Tom Wolfe wants you

Recensione di “Il falò delle vanità” di Tom Wolfe

Tom Wolfe, Il falò delle vanità, Mondadori

È senz’altro azzardato annoverare Tom Wolfe tra i grandi nomi del romanzo americano. Le sue opere risultano datate, prive del respiro universale che caratterizza i capolavori, le analisi sociologiche superficiali (più occhiate distratte alla realtà che studi rigorosi, “matti e disperatissimi”), i temi scelti semplici, immediati, a prima vista quasi scontati. Eppure… eppure, tra coloro che praticano il mestiere della scrittura, Wolfe merita un posto d’onore. Il motivo? Più d’uno. La divertita leggerezza delle sue pagine, in grado di avvincere, di non stancare mai; la capacità di orchestrare, intrecciandole magistralmente, le vicende (quasi sempre tragicomiche) dei numerosi protagonisti che animano i suoi libri, e più di tutto il rassicurante senso di giustizia distributiva che permea ogni storia. Non la scontata, meccanica (e moralista) assegnazione di fortune e disgrazie in premio alla virtù e a castigo dei vizi esibiti dai personaggi nel corso delle vicende narrate, ma una sorta di “vigile” casualità che soddisfa il nostro appetito di giustizia (spesso sommaria) senza minare la credibilità dell’insieme. Bravo Wolfe, dunque, bravo davvero. A chi non l’ha mai avvicinato, suggerisco di cominciare con quello che è il suo romanzo più famoso, Il falò delle vanità (evitate, vi prego, il film che ne ha tratto Brian De Palma nel 1990), un tuffo nostalgico negli Anni Ottanta dell’alta finanza e delle speculazioni borsistiche (con una spolverata di questione razziale e, come suggerisce il titolo, generose dosi di grottesco amor di sé sparse a piene mani). Continua a leggere Tom Wolfe wants you

La sciocca presunzione di chi sogna di guidare la realtà

 

Charlie Croker è un imprenditore milionario, un uomo di successo, sicuro di sé, vitale, sempre a caccia di nuove sfide. Non è più un ragazzo, è vero, ma all’inevitabile avanzare dell’età ha opposto l’argine che tutti gli uomini (facoltosi o meno che siano) oppongono: il divorzio dalla prima moglie, sua coetanea o quasi, e le nuove nozze con una ragazza, incantevole e soprattutto molto, molto più giovane di lui. Charlie Croker è con ogni probabilità l’uomo più conosciuto e ammirato di Atlanta; è qui, infatti, che ha costruito molti dei grattacieli che punteggiano la città, uno più elegante dell’altro, qui che si è realizzato professionalmente, qui che è diventato una celebrità. Ma ora Atlanta sembra avergli voltato le spalle. Croker infatti è nei guai; si è lanciato in un’ardita speculazione edilizia, certo che il suo coraggio avrebbe ancora una volta pagato, e di colpo si è ritrovato a dover fare i conti con un colossale fallimento. Il suo ultimo gioiello architettonico, il faraonico Croker Concourse – un monumento a se stesso travestito da grattacielo con annessi e connessi più che un complesso abitativo destinato a ospitare appartamenti e uffici – non ha suscitato nessun interesse; quasi tutti gli spazi sono rimasti invenduti e non c’è modo di rientrare delle spese sostenute, e di restituire i prestiti concessi dalle banche, se non intaccando profondamente il patrimonio. In una parola, Charlie Croker è sull’orlo della bancarotta. Ed è uno dei personaggi chiave di Un uomo vero di Tom Wolfe, tragicomico affresco dell’odierna società e dei suoi (falsi) miti fondanti, quello del denaro in primo luogo. Lo scrittore americano prende le mosse dalle vicende individuali, raccontate con ironia, con un’amara perfidia che svela la tragedia al di là della commedia, per aprirsi al generale, a un’analisi sociale, politica ed economica tanto lucida quanto scomoda. Insieme alle disavventure di Croker, alla descrizione della sua parabola discendente, Wolfe narra altri infortuni, altre derive, e fa in modo che ognuna di esse simboleggi (o meglio rispecchi) un tema; quella del giovane campione di football Fareek Fanon, ragazzo di colore salvatosi dal ghetto e della miseria grazie alle proprie doti atletiche che viene accusato di aver violentato la figlia di un uomo d’affari bianco amico di Croker – ed ecco comparire la questione razziale, ancora oggi una ferita aperta per l’America e il suo spirito libertario – e quella di Conrad Hensley, un uomo qualunque che desidera soltanto migliorare le proprie condizioni di vita e che un brutto giorno, senza aver fatto alcunché di sbagliato, si ritrova disoccupato, licenziato da un’azienda del gruppo Croker, in crisi come tutto il resto dell’impero economico di quell’uomo. L’improvviso rovescio coglie del tutto impreparato Hensley, che non riesce più a rialzarsi e, come in un girone infernale, peggiora progressivamente, fino a conoscere l’umiliazione della prigione (e qui Wolfe invita il lettore a interrogarsi sulla responsabilità personale e sui suoi limiti. È vero, Hensley non ha colpe, è una vittima, ma la consapevolezza dell’ingiustizia subita quanto può giustificare la sua resa?).
Seguendo questi tre destini, differenti ma strettamente legati tra loro, Wolfe dipinge un malessere esistenziale diffuso, un disordine (anche morale) che è prima di tutto confusione di ruoli, incapacità di guardare la realtà, di comprenderla, e contemporaneamente volontà (cieca, volgare e in ultima analisi sciocca) di guidarla, di piegarla ai propri desideri. La prosa di Wolfe, raffinatissima, si permette di crogiolarsi nell’esercizio di stile quando disegna gli ambienti, sia quelli sfarzosi ed eccessivi dell’upper class, sia quelli miseri delle periferie e dei quartieri neri, ma è scintillante, elettrizzante ed eccezionalmente felice nelle caratterizzazioni, e i dialoghi, in più di un’occasione rivelatori della complessa psicologia dei personaggi (e soprattutto delle loro debolezze), sono sempre esplosivi, fiammeggianti, potenti. È attraverso l’immediatezza del discorso diretto che Wolfe mostra al lettore la sostanziale inconsistenza di Croker, deciso a non arrendersi all’evidenza del proprio fallimento; e ancora la rabbia, mascherata da dignità, di Fareek, che neppure di fronte al proprio avvocato (anch’egli di colore) abbandona gli atteggiamenti da “delinquente da ghetto”, convinto in questo modo di rispettare il proprio passato; e infine la disperazione, che giorno dopo giorno si fa impotenza, di Conrad Hensley, in attesa di riscuotere il credito che vanta con la vita, con il destino.
Un uomo vero è prima di tutto un romanzo piacevolissimo, una lettura che diverte, e proprio per questo appassiona (molti i capitoli indimenticabili, come per esempio “Le bisacce” – il titolo si riferisce alle macchie di sudore sotto le ascelle che il responsabile recupero crediti della banca in affari con Croker aveva fama di far comparire sulle camicie di chiunque avesse a che fare con lui – o quelli dedicati al risveglio di Hensley, folgorato dalla lettura del Manuale di Epitteto), ma è anche la desolante fotografia di un microcosmo in rovina. Il nostro microcosmo.
Eccovi l’incipit del romanzo, ottimamente tradotto da Giovanni Luciani. Buona lettura.
In sella al suo cavallo preferito, Charlie Croker tirò indietro le spalle per essere sicuro di stare dritto e trasse un profondo respiro… Ahhh, ecco la posizione giusta… Amava il modo in cui il possente torace gli si gonfiava sotto la tenuta cachi, e immaginava che tutti i partecipanti alla battuta di caccia avrebbero notato la sua presenza fisica. Tutti. Non solo i sette ospiti, ma anche i sei dipendenti e la giovane moglie, a cavallo dietro di lui vicino ai muli che tiravano il buckboard e il carro dei cani. Per sicurezza, allargò e gonfiò i muscoli più potenti della schiena, i latissimi dorsi, in una personale interpretazione di un pavone. Sua moglie, Serena, aveva solo ventotto anni, mentre lui ne aveva da poco compiuti sessanta ed era mezzo calvo, con una striscia di capelli ricci e grigi ai lati della testa e della nuca. Non perdeva quasi mai l’occasione di rammentarle che corda spessa – anzi, che cavo d’acciaio – lo legasse ancora alla vitalità primitiva e animalesca della sua giovinezza.

Stavano attraversando i campi sconfinati di saggina della piantagione, a circa due chilometri di distanza dalla Big House. Quel giorno di fine febbraio, lì nell’estremo sud della Georgia, alle otto di mattina il sole era già così forte da far alzare la foschia dal suolo in spirali di fumo, creando un celestiale bagliore verde nel bosco di pini e illuminando la saggina di rossastre tonalità. 

I sogni impossibili, e colpevoli, di Emma

La citazione che non t’aspetti di Madame Bovary la offre Tom Wolfe nel divertente, e per certi versi assai istruttivo romanzo Io sono Charlotte Simmons (cui ho dedicato una delle prime schede di questo blog). Charlotte, brillante studentessa, sta seguendo all’università un corso avanzato di letteratura francese e l’argomento scelto dall’insegnante è il capolavoro di Gustave Flaubert. Scrive Wolfe: “Siamo in una scuola maschile… la prima frase dice […] ‘Stavamo facendo un compito quando entrò il preside, seguito da un ragazzo nuovo senza divisa e un bidello che trasportava un grande banco’ […]. E poi dice ‘Nell’angolo dietro la porta si intravedeva appena un ragazzo di campagna più alto di tutti noi’ […]. Ora, come vedete, Flaubert inizia il romanzo con ‘Stavamo facendo un compito’ e ‘più alto di tutti noi’, perché evidentemente si riferisce ai compagni di scuola di Charles Bovary, ma poi non usa più la prima persona plurale, e più avanti nella storia questi ragazzi non si vedranno più. Dunque, c’è qualcuno che mi spiega perché Flaubert procede in questo modo?”. Ed ecco la risposta di Charlotte Simmons: “Be’, penso che usi il plurale perché il primo capitolo illustra la vita di Charles Bovary fino al momento dell’incontro con Emma. Il resto del capitolo è scritto come una lunga biografia ma Flaubert non voleva cominciare il romanzo in questo modo […]. Lui era convinto che per farsi seguire dal lettore bastasse descrivere una scena reale con i dettagli più significativi. Con il primo capitolo vuole dimostrare che Charles è un uomo rozzo, di campagna, e lo resterà sempre, anche se poi diventa medico […]. Quindi, all’inizio del libro, Charles è descritto come noi, inteso come gli altri ragazzi, lo vediamo. E il modo in cui noi lo vediamo è così realistico che, per il resto del romanzo, non dimentichiamo più che Charles è solo un povero imbecille”.
La concreta, palpabile pochezza di Charles Bovary, la realtà (che forse sarebbe più esatto definire verità) della sua condizione, che Flaubert rappresenta con impeccabile finezza stilistica e implacabile potenza espressiva, non è un semplice espediente narrativo, bensì la chiave di lettura dell’intera opera. Nel raccontare, con tragica consequenzialità, il progressivo naufragio esistenziale di una donna incapace di comprendere quanto il completo abbandono alla voluttà dei sogni e dei desideri sia una resa alla vita, una dimostrazione di viltà e non l’incolpevole espressione di una sensibilità non comune, il grande scrittore francese, pur senza far mancare alla sua eroina umana pietà, nega alle sue scelte, alle sue azioni, ogni giustificazione. Emma, infatti, sa benissimo – e il lettore con lei – che il marito, sposato se non esclusivamente per cinico calcolo d’interesse, certo con deprecabile leggerezza, non possiede nessuna particolare attrattiva (è benestante, anche se non quanto Emma desidererebbe, e qui si esaurisce il suo fascino), ma questo incontestabile dato di fatto non può in alcun modo essere un alibi per lei. Perché la sua decisione di tradire il marito in più di un’occasione, il febbrile afflato religioso cui ricorre dopo una cocente delusione amorosa, il folle tenore di vita che si concede, non sono una reazione alla nullità di Charles, né sorgono dallesplodere di una nuova e travolgente passione, ma, come acutamente osserva Mario Lunetta, dipendono per intero dal “vampirismo” di Emma. “Emma è un vampiro che si nutre nello stesso tempo del sangue altrui e del proprio. Morirà, alla fine, del suo vampirismo, che non è capace di procurarle altro che appetiti e desideri sempre ulteriori, e quindi un’infelicità sempre più vorticosa, alla cui tremenda accelerazione di ritmo ella non sarà più in grado di reggere”.
Indimenticabile “ritratto di signora”, Madame Bovary esplora con impressionante radicalità il disordine, la malattia morale della borghesia, un mondo all’apparenza trasparente, limpido, sicuro di sé e soddisfatto, ma in realtà nudo e fragile di fronte alla vita. Esposto alle sue tentazioni, e  allo stesso tempo vittima e complice dei tranelli che tende.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.
Eravamo in aula a studiare, quando entrò il rettore seguito da un nuovo vestito in borghese e da un bidello che portava un grande banco. Quelli che dormivano si svegliarono. Tutti si alzarono come se fossero stati sorpresi nel fervore del lavoro.
Il rettore ci fece cenno di sedere, poi rivolto all’assistente: – Signor Roger – disse a mezza voce, – le raccomando questo allievo. Entra in quinta. Se il suo profitto e la sua condotta lo meriteranno, passerà tra i grandi, come vorrebbe la sua età.
Il nuovo se ne stava rincantucciato dietro la porta. Lo si vedeva appena. Era un ragazzotto di campagna sui quindici anni, più alto di tutti noi. Portava i capelli tagliati di netto sulla fronte come un chierico di villaggio, aveva l’aria giudiziosa e molto imbarazzata. Benché non fosse largo di spalle, il giacchettone di panno verde a bottoni neri lo stringeva al giro delle maniche. Attraverso l’apertura dei risvolti si scorgevano i polsi arrossati, avvezzi a stare scoperti. Le gambe, infilate nelle calze azzurre, venivano fuori da un paio di pantaloni giallastri tirati dalle bretelle. Portava scarpe grosse, lucidate male e con le suole chiodate.
Cominciammo a ripetere le lezioni. Egli ascoltava tutto orecchi, attento come se fosse alla predica. Non ardiva nemmeno incrociare le gambe, né appoggiarsi sul gomito. Alle due, quando suonò la campanella, l’assistente dovette avvertirlo di mettersi in fila con noi.
Avevamo l’abitudine, entrando in classe, di scaraventare per terra i nostri berretti per aver subito le mani libere. Bisognava farli volare di sulla soglia fin sotto il banco, in maniera che, andando a sbattere contro il muro, sollevassero molta polvere. Era la regola.