La chirurgica perversione

Recensione di “Il supplizio del legno di sandalo” di Mo Yan

Mo Yan, Il supplizio del legno di sandalo, Einaudi

Il chiavistello del re degli inferi, i 500 tagli, il supplizio del legno di sandalo. Tre diverse tecniche di tortura, atroci fin nel nome, promessa di indicibili sofferenze, sono nel medesimo tempo pretesto e sostanza narrativa dello splendido e terribile romanzo di Mo Yan intitolato Il supplizio del legno di sandalo. L’autore sceglie di raccontare attraverso una polifonia di voci e un rincorrersi nel tempo di vicende diverse che, come affluenti di un fiume, muovono verso la medesima acqua, rappresentata dalla più brutale e perfetta delle punizioni, quella del titolo. Siamo nella Cina d’inizio Novecento, destabilizzata dal disordine di una dinastia (i Qing) prossima al collasso, in balia dei capricci dell’imperatrice madre Cixi e degli abusi di potere dei suoi funzionari, diventata terra di conquista per le potenze occidentali e attraversata dal vento di ribellione dei Boxer. In questo scenario carico di tragedia si intrecciano le vicende di un magistrato di distretto leale e onesto, rispettoso delle leggi e leale al potere (ma anche alle prese con la propria coscienza, che si ribella a soprusi e ingiustizie), di una giovane donna di umili origini, sposata a un macellaio ingenuo al punto da sfiorare l’imbecillità, del padre di lei, attore di immenso talento e maestro dell’Opera dei Gatti, e del padre di lui, boia del Ministero delle Punizioni giunto ormai al termine della sua carriera, talmente esperto e consumato nell’arte di uccidere i nemici del popolo e dell’impero da essersi meritato la gratitudine dell’imperatrice. Continua a leggere La chirurgica perversione

Orwell, o della tortura

 

1984, assieme a La fattoria degli animali, è probabilmente il romanzo più noto di George Orwell. Queste righe, perciò, non sono in senso stretto un consiglio di lettura (perché la gran parte di voi ha di certo già letto l’opera), piuttosto un invito a riprendere in mano il libro.
D’accordo, direte, ma perché rileggere 1984? Perché è un romanzo splendido e perché, nel genere utopia negativa, è un classico al pari di Farenheit 451 di Ray Bradbury e di Il mondo nuovo di Aldous Huxley, insomma, perché è un punto di riferimento.
Queste tuttavia, per quanto inoppugnabili, sono ragioni accidentali.
A mio giudizio, 1984va riletto perché è la più compiuta teorizzazione della tortura.
È un manuale di tortura.
In questo libro Orwell illustra con terrificante chiarezza come la violenza fisica, per quanto brutale, non sia che il primo, e più elementare, stadio del processo di annichilimento dell’uomo.
Il mondo di 1984, nel quale tutti obbediscono supini al Grande Fratello e il tentativo di ribellione di Winston e Julia si risolve in un tragico fallimento, si regge, certo, anche sull’indiscriminato uso della forza (nelle segrete del Ministero dell’Amore ai corpi dei prigionieri vengono inflitte le più atroci sofferenze), ma si fonda su una sistematica, scientifica forma di dominio psicologico.
Un dominio che si articola tanto a livello linguistico – attraverso l’invenzione della neolingua, una sintassi pensata per distruggere le parole ed eliminare così alla radice la possibilità stessa di elaborare pensieri complessi – quanto a livello comportamentale con la stanza 101, tappa finale del lungo, implacabile percorso di tortura messo a punto dagli uomini del Grande Fratello; la stanza nella quale i prigionieri vengono spogliati, una volta per sempre, della loro umanità, di quell’essenza in forza della quale riconoscono se stessi come uomini, e pretendono dignità. Winston Smith ci arriva ben nutrito, in salute, senza quasi più ricordare i primi momenti della sua detenzione, quando era stato picchiato a sangue, violentato in ogni modo possibile. Ci arriva da uomo, ne esce da cittadino modello. Senza essere toccato.
Ora, la parola a George Orwell. Prima la neolingua, poi la stanza 101.
Buona rilettura di un capolavoro.
«È qualcosa di bello la distruzione delle parole. Naturalmente, c’è una strage di verbi e aggettivi, ma non mancano centinaia e centinaia di nomi di cui si può fare tranquillamente a meno. E non mi riferisco solo ai sinonimi, sto parlando anche dei contrari. Che bisogno c’è di una parola che è solo l’opposto di un’altra? Ogni parola già contiene in se stessa il suo opposto. Prendiamo “buono” per esempio. Se hai a disposizione una parola come “buono”, che bisogno c’è di avere anche “cattivo”? “Sbuono” andrà altrettanto bene, anzi meglio, perché, a differenza dell’altra, costituisce l’opposto esatto di “buono” […]. Non capisci che lo scopo principale a cui tende la neolingua è quello di restringere al massimo la sfera d’azione del pensiero? Alla fine renderemo lo psicoreato letteralmente impossibile, perché non ci saranno parole con cui poterlo esprimere.
«Lo sai dove ci troviamo, Winston?» chiese.
«Non lo so, nel Ministero dell’Amore, immagino».
«Lo sai da quanto tempo sei qui?»
«Non so, giorni, settimane, mesi… penso siano passati dei mesi»
«E secondo te per quale motivo portiamo le persone in questo posto?»
«Per farle confessare»
«No, non è questo il motivo. Riprova»
«Per punirle»

«No!» gridò O’Brien. Il tono della voce era mutato in maniera impressionante, mentre il volto gli si era animato e indurito allo stesso tempo. «No! Certo non allo scopo banale di estorcerti una confessione o di punirti. Vuoi che ti dica perché ti abbiamo portato qui? Per curarti! Per farti riacquistare la ragione! Ma lo vuoi capire, Winston, che nessuno di quelli che cadono in mano nostra esce di qui senza essere stato guarito? A noi non interessano minimamente quei crimini stupidi che hai commesso. Al Partito i fatti manifesti non interessano. L’unica cosa che ci sta a cuore è il pensiero. Noi non ci limitiamo a distruggere i nostri nemici, noi li cambiamo. Hai capito cosa intendo dire con queste parole? […]. «Una volta mi hai chiesto» disse «che cosa c’era nella stanza 101, e io ti ho risposto che lo sapevi già. Tutti lo sanno. Nella stanza 101 c’è la peggiore cosa del mondo».