I colpevoli e impossibili sogni di Emma

Recensione di “Madame Bovary” di Gustave Flaubert

Gustave Flaubert, Madame Bovary, Mondadori

La citazione che non t’aspetti di Madame Bovary la offre Tom Wolfe nel divertente, e per certi versi assai istruttivo romanzo Io sono Charlotte Simmons (recensito qui). Charlotte, brillante studentessa, sta seguendo all’università un corso avanzato di letteratura francese e l’argomento scelto dall’insegnante è il capolavoro di Gustave Flaubert. Scrive Wolfe: “Siamo in una scuola maschile… la prima frase dice […] ‘Stavamo facendo un compito quando entrò il preside, seguito da un ragazzo nuovo senza divisa e un bidello che trasportava un grande banco’ […]. E poi dice ‘Nell’angolo dietro la porta si intravedeva appena un ragazzo di campagna più alto di tutti noi’ […]. Ora, come vedete, Flaubert inizia il romanzo con ‘Stavamo facendo un compito’ e ‘più alto di tutti noi’, perché evidentemente si riferisce ai compagni di scuola di Charles Bovary, ma poi non usa più la prima persona plurale, e più avanti nella storia questi ragazzi non si vedranno più. Dunque, c’è qualcuno che mi spiega perché Flaubert procede in questo modo?”. Ed ecco la risposta di Charlotte Simmons: “Be’, penso che usi il plurale perché il primo capitolo illustra la vita di Charles Bovary fino al momento dell’incontro con Emma. Il resto del capitolo è scritto come una lunga biografia ma Flaubert non voleva cominciare il romanzo in questo modo […]. Lui era convinto che per farsi seguire dal lettore bastasse descrivere una scena reale con i dettagli più significativi. Con il primo capitolo vuole dimostrare che Charles è un uomo rozzo, di campagna, e lo resterà sempre, anche se poi diventa medico […]. Quindi, all’inizio del libro, Charles è descritto come noi, inteso come gli altri ragazzi, lo vediamo. E il modo in cui noi lo vediamo è così realistico che, per il resto del romanzo, non dimentichiamo più che Charles è solo un povero imbecille”. Continua a leggere I colpevoli e impossibili sogni di Emma

L’uomo e l’ambiente

Recensione di “Io sono Charlotte Simmons” di Tom Wolfe

Tom Wolfe, Io sono Charlotte Simmons, Mondadori

Con ogni probabilità, la più argomentata confutazione della tesi che sostiene l’esistenza di un rapporto diretto di influenza tra l’uomo e il suo ambiente (con il secondo che agisce sul primo) la si deve allo scrittore americano Tom Wolfe, che ha scelto, per esporla e dimostrarne, se non l’esattezza scientifica, di certo l’incontestabile verità immediata, il mezzo espressivo che meglio domina e più lo rappresenta: il romanzo. Io sono Charlotte Simmons è nello stesso tempo una storia di formazione, un perfido esercizio di stile, un divertissement letterario che ha come proprio bersaglio una spietata critica sociale e soprattutto un ritratto al vetriolo del sistema dell’istruzione superiore americana. È infatti nel cuore di quell’eccellenza tanto sbandierata quanto universalmente riconosciuta, nel centro esatto di quel microcosmo di abbacinante splendore dove in perfetto equilibrio convivono (o almeno così sembra a prima vista) tradizione e modernità, dove il diritto alla studio è una realtà e dove le sole chiavi d’accesso ai più prestigiosi atenei sono merito e capacità, che egli ambienta il suo racconto. È qui, in questa sorta di “paradiso realizzato dalla mano dell’uomo”, più precisamente nello splendore della Dupont University, che giunge, proveniente dal North Carolina, Charlotte Simmons, ragazza raffinata, beneducata, di notevole cultura, nonché, ed è questa la cosa che conta di più, studentessa così brillante da essersi meritata una borsa di studio. Continua a leggere L’uomo e l’ambiente

Tom Wolfe wants you

Recensione di “Il falò delle vanità” di Tom Wolfe

Tom Wolfe, Il falò delle vanità, Mondadori

È senz’altro azzardato annoverare Tom Wolfe tra i grandi nomi del romanzo americano. Le sue opere risultano datate, prive del respiro universale che caratterizza i capolavori, le analisi sociologiche superficiali (più occhiate distratte alla realtà che studi rigorosi, “matti e disperatissimi”), i temi scelti semplici, immediati, a prima vista quasi scontati. Eppure… eppure, tra coloro che praticano il mestiere della scrittura, Wolfe merita un posto d’onore. Il motivo? Più d’uno. La divertita leggerezza delle sue pagine, in grado di avvincere, di non stancare mai; la capacità di orchestrare, intrecciandole magistralmente, le vicende (quasi sempre tragicomiche) dei numerosi protagonisti che animano i suoi libri, e più di tutto il rassicurante senso di giustizia distributiva che permea ogni storia. Non la scontata, meccanica (e moralista) assegnazione di fortune e disgrazie in premio alla virtù e a castigo dei vizi esibiti dai personaggi nel corso delle vicende narrate, ma una sorta di “vigile” casualità che soddisfa il nostro appetito di giustizia (spesso sommaria) senza minare la credibilità dell’insieme. Bravo Wolfe, dunque, bravo davvero. A chi non l’ha mai avvicinato, suggerisco di cominciare con quello che è il suo romanzo più famoso, Il falò delle vanità (evitate, vi prego, il film che ne ha tratto Brian De Palma nel 1990), un tuffo nostalgico negli Anni Ottanta dell’alta finanza e delle speculazioni borsistiche (con una spolverata di questione razziale e, come suggerisce il titolo, generose dosi di grottesco amor di sé sparse a piene mani). Continua a leggere Tom Wolfe wants you

La sciocca presunzione di chi sogna di guidare la realtà

 

Charlie Croker è un imprenditore milionario, un uomo di successo, sicuro di sé, vitale, sempre a caccia di nuove sfide. Non è più un ragazzo, è vero, ma all’inevitabile avanzare dell’età ha opposto l’argine che tutti gli uomini (facoltosi o meno che siano) oppongono: il divorzio dalla prima moglie, sua coetanea o quasi, e le nuove nozze con una ragazza, incantevole e soprattutto molto, molto più giovane di lui. Charlie Croker è con ogni probabilità l’uomo più conosciuto e ammirato di Atlanta; è qui, infatti, che ha costruito molti dei grattacieli che punteggiano la città, uno più elegante dell’altro, qui che si è realizzato professionalmente, qui che è diventato una celebrità. Ma ora Atlanta sembra avergli voltato le spalle. Croker infatti è nei guai; si è lanciato in un’ardita speculazione edilizia, certo che il suo coraggio avrebbe ancora una volta pagato, e di colpo si è ritrovato a dover fare i conti con un colossale fallimento. Il suo ultimo gioiello architettonico, il faraonico Croker Concourse – un monumento a se stesso travestito da grattacielo con annessi e connessi più che un complesso abitativo destinato a ospitare appartamenti e uffici – non ha suscitato nessun interesse; quasi tutti gli spazi sono rimasti invenduti e non c’è modo di rientrare delle spese sostenute, e di restituire i prestiti concessi dalle banche, se non intaccando profondamente il patrimonio. In una parola, Charlie Croker è sull’orlo della bancarotta. Ed è uno dei personaggi chiave di Un uomo vero di Tom Wolfe, tragicomico affresco dell’odierna società e dei suoi (falsi) miti fondanti, quello del denaro in primo luogo. Lo scrittore americano prende le mosse dalle vicende individuali, raccontate con ironia, con un’amara perfidia che svela la tragedia al di là della commedia, per aprirsi al generale, a un’analisi sociale, politica ed economica tanto lucida quanto scomoda. Insieme alle disavventure di Croker, alla descrizione della sua parabola discendente, Wolfe narra altri infortuni, altre derive, e fa in modo che ognuna di esse simboleggi (o meglio rispecchi) un tema; quella del giovane campione di football Fareek Fanon, ragazzo di colore salvatosi dal ghetto e della miseria grazie alle proprie doti atletiche che viene accusato di aver violentato la figlia di un uomo d’affari bianco amico di Croker – ed ecco comparire la questione razziale, ancora oggi una ferita aperta per l’America e il suo spirito libertario – e quella di Conrad Hensley, un uomo qualunque che desidera soltanto migliorare le proprie condizioni di vita e che un brutto giorno, senza aver fatto alcunché di sbagliato, si ritrova disoccupato, licenziato da un’azienda del gruppo Croker, in crisi come tutto il resto dell’impero economico di quell’uomo. L’improvviso rovescio coglie del tutto impreparato Hensley, che non riesce più a rialzarsi e, come in un girone infernale, peggiora progressivamente, fino a conoscere l’umiliazione della prigione (e qui Wolfe invita il lettore a interrogarsi sulla responsabilità personale e sui suoi limiti. È vero, Hensley non ha colpe, è una vittima, ma la consapevolezza dell’ingiustizia subita quanto può giustificare la sua resa?).
Seguendo questi tre destini, differenti ma strettamente legati tra loro, Wolfe dipinge un malessere esistenziale diffuso, un disordine (anche morale) che è prima di tutto confusione di ruoli, incapacità di guardare la realtà, di comprenderla, e contemporaneamente volontà (cieca, volgare e in ultima analisi sciocca) di guidarla, di piegarla ai propri desideri. La prosa di Wolfe, raffinatissima, si permette di crogiolarsi nell’esercizio di stile quando disegna gli ambienti, sia quelli sfarzosi ed eccessivi dell’upper class, sia quelli miseri delle periferie e dei quartieri neri, ma è scintillante, elettrizzante ed eccezionalmente felice nelle caratterizzazioni, e i dialoghi, in più di un’occasione rivelatori della complessa psicologia dei personaggi (e soprattutto delle loro debolezze), sono sempre esplosivi, fiammeggianti, potenti. È attraverso l’immediatezza del discorso diretto che Wolfe mostra al lettore la sostanziale inconsistenza di Croker, deciso a non arrendersi all’evidenza del proprio fallimento; e ancora la rabbia, mascherata da dignità, di Fareek, che neppure di fronte al proprio avvocato (anch’egli di colore) abbandona gli atteggiamenti da “delinquente da ghetto”, convinto in questo modo di rispettare il proprio passato; e infine la disperazione, che giorno dopo giorno si fa impotenza, di Conrad Hensley, in attesa di riscuotere il credito che vanta con la vita, con il destino.
Un uomo vero è prima di tutto un romanzo piacevolissimo, una lettura che diverte, e proprio per questo appassiona (molti i capitoli indimenticabili, come per esempio “Le bisacce” – il titolo si riferisce alle macchie di sudore sotto le ascelle che il responsabile recupero crediti della banca in affari con Croker aveva fama di far comparire sulle camicie di chiunque avesse a che fare con lui – o quelli dedicati al risveglio di Hensley, folgorato dalla lettura del Manuale di Epitteto), ma è anche la desolante fotografia di un microcosmo in rovina. Il nostro microcosmo.
Eccovi l’incipit del romanzo, ottimamente tradotto da Giovanni Luciani. Buona lettura.
In sella al suo cavallo preferito, Charlie Croker tirò indietro le spalle per essere sicuro di stare dritto e trasse un profondo respiro… Ahhh, ecco la posizione giusta… Amava il modo in cui il possente torace gli si gonfiava sotto la tenuta cachi, e immaginava che tutti i partecipanti alla battuta di caccia avrebbero notato la sua presenza fisica. Tutti. Non solo i sette ospiti, ma anche i sei dipendenti e la giovane moglie, a cavallo dietro di lui vicino ai muli che tiravano il buckboard e il carro dei cani. Per sicurezza, allargò e gonfiò i muscoli più potenti della schiena, i latissimi dorsi, in una personale interpretazione di un pavone. Sua moglie, Serena, aveva solo ventotto anni, mentre lui ne aveva da poco compiuti sessanta ed era mezzo calvo, con una striscia di capelli ricci e grigi ai lati della testa e della nuca. Non perdeva quasi mai l’occasione di rammentarle che corda spessa – anzi, che cavo d’acciaio – lo legasse ancora alla vitalità primitiva e animalesca della sua giovinezza.

Stavano attraversando i campi sconfinati di saggina della piantagione, a circa due chilometri di distanza dalla Big House. Quel giorno di fine febbraio, lì nell’estremo sud della Georgia, alle otto di mattina il sole era già così forte da far alzare la foschia dal suolo in spirali di fumo, creando un celestiale bagliore verde nel bosco di pini e illuminando la saggina di rossastre tonalità.