Da un’amica scrittrice

Recensione di “Trenta denari (una storia d’amore)” di Paolo Vitaliano Pizzato

Paolo Vitaliano Pizzato, Trenta denari (una storia d’amore), Prospero Editore

Trenta denari (una storia d’amore) edito da Prospero nel 2019, quarta fatica di Paolo Vitaliano Pizzato dopo Ripaferdine (Giraldi, 2017), inizia con un tenue fascio di luce che forse rappresenta l’offerta di un altrettanto tenue appiglio, dentro la stanza e dentro il protagonista, per la salvezza da un pervasivo sentimento di vergogna. E l’intero romanzo, difatti, si potrebbe intendere come un far luce su tale sentimento, attraverso la penetrazione della propria ombra da parte di Alberto De Monti. Un uomo in conflitto che avverte di essere al tempo stesso artefice e vittima della sua nuova condizione sentimentale, quella di promesso traditore (vissuta però come la vive chi è tormentato al solo pensiero di tradire e che considera a pieno titolo un tradimento il contorno di messaggi di apprezzamento e d’intesa, di brama, di complicità che conduce all’instaurazione di una relazione extraconiugale, prima ancora che eventuali rapporti fisici abbiano luogo). Condizione che da un lato gli provoca ansia e disagio ma dall’altro è ingresso imprevisto per un mondo sconosciuto, eccitante. In fondo non è mai troppo chiaro se il disagio provato dal personaggio principale si nutra più del timore di potersi ingannare (“si chiese se il suo corpo sarebbe stato capace di mentire”) o se invece del senso di colpa.
Continua a leggere Da un’amica scrittrice

La ferrea logica della pazzia

Luigi Pirandello, Ma non è una cosa seria, Mondadori
Luigi Pirandello, Ma non è una cosa seria, Mondadori

“Il teatro di Pirandello è il tragico e altissimo documento e monumento della fatalità che parve, all’aprirsi del tempo nuovo, ruinare l’umana civiltà e tutte le sue conquiste di venticinque secoli, facendo dell’uomo uno scoiattolo che passa la vita a far girare vorticosamente la sua piccola prigione. La vita delle persone pirandelliane è grottesca e terribile: sono esse le vittime, non più come in Sofocle, della crudeltà d’Olimpo che le saetta dalle nubi; non più, come in Shakespeare, della indomabilità delle loro stesse passioni; non più, come in Ibsen, d’una legge morale ch’essi non sanno considerare se non come convenzione sociale: sono le vittime della torbida e lucida persuasione d’un immane nulla tutt’intorno all’uomo, centro e insieme circolo estremo d’un universo di raggio infinito, vittime della sostituzione di un ‘così è se vi pare’ all’apprendimento e all’accettazione vitale d’una costruzione di leggi”. Alle parole di Massimo Bontempelli, alla sua razionale disamina del teatro di Luigi Pirandello, fa ecco il giudizio che lo stesso autore dà del proprio lavoro – “Teatro serio il mio. Vuole tutta la partecipazione dell’entità morale-uomo. Non è teatro comodo. Teatro difficile, diciamo teatro pericoloso. Nietzsche diceva che i greci alzavano bianche statue contro il nero abisso, per nasconderlo. Sono finiti quei tempi. Io le scrollo, invece, per rivelarlo… È la tragedia dell’anima moderna” – e che sfocia nel concetto-chiave di tragedia, sinonimo d’insensatezza, di radicale, assoluta irrazionalità. Allo stesso tempo cuore ed estrema periferia d’un modo senz’ordine né misura, l’uomo (figura reale, metafisica e perfino mitica) di questo mondo è creatore e creatura, ma la sua è un’universalità sterile, apparente, illusoria; lungi, infatti, dal somigliare a un laborioso, indaffarato ragno intento a tessere la propria tela, egli è interamente vissuto da eventi che non comprende se non in minima parte, e che sempre sembrano farsi beffe della sua volontà, delle sue decisioni, di ogni deliberazione, di qualsiasi progetto. E la finissima psicologia pirandelliana, la complessa semplicità della sua scrittura, l’ironia garbata e pungente che attraversa le sue pagine danno conto di questa dolente condizione esistenziale muovendo sì al riso, certamente invitando il lettore a osservare con divertito disincanto quella patetica “fiera delle vanità” che è la vita, ma pure ammonendo a non dimenticare la nostra natura, a non commettere l’errore di pensarci salvi. Che nulla meriti di essere considerato “serio” (nella particolarissima logica pirandelliana, che è denuncia dell’irrimediabile sconfitta di ogni logica, o se si vuole presa di coscienza del trionfo della follia) è affermazione che ha un ben preciso significato e una altrettanto definita conseguenza: da essa non procede la liceità, o peggio il diritto, di guardare esclusivamente al nostro egoistico interesse (considerando questo modo di agire il solo ragionevole, e dunque in qualche misura anche il solo morale in un orizzonte che è caos), di condurci come meglio crediamo, bensì, all’esatto opposto, la consapevolezza di quanto questa scelta sommi pazzia a pazzia. Se in luogo di un’irraggiungibile serietà non v’è che l’esplodere dell’assurdo, l’accendersi del grottesco, la realtà che si fa caricatura di sé, cosa può esserci di più tragicomico e insensato dell’affannosa rincorsa al proprio benessere? Se non v’è progetto, piano o intendimento che non sia destinato a naufragare o addirittura a ritorcersi contro colui che lo ha messo a punto, che senso ha prendersi il disturbo di elaborarlo e sprecare forze nel tentativo di concretizzarlo?

Ecco dunque che scoprire “la grande menzogna” del mondo e rinunciarvi è forse l’unica forma possibile di saggezza, e non a caso è proprio a questa conclusione che giunge Memmo Speranza, l’incallito seduttore protagonista della spumeggiante commedia in tre atti Ma non è una cosa seria. Innamorato di tutte le donne (perciò di nessuna), egli ha un solo cruccio: evitare che le sue conquiste riescano a condurlo all’altare, e per difendere la propria libertà non esita a fare appello alla filosofia illustrando, in uno spassoso confronto, il suo personale concetto d’eternità al professor Virgadamo, di professione pedagogo: “Io ce l’ho a morte con lei, senta, professor Virgadamo! […]. E con tutti i suoi colleghi, sissignore! Voi che insegnate alle donne! Ma che cosa insegnate? […] Scusate: non abbiamo forse sentito tutti, in certi momenti, aprirsi, accendersi dentro di noi come una luce d’altri cieli, che ci permette di vedere nelle più misteriose profondità de l’animo, che ci dà la gioia infinita di sentirci in un attimo… in quell’attimo – eterni – e che s’è vissuto – e che può bastare? – Ecco, questo, professore! Insegnare alle ragazze il concetto di quest’eternità […] l’unica consentita all’uomo: chiusa e vissuta veramente in un solo momento, che non può più ripetersi, che non può esser più quello; ma fastidio, stanchezza, nausea, prigionia insopportabile, a volerlo perpetuare!”. Ma nel momento in cui, trovato il modo di risolvere il suo cruccio – attraverso un falso matrimonio con una donna verso la quale non nutre nessun interesse – superato l’ostacolo con la logica, la ragione e un pizzico d’astuzia, Memmo si ritrova davvero innamorato, innamorato come mai pensava sarebbe stato, innamorato di una sola donna, ecco che tutto il suo argomentare (così come il suo agire) appare inutile e privo di senso, mentre il matrimonio, divenuto da mero espediente oggetto del desiderio, risorge sotto una nuova luce. In questo continuo gioco di ribaltamenti di senso e di prospettiva, in questo gioioso filosofare che per ogni assurdità trova rigorosi passaggi logici, quasi si trattasse di severe dimostrazioni matematico-scientifiche, a trionfare alla fine sono la consuetudine, la normalità, la quieta ricchezza del quotidiano, magistralmente incarnate nelle figure simboliche di Gasparina Torretta, la donna falsamente presa in moglie da Memmo e infine sposata realmente, e dello stesso Memmo, che nel dichiararsi a Gasparina confessa a se stesso per primo la propria scelleratezza: “Se ti dicessi sul serio che mi sono stancato, nauseato della mia pazza vita di scapestrato, degli amici stupidi e delle donnette più stupide, e delle signorine più stupide ancora? Proprio stancato, sai? Proprio nauseato! […]. Se ti dicessi che questo lo sento ora; lo sto sentendo ora, qua, con una sincerità che mi fa quasi paura, perché è una sorpresa anche per me stesso; qua, ora, davanti a una donnina che s’è fatta bella, non so come! Per qual prodigio d’amore! […]. Ebbene, se ti dicessi questo?”.

Commedia leggera, raffinata, coinvolgente, ricchissima di trovate e di folgoranti scambi di battute, Ma non è una cosa seria è unopera splendida, un piccolo, scintillante gioiello letterario.

Eccovi l’incipit, buona lettura.

Sala da pranzo della Pensione Torretta -. Grande tavola apparecchiata nel mezzo della scena per il pranzo. Altri tavolini con tovaglie e qualche portafiori. Nella parete di fondo, due usci con tende verdi a frange giallo d’uovo; quello a destra è la comune, quello a sinistra introduce nella camera occupata da Grizzoffi. Tra i due usci monumentale credenza – vecchio arnese di rivendita – con tazze, bottiglie, ecc.- Nella parete di sinistra, divano di juta verde, anch’esso con frange giallo d’uovo, poltrone, un tavolinetto per fumare, un altro per riviste e giornali; un uscio con tenda come sopra, che introduce nella camera occupata da Barranco. – Nella parete di destra, una vetrina con stoviglie da tavola e un uscio che conduce alla cucina. Alle pareti un orologio a pendolo, oleografie di caccia e frutta. – La Pensione è di famiglia, assai modesta.

La forza è diritto

Issac B. Singer, Nemici - Una storia d'amore, Tea
Issac B. Singer, Nemici – Una storia d’amore, Tea

Come sopravvivere a un passato che non si riesce a dimenticare? Come resistere all’eterno ritorno dell’orrore, del dolore, della fame, della fatica, dell’annullamento di sé? Cosa resta a chi è rimasto orfano della misericordia di Dio, a chi non può più ricorrere al sostegno del pensiero razionale, a chi è condannato a rivivere in ogni momento il genocidio del suo popolo? Cosa resta, a chi è scampato alla perfetta macchina di sterminio nazista, se non il sordo rimorso di avercela fatta, di essere null’altro che un’inspiegabile eccezione biologica tra milioni di cadaveri? Il tormento di queste domande, destinate a non avere risposta, è l’inferno quotidiano di Herman Broder, protagonista del lacerante romanzo di Isaac Bashevis Singer Nemici – Una storia d’amore. Ambientata, negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale, in una New York estenuata al pari degli ebrei cui ha dato ricetto, l’opera dello scrittore polacco (premio Nobel per la letteratura nel 1978) è una riflessione sul peso del ricordo e sulla sua responsabilità, e ancor più sull’uomo e sul suo posto nel mondo. Creato “a immagine e somiglianza di Dio”, Herman Broder non è in nulla diverso dagli spietati aguzzini che ha ingannato nascondendosi per anni in un fienile, assistito da Yadwiga, la governante polacca della sua famiglia; e proprio come gli assassini del Reich hitleriano anch’egli, seppur su un altro piano, non riesce a vivere senza distruggere il prossimo, senza avvilirlo, senza umiliarlo, senza esercitare su di esso la sola legge che sembra governare il mondo, gli uomini, gli animali e le cose: “la forza è diritto”. Marito della buona e remissiva Yadwiga (sposata con ogni probabilità per gratitudine), Herman si mantiene scrivendo libri e articoli per un rabbino ricco e corrotto, che si occupa di ogni genere di intrallazzi, e ha un’amante, Masha, in un’altra parte della città, dalla quale si reca a intervalli regolari giustificando le assenze con impegni di lavoro. Anche la sua compagna clandestina, che vive con l’anziana e pia madre Shifrah Puah, è una testimone della Shoah; tanto affascinante quanto equivoca, sembra consumare ogni energia fisica e mentale dell’uomo. Entrambi cercano l’annullamento, o forse soltanto un momento di riposo, di quiete, di tregua, in una straripante passione fisica, ma inutilmente; a prevalere, infatti, è sempre l’incubo delle persecuzioni subite, il riproporsi incessante di un sacrificio di sangue che colpisce ogni forma di vita. Herman, che prima dell’olocausto aveva una moglie e due figli, sa che sia Yadwiga sia Masha vorrebbero un figlio da lui, ma che senso può avere, si chiede, mettere al mondo un figlio dopo un genocidio? “In un mondo nel quale i tuoi figli potevano essere strappati alla madre e fucilati, non avevi il diritto di generarne altri”.

Sono menzogne, inganni e tradimenti la realtà quotidiana di Herman Broder; egli riesce a vivere soltanto rifiutando la verità perché la verità del mondo, quella della sopraffazione continua, quella del brutale imperio degli uni sugli altri, degli uomini sui loro fratelli, quella del sistematico annientamento degli animali, il cui unico scopo pare risolversi nel loro essere una sovrabbondante scorta di cibo per il genere umano, semplicemente non è sopportabile. “Herman, scrive a questo proposito Singer, trascorse il giorno e la notte precedenti la vigilia di Yom Kippur in casa di Masha. Shifrah Puah aveva comprato due galline propiziatorie, una per sé e una per Masha; avrebbe voluto comprare un gallo per Herman ma lui glielo aveva proibito. Già da qualche tempo, ormai, stava pensando di diventare vegetariano. Ad ogni occasione, faceva rilevare che quanto i nazisti avevano fatto agli ebrei, l’uomo lo stava facendo agli animali. Come ci si poteva servire di un pollo per redimere i peccati di un essere umano? Perché un Dio compassionevole avrebbe dovuto gradire un simile sacrificio? . La sua fuga dalla realtà, tuttavia, è destinata a non approdare a nulla. L’uomo Herman Broder, se mai è esistito, è morto nel fienile in cui si è rifugiato per scampare al massacro, e tutto quel che resta di lui è un involucro di carne e sangue bisognoso unicamente dello stordimento del sesso e dell’oblio del sonno; fino a che il passato, che in continuazione lo bracca, per un crudele scherzo del fato un giorno torna a farsi materialmente presente nella ricomparsa della moglie Tamara, erroneamente creduta morta. Ed ecco che, in un progressivo calar di tenebre che prepara all’inevitabile tragedia, Tamara, nel racconto della propria odissea, aggiunge barbarie alle atrocità naziste rivelando il destino degli ebrei nel “paradiso” socialista di Stalin; ovunque campi di lavoro, ovunque persone spogliate di ogni dignità, uccise per sfinimento, per fame, ma fino all’ultimo respiro pronte a tutto pur di vivere ancora un minuto, ancora un istante. Come marionette disarticolate, balocco di un Dio folle. O peggio, crudele.

Folgorante ritratto di un’umanità al tramonto, riflessione su una salvezza impossibile perché immeritata, Nemici – Una storia d’amore, pur senza avere la solidità d’intreccio e la ricchezza espressiva dei grandi capolavori di Singer, colpisce per la radicalità delle tesi esposte, per la brutale sincerità d’accenti, e più ancora per il ritratto dei protagonisti, ciascuno impotente testimone della definitiva deriva, propria e altrui.

Eccovi, invece dell’inizio del romanzo, la brevissima nota introduttiva a cura dell’autore. La traduzione, per Tea, è di Bruno Oddera. Buona lettura.

Sebbene non abbia avuto il privilegio di passare attraverso l’olocausto di Hitler, ho vissuto per anni a New York con profughi sottrattisi a quel cimento. Per conseguenza mi affretto a dire che questo romanzo non è affatto la storia del tipico profugo, della sua vita e della sua lotta. Come quasi tutte le mie opere di narrativa, questo libro presenta un caso eccezionale, con eroi senza precedenti e una straordinaria combinazione di eventi. I personaggi non sono soltanto vittime dei nazisti, ma vittime delle loro personalità e dei loro destini. Se si adattano al quadro generale, ciò accade perché l’eccezione affonda radici nella regola. Il romanzo apparve per la prima volta nel Jewish Daily Forward, l’anno 1966, con il titolo “Sonim, die Geshichte fun a Liebe”. E’ stato tradotto da Aliza Shevrib e Elizabeth Shub, e riveduto da quest’ultima, da Rachel Mackenzie e Robert Giroux. A tutti loro esprimo la mia gratitudine.

Senza colpa né morale

Ford Madox Ford, Il buon soldato, Feltrinelli
Ford Madox Ford, Il buon soldato, Feltrinelli

“Non c’è in questa storia l’elevazione spirituale che accompagna la tragedia; non c’è nemesi, non c’è fato. C’erano soltanto due nobili nature […] c’erano dunque due nature nobili che la corrente della vita trascinava come brulotti su una laguna causando miserie, dolori, tormenti, e morte. E loro stessi si deterioravano sempre di più. E perché? A quale scopo? Per insegnare quale lezione? E’ tutta tenebra”. Si riassumono in questo sfogo amaro, in questo impotente urlo di dolore, la trama, il senso e la ragione (che con ogni probabilità non è che testimonianza) de Il buon soldato, il più noto dei lavori dello scrittore inglese Ford Madox Ford (pseudonimo di Ford Hermann Hueffer), desolato e grigio racconto di una sconfitta, caotico intreccio di destini che si sviluppa come un atroce gioco al massacro, oscura storia d’inganni e tradimenti che nasce e muore quasi per caso, per forza d’inerzia, al di là della volontà e delle decisioni degli attori principali. Narrato in prima persona da uno dei protagonisti della vicenda, Il buon soldato è il resoconto, a prima vista ingenuo, pulito, perfino edificante, di un’amicizia, del sincero legame d’affetto che lega due famiglie (quella composta dall’americano John Dowell, voce del romanzo, e dalla moglie Florence, e quella formata dai coniugi inglesi Ashburnham, una coppia apparentemente perfetta, unita, felice, benestante, giovane); ma quel che nelle intenzioni vorrebbe essere il resoconto di un idillio, si rivela, fin dalla prima riga – “Questa è la storia più triste che abbia mai sentito” è l’indimenticabile incipit del romanzo – il suo opposto e assume i contorni angoscianti di una confessione, di una presa d’atto tanto inaspettata quanto violenta. Messo al corrente di verità da lui ignorate per ben nove anni (l’arco di tempo durante il quale i Dowell e gli Ashburnham si sono frequentati), John Dowell riporta i fatti cercando di costringersi a una fredda oggettività, ma la sua prosa, ordinata eppure spinta con decisione oltre se stessa e le sue possibilità espressive, come fosse un cavallo costretto a un forsennato galoppo, tradisce l’angoscia e il dolore dell’uomo, si fa messaggio della sua inconsolabile malinconia, della sua resa all’incomprensibile arbitrarietà del vivere. Nei panni di John Dowell, marito tradito e uomo perduto per il semplice fatto di essere un uomo (proprio come esseri perduti sono gli altri personaggi del romanzo, afflitti da malanni fisici che altro non sono se non lo specchio del loro inguaribile disordine morale, di una distorsione etica che non è colpa ma retaggio, eredità, allo stesso modo in cui lo sono gli occhi azzurri, le mani grandi o le gambe storte), Ford Madox Ford affida al linguaggio il compito di portare alla luce sentimenti e moti dell’animo, di dare forma al palpitante silenzio delle emozioni restituendole nella loro nudità, non importa se aggraziata o mostruosa. Una storia è triste, ripete a più riprese lo scrittore inglese, non se racconta di torti, tragedie e vittime, ma se non lascia nulla dietro di sé, se si rivela inconsistente, se non ha un perché, se accade nello stesso modo in cui accade che un giorno piova e quello successivo no. Ed è esattamente questo quel che si verifica ne Il buon soldato, che qualcuno si decida a raccontare qualcosa da cui non è possibile ricavare alcunché se non la consapevolezza che la natura umana è abituale frequentatrice dei peggiori abissi e che non c’è ragione di crocifiggere chi sceglie di non tradire la propria natura, quale che sia. Perché la fedeltà a se stessi, in fondo, è il nostro primo dovere. E probabilmente anche l’unico.

Romanzo “amorale” (cioè privo di morale per il fatto di essere privo di colpevoli, ancorché affollato di vittime), romanzo privato (l’intera narrazione si esaurisce in un girotondo di tradimenti, menzogne e patetiche seduzioni), romanzo storico e fuori dal tempo, romanzo psicologico e perfino romanzo sperimentale, Il buon soldato vive per intero in tutte queste sue differenti incarnazioni, e come ben scrive Mario Materassi (traduttore del romanzo), brilla per indefinibilità, la veste più elegante dell’universalità. “Ma come è vero di tanti grandi opere, questo romanzo non si lascia definire: lo etichetti secondo le coordinate storiche del suo contesto originario, e ti sfugge di mano rivelandosi altrettanto fuori di quel tempo di quanto vi sia dentro; lo collochi nella sua ideale corretta posizione nell’arco diacronico del romanzo moderno, e ti sguscia via inavvertito appena volti l’occhio, sovvertendo ordini e gerarchie di uno establishment che esso stesso ha contribuito, autoritariamente, a creare. Con tono magari un po’ apologetico lo dichiari chiuso, insensibili ai vasti sommovimenti del suo tempo (la belle époque sta finendo, la Grande Guerra è alle porte, e nulla di tutto ciò traspare dalla pagina), e sei poi costretto a rimangiarti le parole, e meritatamente, ché ti è difficile pensare a un’altra opera che, come Il buon soldato, dica lo sfacelo di quel periodo, il suo ignaro vuoto esistenziale. Provi allora a farne il monumento dell’epoca, l’emblema squillante di un mondo che canta, senza rendersene conto, il suo canto del cigno – e di nuovo sei costretto a riconoscere che il testo ti osserva, un po’ ironico, e ti lascia dire: perché certo nessuna pretesa monumentale esso avanza, tutto chiuso com’è nella compita sillabazione del suo piccolo universo senza echi”.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Questa è la storia più triste che abbia mai sentito. Per nove stagioni, a Nauheim, la nostra conoscenza degli Ashburnham era stata estremamente intima – o meglio, era stata una conoscenza tranquilla e rilassata, eppure stretta quanto lo è quella tra la mano e un buon guanto. Mia moglie e io conoscevamo il capitano e la signora Ashburnham fin quanto si può conoscere qualcuno; eppure, in un certo senso, non sapevamo assolutamente nulla di loro. Credo che questo stato di cose sia possibile solo con gli inglesi di cui fino ad oggi, quando mi son messo qui alla scrivania a tentare di chiarirmi quel che so di questa triste vicenda, non sapevo nulla di nulla. Fino a sei mesi fa non ero mai stato in Inghilterra, e certo non avevo mai sondato le profondità di un cuore inglese. Avevo conosciuto soltanto la superficie.

Soli, nei letti degli altri

 

Per il consigliereIn base a quali indizi è possibile diagnosticare, con assoluta certezza, la malattia, la degenerazione morale e civile di una società? Quanto lontano da ciò che è universalmente ritenuto accettabile, dignitoso, buono, possono spingersi i suoi componenti per essere ritenuti colpevoli, e come tali processati e condannati? È sufficiente che massacrino, nel privato delle loro vite, il legame matrimoniale, che ignorino il dovere del reciproco rispetto e dimentichino le responsabilità verso la famiglia seppellendo la propria coscienza di uomini e di genitori in un’artificiosa normalità quotidiana consumata dall’interno, come un corpo devastato dal cancro, da finzioni, menzogne, e squallidi giochi delle parti? Oppure è necessario spingersi oltre, contaminare la propria singola esistenza con quella del mondo e reagire ai suoi drammi, alle sue cadute e alle tragedie nello stesso modo in cui si reagisce al dolore di chi ci è accanto, all’amarezza di una moglie tradita, al pianto deluso di un figlio? Domande che viene naturale porsi leggendo Coppie di John Updike, agrodolce riflessione su un’America appannata e stanca (la storia, è bene dirlo, è ambientata al principio degli Anni Sessanta), priva di grazia, orfana dell’amore di Dio (che, ci dice lo scrittore americano con compiaciuta perfidia, sembra trarre maggiori soddisfazioni dal dedicare le sue attenzioni ad altri grandi attori geopolitici, come per esempio la Russia) e somigliante a “una bambina non amata e ingozzata di pasticcini, come una moglie di mezza età a cui il marito porti a casa un regalo dopo ogni viaggio perché le è stato infedele”, almeno finché non si giunge al tragicomico climax del romanzo: un cocktail, ormai organizzato nei minimi dettagli (è stato ordinato da bere e da mangiare, persino gli smoking sono stati prenotati, e gli abiti da sera delle signore consegnati), confermato la sera stessa dell’omicidio del presidente Kennedy dai protagonisti della vicenda, un gruppo di coppie (tutte benestanti, alcune decisamente ricche) che risiede nel tranquillo e snob sobborgo di Tarbox, nel New England, dove le giornate scorrono tra chiacchiere oziose, amatoriali partite a tennis (rigorosamente di doppio misto) e lunghe cene, trasformate in sfacciate occasioni di corteggiamento o sfruttate per consumare piccole vendette, prendersi vane rivincite. Quando dunque un corpo sociale oltrepassa il punto di non ritorno e, ormai incapace di riconoscersi come tale, va incontro alla propria dissoluzione? Quando, sembra rispondere Updike, ha talmente paura delle proprie responsabilità, è così terrorizzato dall’idea di rinunciare al desiderio di onnipotenza cui ci costringe l’età adulta (e che le allegre coppie di Tarbox si illudono di perpetuare nel loro fragile girotondo di tradimenti, che dovrebbero rimanere segreti e sono invece già noti a tutti ancora prima che si consumino), da giustificare ogni deriva, ogni peccato, ogni ignominia, da trovare un nome presentabile, borghese, per qualsiasi nefandezza, come quello di veglia funebre per un osceno party goduto in uno dei giorni più cupi della storia d’America. 

Coppie, che quando venne pubblicato suscitò scandalo (più per la sua sprezzante sincerità che per il linguaggio esplicito), è un romanzo potente, che coinvolge, seduce, attrae, muove al riso e alla rabbia, spinge a schierarsi ma mette in guardia dalle facili certezze. Come scrive Giorgio Montefoschi nella prefazione all’edizione pubblicata da Guanda, con l’entusiasmo semplice e sincero del lettore, “è un romanzo bellissimo. Certamente, il migliore di Updike. E Updike, vogliamo dirlo, è uno dei grandi scrittori americani del Novecento”. 

Eccovi l’incipit (la traduzione è di Attilio Veraldi). Buona lettura.
«Che te ne sembra della nuova coppia?». Gli Hanema, Piet e Angela, si stavano spogliando. La stanza da letto era a soffitto basso e in stile coloniale, con i pannelli di legno dipinti in quella gradazione di bianco commercialmente nota col nome di guscio d’uovo. Una mezzanotte primaverile incalzava contro le finestre fredde.
«Oh,» rispose Angela, evasiva «mi sembrano giovani». Era una bella donna, bruna di capelli, morbida, trentaquattrenne, che stava ingrassando ai fianchi e alle natiche ma conservava belle caviglie sottili da fanciulla e una maniera anch’essa giovanile, cauta e inceppata, di muoversi, come se l’aria pura fosse stipata alla rinfusa di stracci.