile, ma anche il ricovero perfetto per giovani fidanzati in cerca di reciproca soddisfazione; è un rumoroso cortile di casa dove organizzare un barbecue con amici e perfino la meta di tranquille famiglie desiderose di trascorrere una serata “diversa dal solito”. Ma soprattutto è l’ambientazione, il “set” (e il termine non è casuale) della trilogia di Joe R. Lansdale (in Italia pubblicata da Einaudi, nell’eccellente traduzione di Vittorio Curtoni, Delio Zinoni e Alfredo Colitto, con il titolo di Drive-in La trilogia), vorticoso affresco letterario dominato dal caos, dall’assurdo, dalla follia, e naturalmente dal più puro orrore. Narratore brillantissimo, dotato di una dirompente forza comica e di una visionarietà esplosiva, Lansdale costruisce un vibrante “romanzo in tre atti” – è consigliabile leggere la trilogia in un’unica soluzione per apprezzarla come merita – una sceneggiatura delirante (ma che conserva una propria ferrea coerenza interna) che, abbandonato presto tutto ciò che siamo abituati a considerare normale, ordinario, sensato, precipita protagonisti e lettori in una dimensione parallela fatta d’oscurità (reale e metaforica) e dominata da unico dio: la morte. Accade tutto in un attimo; nel pieno della Grande Nottata Horror, una cometa appare in cielo, o per dir meglio quel che si vede è qualcosa di indistinto, di un acceso colore rosso, che sembrerebbe una cometa se, a un certo punto del suo viaggio verso il drive-in non si mettesse a sorridere. E quel sorriso, proprio come il si gira! di un regista, cambia per sempre ogni cosa. Le tenebre si fanno più dense, acquistano consistenza, circondano il drive-in rendendo impossibile a tutti la fuga (chi ci prova, semplicemente scompare, inghiottito da quel buio misterioso), e lasciano gli spettatori alle prese con la loro nuova vita, diventata d’improvviso sopravvivenza. Impossibilitati ad andarsene, alle prese prima con la scarsità di cibo e bevande (non ci sono che popcorn, snack e bibite gassate vendute nei chioschi), poi con il loro esaurimento, uomini e donne non ci mettono molto a perdere ogni pudore, ogni inibizione. E così la violenza, fino a poco prima “imprigionata” nella pellicola, nei singoli fotogrammi, deflagra tra i reclusi del drive-in, che in un’orgia di abiezioni si danno allo stupro, all’omicidio, al cannibalismo, finché a regalar loro uno scampolo di senso non giunge una creatura deforme, il Re del Popcorn, il cui corpo è l’abominevole risultato della fusione di due persone. Non è il caso di riassumere quel che accade da questo momento in poi, basti dire che la fantasia di Lansdale corre senza freni affastellando, in un febbrile crescendo creativo, dinosauri e diluvi universali (o almeno una loro dignitosissima replica), pesci gatto delle dimensioni di un hangar e cowboy sadomasochisti con un televisore al posto della faccia, creature aliene che sembrano prese di peso dai film degli Anni 50, ologrammi tecnologicamente avanzatissimi e perfino una Città di Merda, così ribattezzata dai suoi abitanti.
Ricordi (nel secondo libro della trilogia l’autore cita anche la propria città natale, Nacogdoches, in Texas, assumendosi “la responsabilità dei commenti tanto positivi quanto negativi su di essa”) amori (il cinema horror prima di tutto, e il drive-in, va da sé), ossessioni (ancora il cinema horror e il drive-in), illusioni e inevitabili delusioni (la letteratura, o almeno certa letteratura: “il sole filtrava dalla finestra e faceva sembrare ancora più vivaci i dorsi rossi e gialli dei volumi di astrologia e numerologia”, scrive Lansdale. “Avevo cercato di credere in quei piccoli bastardi, ma la vita e la realtà continuavano a fare a botte con loro […]. C’era anche uno di quei libri moderni, tanto alla moda, che raccontava che io credevo di essere un fesso, ma in realtà non lo ero. Quello mi era piaciuto più di tutti, finché non avevo realizzato che chiunque avesse i soldi per comperare il libro diventava un tizio con un bel cervello. E l’idea mi aveva, per così dire, sgonfiato le gomme”) sono il magmatico materiale narrativo di questi romanzi. Lansdale offre al lettore un assaggio della sua giovinezza, uno scorcio della sua vita, poi sovverte le regole e lascia che a guidare la sua scrittura sia l’arbitrio imprevedibile della fantasia, dell’invenzione fine a se stessa. E per quanto pazzesca, la sua architettura regge, perché si fonda su una prosa instancabile, vulcanica, spassosa e atroce, che pagina dopo pagina soffia vita ed entusiasmo al racconto. Poco importa che verso la fine del viaggio l’esercizio letterario dello scrittore americano mostri la corda, che il suo funambolismo linguistico perda mordente, che l’insistito ricorso alla metafora scricchioli e il vezzo di braccare similitudini decada in stucchevole maniera… in fondo, sono accadute così tante cose che è del tutto normale che il narratore sia stanco, anzi sfinito. A ben guardare, quel che conta è che ci abbia portato con sé.
Scrive Niccolò Ammaniti: “Io consiglierei a un analfabeta di imparare a leggere solo per poter conoscere Lansdale”. Non potrei essere più d’accordo.
Eccovi l’inizio del primo romanzo, intitolato Il drive-in (un film di serie B con sangue e popcorn, made in Texas). Buona lettura.
Scrivo dei giorni prima che le cose impazzissero, quando c’era da dire addio alle superiori, pensare all’università, alle ragazze, ai party, e alla Grande Nottata Horror del venerdì al drive-in Orbit, quello a fianco dell’Interstatale 45, il più grande drive-in del Texas. Del mondo intero, a dire il vero, anche se dubito che esistano molti drive-in, per esempio, in Jugoslavia.
Pensateci un momento. Ripulite la mente da tutto il resto e vedete se riuscite a immaginare un drive-in tanto grande da poter contenere quattromila automobili. Voglio dire, pensateci sul serio.
Quattromila.
Viaggiando verso l’Orbit, ci capitava spesso di attraversare cittadine con un numero di abitanti inferiore a quattromila scritto sul cartello segnaletico. E considerate che ognuna delle automobili conteneva in genere almeno due persone, spesso di più (senza contare quelle nascoste nei bagagliai), e starete pensando a un sacco di automobili e di persone.
E una volta all’interno, riuscite a immaginare sei mostruosi schermi da drive-in, alti sei piani, con sei pellicole diverse proiettate contemporaneamente?
Anche se riuscite a immaginare tutto questo, è impossibile, se non ci siete mai stati, che riusciate a immaginare quello che succede il venerdì sera, quando il biglietto d’ingresso costa due dollari e le automobili si mettono in fila per la Grande Nottata Horror, per incollare gli occhi su sei schermi che grondano secchi di sangue e sparano decibel di urla dal tramonto all’alba.