Lungo una scia che svanisce

Recensione di “Diluvio di fuoco” di Amitav Ghosh

Amitav Ghosh, Diluvio di fuoco, Neri Pozza
Amitav Ghosh, Diluvio di fuoco, Neri Pozza

Le vite dei singoli, che di continuo si intrecciano in un perverso gioco di coincidenze e rimandi che richiama alla mente un teatro di burattini, e le sorti del mondo intero; gli interessi personali e i richiami orgogliosi alla libertà degli uomini e del commercio, alle leggi e ai decreti di Dio scritti con l’oculata scaltrezza di un affarista; gli inconfessabili segreti, che il tempo inesorabilmente svela, e le passioni, così irresistibili e nel medesimo tempo così distruttive, cui tutti, prima o poi, finiscono per soccombere. E infine la guerra, l’impari scontro di due imperi, e la legge del più forte che ancora una volta si impone e si ammanta di legittimità mascherandosi da diritto. Giunto al capitolo finale della sua splendida trilogia (i cui primi due capitoli, Mare di papaveri e Il fiume dell’oppio ho già recensito in questo blog), Amitav Ghosh ricompone con ogni cura un complesso e suggestivo mosaico letterario nel quale la geografia e la storia, le tattiche belliche, la varietà delle lingue parlate e le innumeri verità delle religioni professate non sono semplice materiale narrativo ma si radicano profondamente nei vissuti dei protagonisti illuminandone caratteristiche, peculiarità, virtù e vizi, e contribuendo a spiegarne scelte, decisioni, viltà, eroismi, sacrifici. In Diluvio di fuoco (questo il titolo del romanzo che conclude la saga), è la memoria, che come uno scrigno racchiude desideri, speranze, traumi, abissi di menzogna e divoranti ansie di riscatto, il filo rosso che unisce i destini di un manipolo di persone. Memoria di quanto accaduto a bordo della goletta Ibis (e raccontato in Mare di papaveri), memoria di quell’accendersi unico di circostanze che ha unito per sempre persone tra loro diversissime, raja e figli di schiavi, lascari e armatori milionari, oppiomani disperati e giovani donne fiere, pronte ad affrontare ogni rovescio. Alla tolda di quell’imbarcazione e a ciò che vi accadde Ghosh torna attraverso una prosa fluida e rigogliosa, risalendo al presente di ciascun individuo per ogni sorta di via possibile, assumendosi il compito, insieme improbo ed esaltante, di dare espressione a quell’infinita sequenza di possibilità, a quell’interminabile sporgersi verso la realtà che è l’essenza autentica di tutto ciò che esiste. Sullo sfondo di un evento di straordinaria drammaticità e di ancora maggiore importanza (la guerra dell’oppio, combattuta tra Inghilterra e Cina nella seconda metà del XIX secolo e conclusasi nel 1842 con la capitolazione dell’impero Manchu ratificata dal trattato di pace di Nanchino), Amitav Ghosh mette i suoi personaggi di fronte a se stessi; l’ordalia del sangue è un diabolico canto delle sirene che chiama a sé, da ogni latitudine, anime disperse ma non perdute, tutte in qualche modo oscuramente consapevoli di appartenere l’una all’altra. E a contatto con la morte, nel suo spettrale, angosciante incombere, è come se il vivere d’improvviso rilucesse, come se ogni respiro, ogni giorno, ogni più piccola cosa meritasse il massimo dell’attenzione, la più assoluta devozione. Allora ecco che l’amore, fino a quel momento interpretato (dall’algida e calcolatrice moglie di Benjamin Burnham, divenuto immensamente ricco grazie al traffico di oppio) come comoda finzione, si fa dapprima bruciante passione (per il giovane Zachary Reid, ingenuo avventuriero più che mai desideroso di affrancarsi dalla propria miseria materiale) e poi lacerante, nostalgico rimorso per il ragazzo conosciuto in gioventù (e oggi capitano dell’esercito inglese in procinto di essere mandato in Cina a combattere in difesa della “libertà del commercio”), al quale, per la prima e unica volta, ella donò il proprio cuore. All’amore sensuale della signora Burnham corrisponde quello filiale di Raju, figlio dell’ex raja Neel, disposto a imbarcarsi con gli inglesi e perfino a marciare con l’esercito della regina Vittoria pur di ritrovare il genitore, arrestato per debiti anni prima, ed è ancora l’amore, quello del sepoy Kesri Sing per la sorella Deeti (protagonista di Mare di papaveri e in questo romanzo soltanto evocata, ma fortemente presente) e quello dell’uomo di fatica Maddox Colver (che di Deeti è il marito) a decidere della loro sorte e a renderli fratelli, a battezzarli custodi delle reciproche vite.

Opera di cristallina bellezza, solida nell’architettura narrativa, raffinatissima nello stile, suggestiva nella sua “universalità linguistica” (nelle quasi 700 pagine del romanzo si alternano bengali, indostano, cantonese, gujarati), Diluvio di fuoco è insieme un incantevole romanzo d’avventura e una trascinante storia d’amore, un minuzioso trattato sulle campagne militari e un manuale di navigazione, una coraggiosa dissertazione economico-politica e un dettagliato resoconto di una pagina di storia. Al netto di qualche lungaggine di troppo e di alcune macchinosità e forzature (inevitabili, considerata la necessità di far quadrare ogni cosa), Ghosh non avrebbe potuto congedarsi meglio dai suoi lettori.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Neri Pozza Editore (che ha pubblicato anche i primi due romanzi della trilogia), è di Anna Nadotti e Norman Gobetti. Buona lettura.

L’havildar Kesri Singh era uno di quei soldati che amano stare in prima fila, soprattutto in giornate come quella, in cui il suo battaglione marciava attraverso un territorio già assoggettato e il compito dell’avanguardia consisteva nell’inalberare i vessilli del paltan e sfoggiare a beneficio della folla la propria migliore espressione da parata. I contadini assiepati sul ciglio della strada erano persone semplici, e Kesri non aveva bisogno di guardarli in faccia per sapere che lo stavano fissando con occhi sgranati dalla meraviglia.

L’edera folta dei rimpianti e dei rimorsi

Peter May, L'uomo degli scacchi. Einaudi
Peter May, L’uomo degli scacchi. Einaudi

Il cerchio si chiude e il dolore trova un perché, la flebile luce di una spiegazione che non ha il potere di colmare un vuoto né la forza di offrire conforto e tuttavia racconta una storia, unisce un principio a una conclusione, rimette al loro posto tutte le tessere di un tragico puzzle. Il cerchio si chiude, una stagione tramonta, e la vita, al di là degli anni irrimediabilmente perduti, folti d’edera di rimpianti e rimorsi, torna in folate di vento a reclamare il proprio indispensabile nutrimento di desiderio, speranza, felicità, a sognare seconde occasioni, a immaginare altre scelte, altre strade, possibilità mancate per un soffio. Il cerchio si chiude nell’eterna, silenziosa testimonianza di una natura splendida e indomabile, primordiale e incomprensibile, le cui tempeste furiose si schiantano su valli e contrafforti rocciosi vecchi di millenni plasmandoli secondo un cieco, sovrumano istinto di bellezza, e la cui voce è il cavernoso risucchio dell’oceano che ribolle nell’oscurità di immense caverne di roccia nera e l’urlo folle di colonne d’acqua che cingono d’assedio scogliere e strapiombi e il sibilo incessante di maree che si rovesciano su coste e spiagge come corpi esausti. Il cerchio si chiude – fiammeggiando d’atrocità e compassione, inabissandosi nella spirale del tempo trascorso e infine riemergendo a un presente talmente carico d’incognite e paure da sembrare l’immagine di un sogno – nello stesso luogo in cui tutto ha avuto inizio (con lo splendido e trascinante noir L’isola dei cacciatori di uccelli, già recensito nel blog assieme al seguito, L’uomo di Lewis): sull’isola di Lewis e Harris, la più settentrionale delle Ebridi. È infatti di nuovo in questa terra aspra, custode di inconfessabili segreti, che lo scrittore e giornalista scozzese Peter May ambienta L’uomo degli scacchi, ultimo capitolo della sua indimenticabile trilogia. Ancora una volta, tutto ruota attorno alla figura del protagonista della saga, l’ex ispettore di polizia Fin McLeod, alle spalle un matrimonio fallito e un figlio piccolo tragicamente ucciso da un pirata della strada mai identificato, che sull’isola è nato e cresciuto e ha lasciato la parte più autentica di sé: l’amore assoluto e purissimo per Marsaili, conosciuta bambina sui banchi di scuola e perduta nel tempo generoso e stupido della giovinezza; il ricordo amaro dei genitori morti prematuramente mescolato alla confusa gratitudine nei confronti della zia con la quale è cresciuto, nell’umidità povera ma dignitosa di una casa affacciata sull’immensità dell’orizzonte; le amicizie ruvide con coetanei che l’isola ha stretto a sé e in qualche misterioso modo spezzato durante il lungo, faticoso cammino verso la maturità.

Più ancora che nei romanzi precedenti, è l’isola, cupa e severa come lo guardo di Dio, a dominare l’intreccio. Nell’implacabilità dei suoi inverni, come nel risveglio dolcissimo e fuggevole delle sue estati dorate, quell’impasto di terra e torba partorito dal tempo come una creatura leggendaria, sembra voler finalmente confessare le tante, terribili verità che gli uomini le hanno affidato nel corso di decine e decine d’anni. E come Fin avrà modo di scoprire, ognuna di esse, a partire dal naufragio della nave Iolaire, che nel 1919 stava riportando i casa i soldati scampati alla follia del primo conflitto mondiale, fino al ritrovamento, all’indomani di una tempesta talmente forte da aver sconvolto la geografia di una vallata prosciugando il lago che la impreziosiva, del relitto perfettamente conservato di un piccolo aereo (un velivolo scomparso una ventina di anni prima, di proprietà di un amico di Fin, che viene rinvenuto cadavere nell’abitacolo), è intimamente legata alla storia personale di Fin e dei ragazzi e delle ragazze assieme ai quali è cresciuto. Così, la sua indagine informale su quel che è davvero successo all’aereo e al suo pilota diventa, nella prosa vigorosa e partecipata di May, scrupoloso nel seguire le regole narrative del giallo e impeccabile nel disegnare il complesso e spesso controverso universo emotivo dei suoi personaggi, ciascuno alle prese con colpe da farsi perdonare o errori di cui pentirsi, un viaggio nella memoria, una via della croce di ricordi che sono altrettanti indizi, indispensabili per far luce sul mistero di una morte insopportabilmente ingiusta che, accolta come disgrazia, si rivela essere un omicidio. Il costante oscillare tra ieri e oggi, che è stata una delle costanti narrative dell’intera saga, in questo capitolo conclusivo si fonde con il respiro romanzesco, ne colora le atmosfere, scandisce colpi di scena e sorprese e in un travolgente ribaltamento di prospettiva fa del passato, di ciò che è stato, e non del futuro, il cuore di ogni aspettativa, la promessa della felicità. May guarda ai suoi protagonisti – Fin e il suo fraterno amico Whistler dal carattere indomabile, la fiera Marsaili, capace d’amore come nessun altro, Donald, che ha scelto di espiare anni di sfrenatezza facendosi soldato di Dio – con benevolenza e pietà; e nel raccontarne sbagli e cadute ce li rende fratelli.

Con L’uomo degli scacchi, che suggerisco di leggere dopo aver letto i primi due romanzi per coglierne fino in fondo la ricchezza, si conclude una trilogia di rara bellezza stilistica e di straordinaria intensità emotiva; un magnifico affresco letterario.

Eccovi l’inizio del romanzo. La traduzione, per Einaudi, è di Chiara Ujka. Buona lettura.

Quando Fin aprì gli occhi, l’interno del vecchio rifugio in pietra che aveva dato loro riparo dalla tempesta era soffuso di una strana luce rosata. Salendo dal fuoco ormai quasi spento, del fumo vagava pigro nell’aria immobile. Whistler se n’era andato. Si sollevò sui gomiti e notò che la pietra che chiudeva l’accesso al rifugio era stata spostata. Al di là riusciva a vedere la foschia dell’alba tinta di rosa che faceva da cappello alle montagne. La tempesta era passata, aveva scaricato la sua pioggia e lasciato dietro di sé un silenzio innaturale.

“Non voglio dirtelo”

James Ellroy, Il sangue è randagio, Mondadori
James Ellroy, Il sangue è randagio, Mondadori

Tutto ha inizio con una rapina, chirurgica e sanguinosa. L’assalto a un furgone blindato carico di smeraldi e dollari che lascia sul campo poliziotti e malviventi (questi ultimi bruciati con un ritrovato chimico per impedirne l’identificazione) e vede fuggire un solo, misterioso uomo. Tutto ha inizio con un colpo audace e spietato che sembra dettato esclusivamente dall’avidità, dalla brama di ricchezza, ma che in realtà nasconde ben altro. Tutto ha inizio a Los Angeles nel febbraio del 1964. Eppure questa storia così oscura e impenetrabile non è che un tassello di un mosaico ben più grande, il singolo passaggio di un vastissimo complotto, una tra le innumerevoli battaglie che compongono una guerra. Teatro degli scontri è l’America degli anni sessanta e sessanta, il Paese delle opportunità e della morte, degli scontri tra bianchi e neri, dell’odio di classe e di razza sparso a piene mani, dello strapotere dell’Fbi di Hoover, delle macchinazioni della mafia, delle promesse kennediane, del sogno di Martin Luther King e dei tragici risvegli di Dallas e Memphis, della questione cubana e della lotta interna al comunismo condotta con ogni mezzo, senza scrupoli; un’America raccontata in una prosa furente e meravigliosamente generosa da James Ellroy nella sua celebre trilogia americana, che dopo i magistrali romanzi American Tabloid e Sei pezzi da mille (entrambi già recensiti in questo blog) si conclude con lo splendido Il sangue è randagio. Se a prevalere, nei primi due capitoli di questo indimenticabile affresco, è stata una sostanziale aderenza alla realtà dei fatti; se a emergere, pur in una ben definita dimensione estetico-letteraria e nel tumultuoso incalzare di una scrittura secca e straordinariamente incisiva, spietata come un’esecuzione e di ipnotica meraviglia nella sua violenza volutamente priva di mediazione, è stata una precisa volontà di documentare il passato, di testimoniarlo e attraverso la testimonianza giudicarlo – “L’America non è mai stata innocente” recita l’incipit di American Tabloid, un incipit che non ammette repliche – ne Il sangue è randagio a prendere decisamente il sopravvento è una dimensione onirica, allucinata. La verità, in questo travolgente romanzo-fiume di Ellroy, è irraggiungibile: multiforme, liquida, inafferrabile, ha i contorni indefiniti e grotteschi del delirio, la morbida inconsistenza del sogno, l’ingannevole disponibilità del desiderio. E i personaggi che nella macabra danza orchestrata dallo scrittore americano le girano attorno (la gran parte dei quali era già presente negli altri due libri, che andrebbero letti prima di abbandonarsi a questo, a eccezione del giovane e tormentato investigatore privato Donald Crutchfield e delle tre donne attorno alle quali ruota l’intera vicenda, Joan Rosen Klein, attivista comunista, Karen Sifakis, pacifista di sinistra amante dell’agente dell’Fbi Dwight Holly, uomo di fiducia di Hoover e poi del neoeletto presidente Nixon, e infine la sfuggente rivoluzionaria Celia Reyes) sono ostaggi di un’ossessione, prigionieri di un’idea fissa, ottenebrati dal ricorso continuo alle droghe, segnati da esistenze impossibili da vivere; ognuno di loro, sempre a un passo dalla follia, cerca la verità nello stesso modo in cui l’insonne cerca la quiete, nello scientifico stordimento di tranquillanti e pastiglie o nell’evocativa alchimia delle pozioni “magiche” (a più riprese Ellroy si sofferma sui riti voodoo di Haiti e sui segreti procedimenti di zombificazione custoditi da sacerdoti e bokor), e tutto quel che trova si riduce a sospetto, a ipotesi, a fantasia, a immaginazione febbrile. Consumata dalle menzogne e dai doppi giochi, corrosa dal cortocircuito del pensiero logico indotto dagli stupefacenti, brutalmente negata da un silenzio ostinato, geloso, quasi che aprirsi, concedere fiducia al prossimo, chiunque egli sia, amico, amante, compagno, equivalga a perdere irrimediabilmente se stessi e dunque condannarsi a un destino mille volte peggiore della morte – “Non voglio dirtelo”, si sussurrano l’un altro, non appena giungono a sfiorare l’intimità di cuori e menti, i diversi personaggi del romanzo – la verità naufraga, ignorata, sacrificata in nome di qualcosa di più grande, di una causa cui donarsi anima e corpo, oppure venduta, contrabbandata per salvarsi la vita.

La geografia di questo mondo che non conosce giustizia ed è incapace di distinguere il bene dal male, è allo stesso tempo quella politico-affaristica degli Stati Uniti che, persa Cuba, feudo dei “bravi ragazzi” italoamericani, cerca un altro angolo di mondo, preferibilmente retto da un dittatore sanguinario e avido, da depredare, e quella violentemente idealistica dei gruppi clandestini d’opposizione che combattono la tirannia con la disperazione di una belva stretta d’assedio dai cacciatori; è quella patetica di uomini ridotti a pedine “sulla scacchiera di Dio” (o del caso) e quella fragilissima del domani, di un futuro condannato ad avanzare malfermo su arti amputati.

Sontuoso labirinto letterario, Il sangue è randagio è un romanzo di rara potenza; stilisticamente impeccabile (al pari dei precedenti capitoli), procede, tra colpi di scena, bestiale ferocia e momenti di intenso intimismo, al ritmo galoppante di una malattia; in un inarrestabile crescendo che è manifestazione di un purissimo genio letterario.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Mondadori, è di Giuseppe Costigliola. Buona lettura.

A UN TRATTO: il camioncino del latte svoltò bruscamente a destra e urtò il marciapiede. Il conducente perse il controllo del veicolo e colto dal panico inchiodò, sbandando di coda. Un furgone blindato della Wells Fargo finì con il muso contro la fiancata del camioncino. Ora seguitemi: 7.16 del mattino, South Los Angeles, tra l’Ottantaquattresima e la Budlong. Un quartiere di neri. Merdosi tuguri con i cortili lerci. I motori di entrambi i veicoli si spensero per l’urto. Il conducente del camioncino del latte andò a sbattere sul cruscotto. La portiera del guidatore si spalancò e l’uomo scese dal marciapiede. Era un negro sulla quarantina.

Canton, approdo dei sogni e dimora d’incubi

Recensione de “Il fiume dell’oppio” di Amitav Ghosh

 

Si dipana lungo il filo rosso della tempesta, e del suo incontrollabile furore, il bellissimo romanzo di Amitav Ghosh Il fiume dell’oppio, secondo capitolo della Trilogia della Ibis. Chiuso con un fortunale il primo libro, Mare di papaveri (di cui ho già scritto nel blog), lo scrittore indiano per prima cosa si preoccupa di assicurare continuità logica e cronologica alla trama (offrendo in tal modo un sicuro appiglio ai lettori, che non rischiano di perdersi tra le decine di personaggi e l’estrema ricchezza della rievocazione storica), poi si concentra su un racconto che, per struttura e stile, è l’esatto opposto di quello narrato nell’opera d’esordio. Se infatti in Mare di papaveri a colpire erano il respiro epico e avventuroso della prosa e il crescendo di emozioni, sorprese e colpi di scena della trama, che finiva per coinvolgere le esistenze dei singoli, degli ultimi come dei più ricchi e potenti, nel destino di una nazione, in questo nuovo libro a emergere con forza è il mondo interiore dei protagonisti, il loro ritratto psicologico. È tra i dubbi, le indecisioni, le paure, gli atti di coraggio e di spavalderia degli uomini e delle donne che popolano il romanzo che il contesto storico prende vita e gli avvenimenti forma; è l’epopea – tragica, misera e luminosa – di un pugno di individui quella che Ghosh disegna con finissimo tratto. Come brandelli di memoria, solo alcuni dei caratteri di Mare di papaveri trovano spazio nelle quasi 600 pagine di questo lavoro: la fiera Paulette Lambert, figlia di un valente botanico; l’enigmatico Ah Fatt, perduto nei sogni artificiali indotti dall’oppio e salvatosi, quando tutto sembrava perduto, per un capriccio del caso; il pavido e viziato Neel, un tempo rispettato raja di Raskhali e oggi uomo solo e sconfitto, spogliato di tutti i suoi averi perché impossibilitato a saldare gli ingenti debiti contratti con le compagnie commerciali inglesi; Benjamin Burnham, ricchissimo uomo d’affari che deve la gran parte delle sue fortune al traffico d’oppio. Nell’articolato mosaico letterario di Ghosh, ognuno di loro non è che una tessera, una porta che si apre su una nuova storia; così, il fortuito incontro di Paulette con Fitcher Penrose, infaticabile “cacciatore di piante”, conduce prima la giovane a bordo della sua nave-serra, la Redruth, e da qui alla scoperta di un mondo nuovo ed entusiasmante, mentre la rischiosa traversata della Anahita, splendida imbarcazione del facoltoso mercante parsi Bahram Modi, partita da Bombay con la stiva carica di casse di oppio da smerciare a Canton, cambia per sempre le vite di Neel, alla disperata ricerca di un riscatto, di una rivincita personale, e di Ah Fatt, che di Modi è figlio illegittimo.
La narrazione di Ghosh, preziosa, attenta, meravigliosamente coinvolgente, scorre in un sottile gioco di rimandi; se Bahram Modi – e soprattutto il suo carattere, che poco alla volta, come un imbarazzante segreto, viene svelato dal precipitare della situazione economico-politica della Cina, dove i mandarini al potere sono decisi a stroncare il commercio illegale di oppio – è senza dubbio il personaggio centrale del romanzo, il microcosmo che gli si muove intorno non è ridotto a sfondo inerte. Dalla rievocazione del passato di quest’uomo, infatti, prende corpo la figura del figlio, poco più che abbozzata nel primo romanzo, mentre il suo travagliato presente, oltre a offrire a Neel l’occasione di riparare i gravi errori compiuti, getta luce sulla stupefacente realtà di Canton nella prima metà del XIX secolo, quando ai margini della città, nella striscia di terra che divideva le mura perimetrali dall’argine del Fiume delle Perle ingombro di barche di ogni foggia e dimensione sorgeva “Fanqui-town”, l’enclave straniera sede delle “ambasciate commerciali” dei Paesi “in affari” con la Cina. Impressiona, qui, la potenza espressiva dell’autore, il suo realismo, così puntuale e insieme così evocativo, sapientemente stemperato dall’emozione che scaturisce da una scoperta personale (a descrivere “Fanqui-Town” è uno dei caratteri più originali e indovinati di Ghosh, il pittore Robin Chinnery; lo fa in una delle molte lettere che invia all’amica Paulette): “E così […] ho messo piede nella striscia di terra che costituisce il cuore e l’anima di Fanqui-town. È uno spazio aperto tra le factory e la riva del fiume: per gli inglesi è “The Square”, ma gli indostani hanno un nome migliore, lo chiamano “maidan”, ed è esattamente questo, un crocevia, un luogo d’incontro, una piazza, una promenade, un palcoscenico per un tamasha senza fine: c’è una tale attività, una tale animazione, che dubito di essere capace di catturarla sulla tela. Dovunque giri gli occhi c’è sempre qualcosa di stranissimo e singolare: ti si avvicina una bufera di trilli, e al centro c’è un uomo che regge sulle spalle due stanghe da cui penzolano migliaia di gusci di noce; a un esame ravvicinato ti accorgi che ogni noce è intagliata ed è una gabbietta di squisita fattura per… un grillo! L’uomo porta in giro migliaia di questi insetti che cantano a gola spiegata. Non hai ancora fatto un altro passo e già si avvicina, al trotto, un’altra bufera di suoni: al centro c’è qualche importante personaggio, un mandarino o un mercante della gilda Co-Hong; siede in una specie di palanchino, in pratica una portantina appesa a due stanghe con tanto di tende: gli uomini che la trasportano sono chiamati “cavalli senza coda” e hanno degli assistenti che corrono al loro fianco, battendo tamburi e battagli per far sgomberare la strada. È tutto così nuovo che indugi a fissarlo troppo a lungo e rischi di essere calpestato dagli stalloni senza coda […]. In un certo senso, Fanqui-town è come una nave in mare, con centinaia, anzi migliaia di uomini che vivono ammassati uno sull’altro in una scheggia di spazio […]: sembra di essere arrivati sulla soglia dell’ultimo e più grandioso caravanserraglio del mondo”.
È qui, su questa “scheggia di spazio”, che tutto si compie; qui la prova di forza tra i mandarini e i trafficanti d’oppio, che per la prima volta vedono minacciata la principale fonte della loro opulenza e del loro potere, giunge fino alle estreme conseguenze, qui Bahram si assume la responsabilità delle scelte fatte, qui tutti hanno un appuntamento con il proprio destino.
Romanzo inevitabilmente interlocutorio (lo sono tutte le opere centrali di una trilogia), Il fiume dell’oppio è comunque uno splendido lavoro, vivificato da una scrittura lussureggiante; un libro malinconico, tragico, poetico, storicamente accuratissimo e insieme pieno di invenzioni, che si può leggere come opera autonoma ma che si comprende, e soprattutto si apprezza pienamente, come parte di un discorso più ampio, per nostra fortuna non ancora giunto a conclusione.
Eccovi l’incipit. Buona lettura.
Il sacrario di Deeti era nascosto in una roccia, nel punto in cui la costa occidentale e quella meridionale dell’isola collidevano formando la cupola battuta dal vento del Morne Brabant. Era un’anomalia geologica – una grotta che il vento e l’acqua avevano scavato all’interno di uno sperone roccioso – e non ce n’era un’altra uguale nel monte. Più tardi Deeti avrebbe ribadito che non era stato il caso bensì il destino a condurla lì, perché l’esistenza di una simile cavità era inimmaginabile finché non ci si entrava.
La fattoria Colver si trovava al di là della baia e, verso la fine della sua vita, quando le ginocchia erano ormai irrigidite dall’artrite, Deeti non poteva arrampicarsi fin lassù da sola: non era in grado di percorrere il tragitto se non trasportata nel suo speciale pus-pus, un congegno a metà tra un  palanchino e una portantina. Ciò significava che le visite al sacrario diventavano vere e proprie spedizioni che richiedevano la partecipazione di un buon numero dei maschi Colver, soprattutto i più giovani e robusti.

Il drive-in alla fine del mondo

 

L’Orbit è un drive-in, il più grande del Texas, probabilmente il più grande mai esistito. Ed è un’attrazione irresistibile, specie il venerdì sera, quando sui suoi sei maxischermi si proiettano senza sosta i film della Grande Nottata Horror. Un appuntamento che attrae folle oceaniche, file interminabili di auto, legioni di appassionati di ogni età pronti a godersi ore e ore di libertà assoluta tra pellicole che rigurgitano violenze di ogni sorta. L’Orbit è una zona franca in cui tutto è permesso; è il luogo d’elezione per gli amanti delle mattanze cinefile, ma anche il ricovero perfetto per giovani fidanzati in cerca di reciproca soddisfazione; è un rumoroso cortile di casa dove organizzare un barbecue con amici e perfino la meta di tranquille famiglie desiderose di trascorrere una serata “diversa dal solito”. Ma soprattutto è l’ambientazione, il “set” (e il termine non è casuale) della trilogia di Joe R. Lansdale (in Italia pubblicata da Einaudi, nell’eccellente traduzione di Vittorio Curtoni, Delio Zinoni e Alfredo Colitto, con il titolo di Drive-in La trilogia), vorticoso affresco letterario dominato dal caos, dall’assurdo, dalla follia, e naturalmente dal più puro orrore. Narratore brillantissimo, dotato di una dirompente forza comica e di una visionarietà esplosiva, Lansdale costruisce un vibrante “romanzo in tre atti” – è consigliabile leggere la trilogia in un’unica soluzione per apprezzarla come merita – una sceneggiatura delirante (ma che conserva una propria ferrea coerenza interna) che, abbandonato presto tutto ciò che siamo abituati a considerare normale, ordinario, sensato, precipita protagonisti e lettori in una dimensione parallela fatta d’oscurità (reale e metaforica) e dominata da unico dio: la morte. Accade tutto in un attimo; nel pieno della Grande Nottata Horror, una cometa appare in cielo, o per dir meglio quel che si vede è qualcosa di indistinto, di un acceso colore rosso, che sembrerebbe una cometa se, a un certo punto del suo viaggio verso il drive-in non si mettesse a sorridere. E quel sorriso, proprio come il si gira! di un regista, cambia per sempre ogni cosa. Le tenebre si fanno più dense, acquistano consistenza, circondano il drive-in rendendo impossibile a tutti la fuga (chi ci prova, semplicemente scompare, inghiottito da quel buio misterioso), e lasciano gli spettatori alle prese con la loro nuova vita, diventata d’improvviso sopravvivenza. Impossibilitati ad andarsene, alle prese prima con la scarsità di cibo e bevande (non ci sono che popcorn, snack e bibite gassate vendute nei chioschi), poi con il loro esaurimento, uomini e donne non ci mettono molto a perdere ogni pudore, ogni inibizione. E così la violenza, fino a poco prima “imprigionata” nella pellicola, nei singoli fotogrammi, deflagra tra i reclusi del drive-in, che in un’orgia di abiezioni si danno allo stupro, all’omicidio, al cannibalismo, finché a regalar loro uno scampolo di senso non giunge una creatura deforme, il Re del Popcorn, il cui corpo è l’abominevole risultato della fusione di due persone. Non è il caso di riassumere quel che accade da questo momento in poi, basti dire che la fantasia di Lansdale corre senza freni affastellando, in un febbrile crescendo creativo, dinosauri e diluvi universali (o almeno una loro dignitosissima replica), pesci gatto delle dimensioni di un hangar e cowboy sadomasochisti con un televisore al posto della faccia, creature aliene che sembrano prese di peso dai film degli Anni 50, ologrammi tecnologicamente avanzatissimi e perfino una Città di Merda, così ribattezzata dai suoi abitanti.
Ricordi (nel secondo libro della trilogia l’autore cita anche la propria città natale, Nacogdoches, in Texas, assumendosi “la responsabilità dei commenti tanto positivi quanto negativi su di essa”) amori (il cinema horror prima di tutto, e il drive-in, va da sé), ossessioni (ancora il cinema horror e il drive-in), illusioni e inevitabili delusioni (la letteratura, o almeno certa letteratura: “il sole filtrava dalla finestra e faceva sembrare ancora più vivaci i dorsi rossi e gialli dei volumi di astrologia e numerologia”, scrive Lansdale. “Avevo cercato di credere in quei piccoli bastardi, ma la vita e la realtà continuavano a fare a botte con loro […]. C’era anche uno di quei libri moderni, tanto alla moda, che raccontava che io credevo di essere un fesso, ma in realtà non lo ero. Quello mi era piaciuto più di tutti, finché non avevo realizzato che chiunque avesse i soldi per comperare il libro diventava un tizio con un bel cervello. E l’idea mi aveva, per così dire, sgonfiato le gomme”) sono il magmatico materiale narrativo di questi romanzi. Lansdale offre al lettore un assaggio della sua giovinezza, uno scorcio della sua vita, poi sovverte le regole e lascia che a guidare la sua scrittura sia l’arbitrio imprevedibile della fantasia, dell’invenzione fine a se stessa. E per quanto pazzesca, la sua architettura regge, perché si fonda su una prosa instancabile, vulcanica, spassosa e atroce, che pagina dopo pagina soffia vita ed entusiasmo al racconto. Poco importa che verso la fine del viaggio l’esercizio letterario dello scrittore americano mostri la corda, che il suo funambolismo linguistico perda mordente, che l’insistito ricorso alla metafora scricchioli e il vezzo di braccare similitudini decada in stucchevole maniera… in fondo, sono accadute così tante cose che è del tutto normale che il narratore sia stanco, anzi sfinito. A ben guardare, quel che conta è che ci abbia portato con sé.
Scrive Niccolò Ammaniti: “Io consiglierei a un analfabeta di imparare a leggere solo per poter conoscere Lansdale”. Non potrei essere più d’accordo.
Eccovi l’inizio del primo romanzo, intitolato Il drive-in (un film di serie B con sangue e popcorn, made in Texas). Buona lettura.
Scrivo dei giorni prima che le cose impazzissero, quando c’era da dire addio alle superiori, pensare all’università, alle ragazze, ai party, e alla Grande Nottata Horror del venerdì al drive-in Orbit, quello a fianco dell’Interstatale 45, il più grande drive-in del Texas. Del mondo intero, a dire il vero, anche se dubito che esistano molti drive-in, per esempio, in Jugoslavia.
Pensateci un momento. Ripulite la mente da tutto il resto e vedete se riuscite a immaginare un drive-in tanto grande da poter contenere quattromila automobili. Voglio dire, pensateci sul serio.
Quattromila.
Viaggiando verso l’Orbit, ci capitava spesso di attraversare cittadine con un numero di abitanti inferiore a quattromila scritto sul cartello segnaletico. E considerate che ognuna delle automobili conteneva in genere almeno due persone, spesso di più (senza contare quelle nascoste nei bagagliai), e starete pensando a un sacco di automobili e di persone.
E una volta all’interno, riuscite a immaginare sei mostruosi schermi da drive-in, alti sei piani, con sei pellicole diverse proiettate contemporaneamente?
Anche se riuscite a immaginare tutto questo, è impossibile, se non ci siete mai stati, che riusciate a immaginare quello che succede il venerdì sera, quando il biglietto d’ingresso costa due dollari e le automobili si mettono in fila per la Grande Nottata Horror, per incollare gli occhi su sei schermi che grondano secchi di sangue e sparano decibel di urla dal tramonto all’alba.

Lungo la via dell’oppio

Recensione di “Mare di papaveri” di Amitav Ghosh

 

Foce del Gange, 1838. Lo strapotere politico dell’Impero Britannico in India poggia quasi interamente sugli illeciti commerci di oppio e schiavi. Dalla terra – i campi dei contadini in massima parte destinati alla coltivazione dei papaveri, le immense fabbriche dove quantità inimmaginabili di fiori vengono pesati, lavorati, trasformati in droga e infine confezionati e preparati per il viaggio fino alle coste della Cina – alle acque del fiume sacro, e poi alla distesa infinita dell’Oceano, punteggiato di navi, golette e brigantini in attesa di caricare le casse, sistemarle nella stiva, e salpare alla volta della Cina. Dalla terra, dalla desolazione assoluta dei poverissimi villaggi dell’interno, dove la vita non è altro che sopravvivenza e le famiglie sono costrette a vendere i propri cari per un pugno di monete o poche manciate di riso, di nuovo all’acqua, all’oscurità soffocante dei ventri di quelle stesse navi, dove uomini, donne e bambini “regolarmente acquistati” affrontano lunghe settimane di viaggio in condizioni proibitive per poi sbarcare in isole lontane, in luoghi sconosciuti, e ritrovarsi al servizio di ricchi possidenti; impiegati come bestie nelle loro piantagioni, oppure, i più fortunati, come servi nelle loro magnifiche dimore. A narrare questa realtà, il frenetico caos di un mondo che giorno dopo giorno si apre con entusiasmo alla modernità, al cambiamento e al progresso e nello stesso tempo teme di perdere per sempre valori, costumi, tradizioni e regole sociali nelle quali fino a quel momento si è riconosciuto; a descrivere le terribili contraddizioni e le insopportabili ingiustizie che dividono Paesi divenuti per la prima volta una cosa sola grazie al “libero mercato”, alla fecondità del suo spirito e all’intraprendenza febbrile dei suoi discepoli (la schiatta degli imprenditori inglesi, uomini decisi, risoluti, pronti a tutto, convinti che ogni commercio, persino quello di uomini e droga, sia un dono di Dio); a riunire tutto questo in un’unica opera, in perfetto equilibrio tra romanzo storico e saga avventurosa e impreziosita da una ricostruzione filologica di rara profondità e notevole fascino (che al diligente recupero dell’inglese ottocentesco affianca diverse lingue e dialetti indiani oltre alla particolarissima, unica parlata dei lascari, i marinai impiegati sulle navi; gruppi di etnia diversa, ma uniti, spesso affratellati, dal lavoro svolto), è lo scrittore indiano Amitav Ghosh (nato a Calcutta nel 1956), uno degli autori più interessanti nel panorama letterario contemporaneo.
In Mare di papaveri, primo libro della sua affascinante trilogia dedicata all’età dell’oro del traffico d’oppio tra India e Cina (del secondo volume, intitolato Il fiume dell’oppio, centrato sullo stallo degli scambi causato dalla decisione delle autorità cinesi di vietare l’importazione della droga, ho scritto qui, mentre del terzo e conclusivo capitolo, Diluvio di fuoco, trovate la recensione qui), Ghosh intreccia con abilità destini individuali diversi, ciascuno in qualche modo collegato con il procedere generale dei fatti, e simbolicamente sceglie come palcoscenico per la rappresentazione del suo splendido dramma una nave, il mezzo di trasporto principe per tutti i commerci, in special modo per quelli dell’oppio e degli schiavi. È a bordo questa imbarcazione, la Ibis, una goletta a due alberi agile e veloce, che si ritrovano, come radunati lì da un superiore destino, da un disegno più grande, di cui non sono che particolari, i protagonisti della vicenda, ciascuno sconosciuto agli altri o quasi: Deeti, donna fiera di umilissime origini chiamata a un futuro che va ben al di là di lei, Kalua, gigantesco nel fisico e nobile nei sentimenti, compagno di villaggio di Deeti, Zachary Reid, figlio di una schiava liberata del Maryland imbarcatosi in cerca di pane e di emozioni, Neel, ricchissimo raja caduto in disgrazia a causa delle ardite speculazioni finanziarie del padre e del proprio colpevole disinteresse verso di esse, Benjamin Brightwell Burnham, l’armatore della Ibis, diventato milionario grazie all’oppio e alla tratta degli schiavi, Baboo Nob Kissim Pander, il contabile di Burnham, chiamato sulla goletta dal dio Khrisna, Paulette Lambert, figlia di un naturalista morto povero, il suo amico d’infanzia Jodu, Serang Ali, capo dei lascari della Ibis e marinaio di consumata esperienza, il giovane Ah Fatt, devastato nel corpo e corrotto nell’anima e nel cuore dalla dipendenza dall’oppio…
Meravigliosamente evocativo nelle descrizioni d’ambiente, suggestivo e pieno di inventiva nella costruzione dei caratteri, efficace, persino arguto quando è necessario, nei dialoghi, Mare di papaveri è un magnifico romanzo, un’opera letteraria ricchissima di dettagli e sfumature (nessuna delle quali priva di importanza), che fa pensare all’ipnotica, trionfale grandezza di un quadro di Bruegel. È una lettura irresistibile.
Eccovi l’inizio. Buona lettura.
Fu in un giorno per il resto normale che Deeti ebbe la visione di una nave dall’alta alberatura in navigazione sull’oceano, e comprese immediatamente che quell’apparizione era un segno del destino perché mai prima aveva visto un’imbarcazione simile, neppure in sogno: e come avrebbe potuto, vivendo nel nord del Bihar, a più di seicento chilometri dalla costa? Il suo villaggio si trovava così all’interno che il mare sembrava distante quanto l’aldilà: era l’abisso di tenebre dove il sacro Gange spariva nel Kala-Pani, “il Nero Oceano”.
Accadde alla fine dell’inverno, in un anno in cui i papaveri furono stranamente lenti nello spargere i petali: per chilometri e chilometri, da Benares in su, sembrava che il Gange scorresse tra ghiacciai paralleli, entrambe le sponde infatti erano coperte da una folta distesa di petali bianchi. Era come se la neve delle cime himalayane fosse scesa sulle pianure in attesa della festa di Holi con la sua primaverile profusione di colori.
Il villaggio di Deeti si trovava nelle vicinanze di Ghazipur, una città a un’ottantina di chilometri da Benares. Anche Deeti, come tutti nel villaggio, era in ansia per il raccolto. Quel giorno si alzò di buon’ora e sbrigò le solite faccende: predispose dhoti e kameez freschi di bucato per suo marito Hukam Singh, e gli preparò roti e achar per il pranzo. Quando li ebbe avvolti in un panno, sostò un attimo sulla soglia della stanza di preghiera; più tardi, dopo essersi lavata e cambiata, avrebbe celebrato una vera puja, con fiori e offerte; adesso, con ancora indosso il sari da notte, si limitò a una rapida genuflessione congiungendo le mani.

Vivere e morire a Marsiglia

Jean-Claude Izzo, Trilogia di Fabio Montale, e/o
Jean-Claude Izzo, Trilogia di Fabio Montale, e/o

Il tallone d’Achille dello sbirro Fabio Montale (un po’ personaggio inventato e un po’ alter ego del suo creatore, Jean-Claude Izzo) è anche il suo maggior punto di forza: una straripante umanità. Il suo mondo è un cerchio perfetto, un gioco d’incastri nel quale ogni cosa trova il proprio posto: l’amicizia nata da giovanissimi tra i banchi di scuola e sulle strade, alimentata da rivalità e gelosie che di colpo esplodono, si consumano e mutano nel loro opposto, in una fratellanza, in una comunione di spiriti che nulla può spezzare; la lealtà assoluta ai propri principi e la fermezza necessaria a difenderli sempre, in qualunque frangente; l’acuta consapevolezza che rinunciare a battersi per ciò in cui si crede equivalga a rinunciare a se stessi; l’amore, capace di vivificare gli uomini anche dopo il più doloroso dei naufragi; il benefico tepore delle piccole cose che la vita elargisce tutti i giorni, quasi sempre nell’indifferenza generale: un buon pranzo consumato tra scherzi e risa, l’immortale respiro del mare che accarezza Marsiglia, la bellezza, in ogni sua forma, e la possibilità di testimoniarla, di renderle omaggio, e di ringraziare per essa.

Fabio Montale è il protagonista di tre romanzi gialli, Casino totale, Chourmo e Solea, recentemente pubblicati in un unico volume dalla Casa Editrice e/o (lo vedete in foto) arricchito da una bellissima introduzione, che racconta l’uomo e l’autore Izzo, a cura di Nadia Dhoukhar. Del genere poliziesco Izzo conserva gli elementi indispensabili – uno o più fatti di sangue, indagini, colpi di scena, soluzione del caso – ma li cala in una realtà particolare, più ampia, più dolorosa, più vera; li rende espressione dell’inesorabile tramontare dei sogni che ciascuno di noi nutre. Gli uomini come Montale (e più ancora, gli uomini che Montale ama) possono vivere in un unico modo, cercando “di innalzare la realtà al livello dei loro sogni”; ma la realtà non si lascia domare, non china il capo al guinzaglio dell’idealista, al suo ordine morale semplice e cristallino, che vuole il male nettamente separato dal bene, che chiede comprensione per gli sbagli, compassione per la sofferenza, indulgenza per la sfrenatezza della gioventù, e alla fine del cammino una giustizia che abbia il sapore della misericordia di Dio, o dell’utopia egualitaria comunista, e redistribuisca pene e premi secondo colpe e meriti. La realtà, per quanto si lotti per evitarlo, è caos, Casino totale, un girone dantesco nel quale Montale viene gettato fin dalle prime righe del romanzo, quando ritrova cadavere, nei vicoli della città vecchia di Marsiglia, il suo amico d’infanzia Ugo. È l’inizio di un cammino straziante, una via della croce che riporterà Montale al suo passato, ai compagni perduti ma mai dimenticati, agli amori mai spenti, e ai pericolosi legami che questo groviglio di vite ancora mantiene con il presente di Marsiglia, con le spietate regole del milieu criminale, con lo spettro della vendetta, dei conti in sospeso da regolare. A qualsiasi costo.
La trilogia di Fabio Montale (da leggere tutta d’un fiato) è un commosso viaggio nel debole cuore dell’uomo, tanto facile alla morte quanto capace di moti che niente e nessuno potrà cancellare. Con Fabio Montale, Izzo ha dato alla letteratura poliziesca una profondità e un’autenticità di sentimenti prima sconosciute. Un merito che pochi scrittori possono vantare.
Ora l’incipit del primo capitolo di Casino totale (non è l’inizio vero e proprio del libro, prima c’è il prologo, ma ho ritenuto che queste righe rendessero meglio il senso del lavoro di Jean-Claude Izzo). Buona lettura.
Mi accovacciai davanti al cadavere di Pierre Ugolini. Ugo. Ero appena arrivato sul posto. Troppo tardi. I miei colleghi avevano giocato ai cow-boys. Quando sparavano, uccidevano. Semplice. Seguaci del generale Custer. Un buon indiano è un indiano morto. E a Marsiglia erano tutti indiani, o quasi.
Il fascicolo Ugolini era piombato sulla scrivania sbagliata. Quella del commissario Auch. In pochi anni, la sua squadra si era fatta una brutta reputazione, ma aveva dato buoni risultati. Se necessario, chiudevano un occhio sui suoi eccessi. A Marsiglia la lotta al grande banditismo è una priorità. Un’altra è il mantenimento dell’ordine nei quartieri nord. Le periferie dell’immigrazione. Le cités proibite. Questo è il mio lavoro. Ma io non ho il diritto di toppare. Ugo era un vecchio compagno d’infanzia. Come Manu. Un amico. Anche se con Ugo non c’eravamo più sentiti, da vent’anni. Manu e Ugo, era un colpo troppo duro per il mio passato. Avrei voluto evitarlo. Ma non ci avevo saputo fare.