All’ombra di favole senza lieto fine

 

Angela Carter, Il vuoto attorno, Corbaccio
Angela Carter, Il vuoto attorno, Corbaccio

Un linguaggio di stupefacente ricchezza, ricercato, costruito puntando sempre con decisione alla perfezione formale e poi riempito da una molteplicità di temi; una prosa fascinosa e conturbante che di volta in volta esplora le cupe atmosfere della fiaba gotica, segue con complice partecipazione il crudele, sensuale alternarsi di luci e ombre che alimenta le passioni umane (specie quando sconfinano nella perversione), si avventura nelle geografie impossibili delle storie grottesche e nella sfrenata immaginazione di quelle fantastiche, si fa quasi linguaggio da iniziati nel complesso simbolismo che sta a fondamento di certi temi prediletti (la radicale inconoscibilità della natura, il rapporto tra l’uomo e l’altro da sé, rappresentato dall’animale, l’abbraccio voluttuoso e inestricabile tra vita e morte), guarda divertita alla tradizione letteraria – a quella che nasce dal folklore della propria terra così come a quella, universale, dell’universo fiabesco, da Cenerentola a Cappuccetto Rosso – e la rielabora secondo canoni del tutto nuovi, si concede con piacere alla precisione dei dettagli (nella maggior parte dei casi grandguignoleschi) pur mantenendo sempre un respiro ampio, quasi ci fosse, oltre la pagina scritta, qualcosa d’altro (e di fondamentale importanza) da scoprire. Ecco quanto offrono al lettore i racconti di Angela Carter (raccolti nella loro totalità nel bel volume edito da Corbaccio intitolato Il vuoto attorno, arricchito da un’ottima introduzione di Salman Rushdie), una delle autrici più originali e interessanti del panorama letterario contemporaneo. La realtà presente negli scritti della Carter (scomparsa prematuramente nel 1992 per un cancro), ogni volta descritta con stile sontuoso e abbondanza d’accenti, ha ben definiti punti di contatto con quella che tutti conosciamo, quanto basta, insomma, per evitare ai suoi racconti la semplicistica rubricazione di fantastici o “magici”, eppure in sé resta misteriosa, una sorta di materia oscura che è sì possibile esplorare, ma a proprio rischio e pericolo. Nel mondo della scrittrice inglese, sordidi quadri di vita individuale e familiare che sembrano mutuati dalla più intransigente letteratura sociale (vengono in mente le spietate pagine di Senza un soldo a Parigi e Londra di Orwell) d’improvviso lasciano il posto a un totale mutamento di prospettiva, a un cambiamento di scenario, e sotterranee correnti d’anarchia, il caos primordiale dal quale ha avuto origine l’instabile “ordine delle cose” in cui viviamo, irrompono con la violenza inarrestabile dell’istinto a scardinare tutto ciò che siamo abituati a considerare “normale”, “consueto”. Così, una foresta vergine e incontaminata esplorata senza peccato né cupidigia da due fratelli che sono forse più puri della natura stessa (nel racconto Penetrando nel cuore della foresta) diviene, superato un invisibile confine, prima luogo di perdizione e poi prigione, teatro tragico di una salvezza negata, mentre tra i sentieri di un più rassicurante bosco (Riflessi) ecco celarsi un’androgina Parca che ininterrottamente tesse la trama di due universi, resi uguali e contrari dall’unico “portale” che li unisce, lo specchio. Ma il disordine è una divinità giocosa e maligna, che ama travestirsi e cambiare forma di continuo, e Angela Carter, quasi ne fosse la sacerdotessa, narra instancabile le sue molteplici “incarnazioni”; una semplice macchina in panne nella neve conduce il protagonista del racconto nella casa di una “Bestia” affamata d’amore (La corte di Mr Lyon, commovente rivisitazione della favola della Bella e la Bestia); un militare inglese in licenza visita i Carpazi a bordo “del mezzo di trasporto più razionale del mondo”, una bicicletta, e finisce in un villaggio abbandonato sovrastato da un castello in rovina in cui dimora una contessa vampira che “compone infinite costellazioni di possibilità” interrogando i tarocchi e uccide tutti coloro che le fanno visita (La signora della casa dell’amore); una giovane sposa di umile origini, scoperto l’inconfessabile segreto del proprio ricchissimo ed enigmatico consorte, vede la luna di miele trasformarsi in un sanguinoso rito sacrificale (La camera di sangue); un patto con il demonio distrugge più di una vita in una sperduta città messicana dove spadroneggia una banda di fuorilegge (Un fucile per il diavolo); la più sensuale delle creazioni di un anziano marionettista prende vita, animata dalla propria lussuria (Gli amori di Lady Porpora).

Purissimi a livello stilistico, i racconti di Angela Carter hanno il potere ipnotico delle allucinazioni, sono come coscienti stati febbrili, spalancano al lettore gli infiniti mondi possibili della fantasia senza mai allontanarlo davvero dalla propria dimensione quotidiana. I fantasmi evocati dal suo eccezionale talento narrativo non sono benevoli, sono presenze, ombre, peccati; sono quel che riflette lo specchio dinanzi al quale ciascuno di noi si ferma a osservare se stesso.
P.S. Se non volete, almeno all’inizio, cimentarvi con la totalità dei racconti della Carter, potete cominciare con quelli contenuti nel volume intitolato La camera di sangue (edito da Feltrinelli), i migliori della sua produzione secondo l’unanime giudizio della critica.
Infine, un piccolo spazio per un’amica. Dedico queste righe a Eleonora Molisani, lettrice appassionata e conversatrice colta e piacevolissima. Leggendo Angela Carter, in più di un’occasione mi è capitato di pensare a lei; credo che stile e temi di questa splendida scrittrice possano piacerle, e che in molte di queste pagine, se non proprio in tutte, possa ritrovarsi.
Questa volta, invece dell’incipit di un racconto, eccovi l’illuminante conclusione dell’introduzione di Rushdie, datata maggio 1995. Buona lettura.
Lo scrittore perfetto non esiste. Il funambolismo della Carter si svolge sopra un pantano di preziosismi, sulle sabbie mobili delle stucchevolezze; non si può negare che di tanto in tanto caschi giù e anche i suoi ammiratori più entusiastici riconosceranno che qualche suo piatto è un po’ troppo indigesto. Un uso eccessivo del termine «soprannaturale», troppi uomini sono ricchi «come Creso», troppo porfido e troppi laspislazzuli per la buona pace di certi puristi. Ma è miracoloso quante volte riesca a salvarsi in extremis, quante piroette faccia senza cadere, o quanti numeri di destrezza senza che la palla le sfugga di mano.
Accusata di «political correctness» da chi non aveva nulla di meglio da dire, la Carter era una scrittrice individualista, indipendente e idiosincratica; considerata da molti quando era in vita una figura marginale, di culto, un fiore di serra esotico, ora è la scrittrice più studiata nelle università inglesi: una vittoria sulle tendenze dominanti che le avrebbe fatto piacere.

Non aveva finito. Come Italo Calvino, come Bruce Chatwin, come Raymond Carver, Angela Carter è morta al culmine della creatività. Per uno scrittore una morte crudele: nel bel mezzo della frase, per così dire. I racconti di questo volume ci danno la misura di quanto abbiamo perso. Ma ci danno anche la misura di quello che abbiamo guadagnato e che dobbiamo custodire come un tesoro.

L’Oriente e l’Occidente in una miniatura

Recensione di “Il mio nome è rosso” di Orhan Pamuk

 

Orhan Pamuk, Il mio nome è rosso, Einaudi
Orhan Pamuk, Il mio nome è rosso, Einaudi

Il mio nome è rosso, di Orhan Pamuk, premio Nobel per la Letteratura nel 2006, è un romanzo perfetto. Lo è dal punto di vista dell’architettura narrativa, che mescola magistralmente, armonizzandoli tra loro, generi differenti (il giallo, il racconto amoroso, quello d’avventura, l’invenzione fiabesca e la rievocazione storica), così come per quel che riguarda lo stile di scrittura, sempre equilibrato, affascinante, di incantevole bellezza formale e nello stesso tempo dotato di una capacità d’analisi, di una radicalità di pensiero e di una coerenza intellettuale di rara profondità. Scrittore dotato di sensibilità acutissima e cristallino talento, Pamuk esplora l’infinito universo delle parole con entusiastica, ardente meraviglia e consumata saggezza; ed è grazie a questo atteggiamento – proprio del filosofo come dell’amante – che il grande autore turco riesce a dare alla sua prosa una ricchezza espressiva unica, caricandola di suggestioni ed emozioni, facendola esplodere, come fuoco d’artificio, in magnifici arabeschi, e poi confinandola nello spazio essenziale eppure ricchissimo di un cuore, di un’anima, luoghi dello spirito in cui dimorano gli uomini e i loro sogni, le loro speranze, le loro paure, il loro dolore.

In questo lavoro, ambientato a Istanbul alla fine del XVI secolo, Pamuk riprende uno dei suoi temi centrali, quello del conflitto (sempre incombente) e dell’incontro (auspicabile) tra Oriente e Occidente, dell’assoluta inconciliabilità, ma anche di un’eventuale mediazione – e ancor più di una feconda contaminazione, che si ha il dovere morale di cercare, di perseguire – fra tradizione e modernità; teatro di questo scontro tra culture è il laboratorio di miniatura del Sultano, dove lavorano, agli ordini dell’anziano Maestro Osman, alcuni artisti dotati di eccezionale talento. La miniatura, il disegno ricercato e preciso che impreziosisce le pagine dei libri commissionati da sovrani, khan e scià in perenne ricordo delle loro gesta e delle vittorie conseguite in battaglia, diviene, nei continui rivolgimenti e nelle lotte intestine che dilaniano l’Impero Ottomano, bottino di guerra, passa di mano in mano al pari di altri tesori, ma non ha nulla a che vedere con il resto dei trofei, per quanto splendidi e preziosi possano essere. I libri miniati, infatti, così come coloro che li creano (le cui vite finiscono per divenire una cosa sola con le opere cui si consacrano, per fondersi con esse), custodiscono e tramandano la storia dei popoli e delle nazioni, sono il modello eterno di tutto ciò che sarà; gli eserciti schierati e pronti all’assalto si fanno archetipo di ogni combattimento, proprio come la struggente storia d’amore di Cosroe e Sirin rivive, intatta, nelle passioni di ciascuno. Attraverso la miniatura (disegno immortale in quanto rappresentazione delle cose non così come le vediamo ma nel modo in cui Allah le vede), Pamuk spalanca al lettore un orizzonte da Mille e una notte, dove trovano posto racconti, aneddoti, ricordi, fantasie, la vita straordinaria di Behzat, il più grande fra i miniaturisti, e la descrizione del leggendario Libro dei Re di Scià Tahmasp.
Testimonianza di un sapere millenario, questa fittissima rete di rimandi è la cornice – come le pagine lo sono per i disegni – della trama vera e propria, che viene raccontata dando voce a tutti i protagonisti della vicenda (persone, ma anche disegni, colori, oggetti, e persino la morte e Satana). Un maestro miniaturista, soprannominato Raffinato, viene ucciso; lavorava, assieme ai suoi tre colleghi Cicogna, Oliva e Farfalla, a un libro che il Sultano in persona aveva commissionato a Zio Effendi, un esperto di pittura che aveva conosciuto la ritrattistica dei pittori veneziani e ne era rimasto affascinato e sconvolto. Il libro, una volta concluso, sarebbe stato qualcosa di rivoluzionario; inviato in dono al Doge, avrebbe mostrato tutta la potenza del Sultano e lo avrebbe fatto in modo inequivocabile per i veneziani e per tutti gli occidentali: attraverso disegni fatti all’europea, disegni che mostravano le cose, e le persone, dal punto di vista di chi guarda e non da quello eterno e immutabile di Allah. Per questa ragione Zio Effendi e Maestro Osman sono divisi da una rivalità insanabile; il primo, agli occhi del secondo, è corrotto da un’idea di pittura che è soltanto egoistica esibizione di talento, mentre Osman, per Zio Effendi, non è che un uomo stupido, incapace di vedere il destino ultimo di tutto ciò che ha vita: la morte e l’oblio. Tocca a Nero, nipote di Zio Effendi innamorato fin da bambino della bellissima Seküre, la figlia dell’uomo, scoprire l’identità dell’assassino e portare a termine il libro, perché soltanto in questo modo avrà la possibilità di coronare il proprio sogno più grande e sposare Seküre. Ma la via verso la verità è tanto tortuosa quanto pericolosa.
Il mio nome è rosso è un capolavoro letterario, un libro densissimo di storia, di invenzioni, di fantasia e di verità. È un autentico tesoro, al pari dei testi di cui parla e che restituisce alla curiosità ammirata del lettore.
Eccovi uno dei momenti più intensi del romanzo, parte del colloquio tra Zio Effendi (che racconta in prima persona) e l’assassino. Buona lettura
«Quando il libro sarà terminato, coloro che vedranno i disegni comprenderanno il mio talento? – chiese con la disinvoltura delle nostre vecchie abitudini di lavoro».
«Se Allah lo vuole, se un giorno finiremo, il Nostro Sultano prenderà in mano e darà un’occhiata a questo libro, certo, prima controllerà, con la coda dell’occhio, se l’oro è stato usato correttamente, contemplerà il suo ritratto come se leggesse la dettagliata descrizione di un individuo, non ammirerà il nostro meraviglioso disegno ma se stesso disegnato, come fanno tutti i sultani, e poi ci farà un gran favore se vorrà perdere del tempo a guardare le meraviglie che disegniamo, ispirati dall’Oriente e dall’Occidente, con tanta fatica, tanto sforzo degli occhi e tanta passione! Anche tu sai che, se non accade un miracolo, non chiederà assolutamente chi abbia fatto la tale cornice, chi la doratura, chi il disegno di quest’uomo e chi di questo cavallo e chiuderà a chiave il libro nel suo Tesoro. Ma noi, come tutti coloro che hanno talento, continuiamo a disegnare, pensando sempre che un giorno avverrà quel miracolo. Rimanemmo un po’ in paziente silenzio».
«Quando accadrà quel miracolo? – domandò -. Quando verranno veramente compresi i disegni che facciamo fino a diventare ciechi?Quando ci concederanno l’amore che merito, che meritiamo?».
«Mai!».
«Come?».
«Non ti daranno mai quello che vuoi – risposi. – In futuro sarai sempre meno compreso».
«I libri rimangono nei secoli», disse con aria orgogliosa, ma non del tutto sicuro di sé.
«Nessun maestro veneziano possiede la tua poesia, la tua fede, la tua sensibilità, la purezza e la brillantezza dei tuoi colori, credimi. Ma i loro disegni sono più convincenti, somigliano di più alla vita. Non disegnano come se vedessero il mondo dal balcone di un minareto e senza badare alla prospettiva, come la chiamano loro, disegnano guardando dalla strada, o dalla stanza del principe, tutto insieme, il letto e la trapunta, il tavolo, lo specchio, la tigre, sua figlia e il denaro; disegnano tutto, lo sai. Io non credo del tutto a quello che fanno, che il loro disegno tenti di imitare il mondo mi sembra un’inezia, mi offende. Ma i disegni fatti con questi metodi hanno un tale fascino! Disegnano tutto quello che l’occhio vede, come l’occhio lo vede. Loro disegnano quello che vedono, noi invece disegniamo quello che guardiamo. Non appena vedi i loro disegni, capisci, con i metodi europei, che è possibile far durare il tuo volto fino alla fine del mondo. Il fascino di una cosa del genere è talmente forte che non sono solo i sarti, i macellai, i soldati, i preti, i droghieri di Venezia a farsi ritrarre, ma quelli di tutti i paesi europei. Perché una volta che vedi quei disegni, anche tu vuoi vederti così e credere di essere una creatura completamente diversa dagli altri, unica, speciale, con le tue peculiarità. I nuovi metodi permettono di disegnare l’uomo non come lo vede la mente, ma come lo vede l’occhio. In futuro, un giorno tutti disegneranno così. Quando si parlerà di disegno, tutto il mondo capirà quello che hanno fatto! Anche un povero stupido sarto che non capisce nulla di miniatura, vorrà farsi fare il ritratto per credere, guardandosi la punta del naso, di non essere uno stupido qualsiasi ma una personalità speciale e unica».
«Eh, allora faremo quei disegni», disse lo spiritoso assassino.

«Non li faremo! – dissi. – Non hai imparato dal defunto Raffinato Effendi che tu hai ucciso, quanto tutti abbiano paura di imitare gli europei? Anche se non avessero paura e ci provassero è la stessa cosa. Nessuno si interesserà ai nostri libri, ai nostri disegni. E quelli che se ne interesseranno, non capiranno niente e arricciando il naso diranno che manca la prospettiva, oppure non troveranno i libri. Perché la mancanza di interesse, il tempo e le disgrazie, pian piano elimineranno i libri. 

Mahfuz, poeta della realtà

Naghib Mahfuz, Tra i due palazzi, Pironti
Naghib Mahfuz, Tra i due palazzi, Pironti

C’è qualcosa di sorprendentemente poetico nel realismo del grande scrittore egiziano Naghib Mahfuz, premio Nobel per la letteratura nel 1988. La sua prosa, pur essendo ricordo, analisi, resoconto, descrive tutto con puntualità e precisione ma senza aridità, e con magistrale naturalezza penetra fin dentro al cuore delle cose, svelandone l’essenza. La voce di Mahfuz, specie nella Trilogia del Cairo, considerata il suo capolavoro e composta dai romanzi Tra i due palazzi, Il palazzo del desiderio e Es-Sukkariyya, è quella della sua città, Il Cairo, dei quartieri in cui è cresciuto, delle persone, grandi e piccole, che ne popolano strade e case e degli avvenimenti storici che l’hanno segnata. Un brulicare di vita che le sue pagine traducono con amore sincero, lealtà, aperta partecipazione, quasi fossero state scritte (in una sorta di “impossibile autobiografia”) da ciascuno dei personaggi presenti nei romanzi, senza tuttavia risolversi in uno sterile accatastarsi di eventi, ma anzi sollecitando il lettore a un confronto continuo, invitandolo a scegliere, prendere posizione, schierarsi rispetto ai problemi e alle questioni poste.

Nella Trilogia, cronaca di mezzo secolo di storia egiziana (dagli inizi del Novecento fino al colpo di stato militare del 1952) vista attraverso le comuni vicende di una famiglia, Mahfuz dà vita, con grande sensibilità umana e nello stesso tempo con altrettanto rigore critico, a un parallelismo tra la figura di Ahmad, capofamiglia dal carattere forte, abituato a imporre la propria volontà e a non tollerare contraddizioni, legato a tradizioni antiche che vanno inesorabilmente scomparendo e irremovibile nel difenderle e nel rivendicarle (ma capace anche di tralasciarne l’ossequio quando le circostanze lo richiedono), e la più generale situazione del Paese, all’affannosa ricerca di una propria identità, desideroso di scrollarsi di dosso il giogo del protettorato inglese e pronto ad abbracciare la tanto sospirata indipendenza. L’ansia di libertà che scuote l’Egitto, e che pur accendendo entusiasmi comporta notevoli rischi; l’approssimarsi, percepito come inarrestabile, di un cambiamento epocale, confondono cuori e menti. 
Nessuno sembra più capace di riconoscere il luogo in cui è nato, vive e abita, sia esso l’immensità di un Paese o il vicolo che si apre davanti alla porta di casa, e questa indinstinzione è la stessa che, a livello morale, caratterizza Ahmad, uomo legato ai propri affetti e credente devoto, ma anche impenitente edonista dedito ai piaceri dell’alcol, delle donne e delle feste ricercate. Accanto a questo Egitto in fermento, il Paese che attende il compiersi del proprio destino all’apparenza senza scomporsi, proseguendo nella propria vita di sempre, viene rappresentato da Amina, la moglie di Ahmed, donna dal carattere dolce e remissivo, sempre pronta a obbedire al volere del proprio consorte ma non per questo priva di una ben definita personalità. È lei, infatti, a dare ordine e senso alla vita di tutta la famiglia, a quella dei figli, per i quali è imprescindibile punto di riferimento, e persino a quella di Ahmed, che può perdersi ogni notte nell’illusorio incanto dei propri desideri perché il suo ruolo di marito e padre, ciò cui tiene di più e senza il quale sarebbe perduto, è custodito con amore e rispetto dalla donna che ha sposato.
Lavoro di ampio respiro, impeccabile nella ricostruzione storico-politico-sociale e di notevole spessore dal punto di vista psicologico, la Trilogia del Cairo è una lettura appassionante. Un viaggio in una realtà poco conosciuta, ma che non è così lontana da noi come siamo soliti credere.
Eccovi l’inizio del primo volume. Buona lettura.
Si svegliò a mezzanotte in punto, come sua abitudine, ogni notte, alla stessa ora, senza aiuto di una sveglia o di altro ma spinta da un desiderio tutto interno che la costringeva, suo malgrado, ad aprire gli occhi con precisa puntualità.
Restò per alcuni momenti al margine della realtà, abbandonata alle visioni dei sogni e ai bisbiglii della percezione cosciente finché, prima di sollevare le palpebre, venne colpita dall’improvvisa ansia che la invadeva quotidianamente nel timore che il sonno l’avesse ingannata. Scosse leggermente la testa e aprì gli occhi nella profonda oscurità della stanza. Non il minimo indizio che le consentisse di farsi un’idea circa l’ora: giù, la strada non si addormentava fino ai primi bagliori dell’alba. I frammenti di chiacchiere dei frequentatori abituali dei caffè e dei proprietari delle bettole che le giungevano fin dall’inizio della notte, erano gli stesi che si prolungavano fino a mezzanotte e a poco prima dell’aurora. Quindi, nessun segno di riferimento sul quale poter contare, al di fuori dell’intuizione intima, sorta di orologio cosciente, e del silenzio che avvolgeva la casa, segno che suo marito non aveva ancora bussato alla porta, né urtato i gradini della scala con la punta del bastone. La svegliava a quell’ora una vecchia abitudine acquisita nella prima giovinezza e conservata ancora in età adulta, anzi fatta sua insieme ad un certo numero di regole della vita coniugale; era quell’abitudine a volerla in piedi nel bel mezzo della notte in attesa che il marito rientrasse dalle uscite notturne e lei potesse servirlo fino a che si addormentava.