Sull’isola di Lewis, tra sofferenza e amore

Peter May, L'uomo di Lewis, Einaudi
Peter May, L’uomo di Lewis, Einaudi

La muta testimonianza della terra, e dell’oceano che la circonda e incessante ne frusta il volto di roccia e sabbia, non si cura dello scorrere del tempo. Immortale e irraggiungibile, la natura assiste all’affannarsi continuo dell’uomo, seppellendone nello sgretolarsi dei secoli ambizioni e amori, sacrifici e delitti, eroismi ed egoismi. Finché, dimentica come un dio distratto di tutto ciò che le profondità del suo cuore hanno stretto in un eterno abbraccio d’oscurità e morte, non restituisce a un presente ignaro e nudo e debole brandelli di memoria di dolore e sangue. Così, vite un tempo spezzate tornano, spettrali come nebbia, con il loro carico di innominabili segreti e patetiche fragilità, a sconvolgere altre vite, incatenandole a un destino spietato come una sentenza che non prevede appello e alla quale è impossibile sfuggire. Siamo di nuovo sull’isola di Lewis – teatro dello splendido romanzo giallo di Peter May L’isola dei cacciatori di uccelli (di cui ho già scritto in questo blog), primo capitolo di una trilogia – e la seconda opera dell’autore scozzese, ambientata in questo selvaggio lembo di terra e intitolata L’uomo di Lewis, ha i contorni, laceranti e indimenticabili, di un viaggio dolce, struggente e violentissimo nell’anima di un uomo, nei suoi anni di gioventù sottratti alla coscienza, all’affetto e al rimorso dall’incedere quasi militaresco della malattia; un viaggio che coinvolge, ben più di quanto ciascuno di loro desidererebbe, i protagonisti del primo romanzo: l’ormai ex poliziotto Fin McLeod, che ha deciso di lasciare il proprio lavoro e di tornare a vivere a Lewis, dove è nato e cresciuto, Marsaili, il più grande rimpianto di Fin, la donna che ha amato più di ogni altra (e dalla quale è stato riamato con intensità ancora maggiore) ma che nonostante questo non è stato capace di tenere accanto a sé, e il figlio di lei, che è figlio anche di Fin, anche se l’uomo non gli ha mai fatto da padre. Il personaggio principale della storia, infatti, è il padre di Marsaili, affetto da demenza senile e ricoverato in un centro per anziani, coinvolto suo malgrado, e praticamente a sua insaputa visto lo stato in cui si trova, in un’indagine aperta in seguito al ritrovamento di un cadavere perfettamente conservato. Al principio le autorità credono che i resti siano vecchi di centinaia d’anni, e che a mantenerli intatti sia stata la torba in cui erano sepolti, ma l’autopsia rivela la presenza di un tatuaggio su un braccio, un tatuaggio dedicato a Elvis Presley, che permette di stabilire con precisione il tempo in cui il corpo è rimasto celato: non più di cinquant’anni. Anche altre cose rivela l’autopsia; che il cadavere è stato oggetto di sevizie, che non si è trattato di morte accidentale né naturale ma di omicidio, e che il suo dna ha una forte compatibilità con quello di Tormod McLeod, il padre di Marsaili.

Nel tentativo di aiutare la donna che non ha mai smesso di amare, Fin, che sta anche cercando di dare un senso alla propria vita, naufragata dopo la morte del figlio (ucciso da un pirata della strada mai arrestato) e il divorzio dalla moglie, cerca di scoprire chi sia il cadavere ritrovato sulla spiaggia, e soprattutto cosa abbia a che fare con il vecchio Tormod. E la verità che poco alla volta riesce a recuperare, il lettore la scopre in parallelo assieme al papà di Marsaili, che, incapace di mettere ordine nell’inestricabile intrico emotivo del proprio mondo interiore e di raccontarlo agli altri, e prima di tutto alla figlia, rivive la sua giovinezza di amore, dolore, speranza e vendetta in lunghe, silenziose riflessioni che l’autore narra con commossa partecipazione, gettando una preziosa luce di sincerità e onestà intellettuale su brutalità e ingiustizie che soltanto qualche decennio fa erano all’ordine del giorno e che, all’ombra della parola di Dio masticata (e manipolata) dai suoi ministri, venivano contrabbandate per assistenza e beneficienza. Come nel primo romanzo (anche se, rispetto a quel lavoro, la descrizione d’ambiente, lì ricchissima, vorticosa, evocativa e terribile nel suo splendore, nelle pagine de L’uomo di Lewis risulta più sfumata, come fosse un sussurrato controcanto di tutto quel che accade), la prosa di Peter May è potente, fascinosa, carica di struggimento; genuina e vibrante come l’ardore della giovinezza e insieme stanca, disillusa e nonostante ciò non doma, come il bilancio di una vita attraversata da dolori e rimpianti eppure vissuta, con caparbietà, ostinazione, forza di volontà. E difesa, contro tutto e tutti.

Chi ha letto e amato L’isola dei cacciatori di uccelli di certo verrà conquistato anche da L’uomo di Lewis, romanzo di squisita fattura il cui unico difetto è in realtà qualcosa che somiglia a un pregio. Il libro, infatti, rende al meglio se letto non da solo ma dopo il primo, con il quale ha un evidente rapporto di dipendenza tematica. In attesa del terzo e ultimo atto.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Chiara Ujka. Buona lettura.
Su questisola sferzata dalle tempeste, a tre ore di distanza dalla costa nord-occidentale della Scozia, il poco terreno esistente, rubato alla roccia, concede alla gente cibo e calore. Ma ne accoglie dentro di sé anche i morti. E molto di rado, come oggi, ne restituisce uno. Il taglio della torba è unattività importante, che coinvolge lintera comunità. Famiglie, vicini, bimbi, tutti insieme si riversano nella brughiera mentre un dolce vento che soffia da sud-est asciuga i pascoli e tiene a bada i moscerini. Annag ha solo cinque anni. È il suo primo taglio della torba, quello che ricorderà per il resto della vita.