Homo homini lupus

Henning Mankell, Il cinese, Marsilio
Henning Mankell, Il cinese, Marsilio

Svezia, un piccolo, anonimo villaggio. Il nome del luogo è Hesjövallen, è il 13 di gennaio del 2006. Il freddo, intensissimo, sembra essere ovunque, come il silenzio, un silenzio innaturale, minaccioso. Spinto dalla fame, guidato dall’istinto, un lupo raggiunge l’abitato; a muovere i suoi passi non è la prudenza ma la disperazione. L’animale sa che tutt’intorno a sé ci sono uomini e che dovrebbe tenersi a distanza di sicurezza da loro, tuttavia qualcosa lo costringe ad avanzare, qualcosa che non è semplicemente bisogno di cibo. C’è odore di sangue in quel villaggio, e il lupo l’ha sentito; “l’odore del sangue è vicino, il lupo ne è certo. Si accuccia al margine della foresta cercando di capire da dove venga. Poi comincia ad avanzare lentamente nella neve. L’odore proviene da una delle case alla fine del piccolo villaggio. Il lupo si muove cautamente […]. Si ferma di nuovo. L’odore proviene dal retro di una casa. Rimane in attesa. Riprende a muoversi. Quando raggiunge la casa vede un cadavere. Afferra la preda pesante e la trascina verso la foresta. Non lo ha visto nessuno, nessun cane ha abbaiato. Il silenzio nella mattina gelida è assoluto. Arrivato nella foresta il lupo comincia a mangiare. La carne non è congelata. Non fa fatica. Ha molta fame. Dopo avere staccato a morsi uno scarpone, attacca la caviglia”. Comincia così, nell’assoluta, terrificante assenza dell’elemento umano (che dopo poche pagine, inevitabilmente, riprenderà il sopravvento, portando con sé il lettore in un viaggio d’incubo segnato da atroci sofferenze e implacabili vendette), Il cinese di Henning Mankell, giallo complesso, intricatissimo e ambizioso che guarda alla ricchezza del romanzo storico e la intreccia a una rigorosa analisi politico-sociale del presente. Quasi sentisse la necessità di mettersi una volta di più alla prova come autore (non solo come giallista ma come narratore tout court), lo scrittore svedese, noto in tutto il mondo per aver dato vita al commissario di polizia Kurt Wallander, sostituisce il suo celebre personaggio con un mosaico di fatti e persone; egli dunque in qualche misura rinuncia a un protagonista, a una figura centrale, per mettere la storia al centro della narrazione, una storia che ha inizio con il ritrovamento di diciannove cadaveri. Lo sgomento e l’orrore causati dalla scoperta lasciano ben presto il posto alla necessità di agire; è necessario trovare il responsabile del massacro, ed è necessario farlo al più presto, ma è proprio qui che le cose si complicano, perché la pista più accreditata, secondo la quale un eccidio di queste proporzioni non può che essere opera di un pazzo, si rivela inconsistente. Chi è stato, allora? Chi può aver fatto una cosa del genere? E perché?

Nella ricostruzione del movente, le cui radici si perdono nel tempo ma non nella memoria, e i cui segreti, seppur taciuti, o rivelati a pochi, tormentano come rimorsi, emerge la figura del giudice Birgitta Rosling; a lei, ma soltanto in parte, tocca il ruolo che in una lunga serie di romanzi è stato di Wallander, perché Rosling si ritrova sì a investigare sul tremendo fatto di sangue avvenuto a Hesjövallen, ma come parte in causa, non nelle neutri vesti di inquirente. I genitori adottivi di sua madre, infatti, risultano tra le persone uccise, e questo convince il giudice (il cui giuramento, tratto dall’Ordinamento giudiziario svedese, Mankell pone al principio del romanzo, per sottolineare con forza l’incolmabile distanza esistente tra la lettera della legge e la sua applicazione, sempre viziata dal fattore umano, poco importa che a muovere le persone siano le migliori intenzioni, il personale “senso” di ciò che è giusto e di ciò che non lo è: “Io […] giuro sul mio onore […] di non distorcere mai la legge o favorire ingiustamente qualcuno per via di parentela, amicizia, invidia, malevolenza o interesse […]. Tutto questo io voglio e manterrò fedelmente, come giudice onesto e leale”) a cercare la verità. E la verità, che erroneamente si crede celata dal trascorrere degli anni, è invece scritta a lettere di fuoco nelle conseguenze delle scelte degli uomini, nei loro peccati, che come eco maligna del peccato originale si trasmettono di padre in figlio, diventano eredità di generazioni, e ogni generazione contaminano e avvelenano finché il canto di sirena della vendetta, della rivalsa, della resa dei conti non riesce a far tacere ogni altra voce, finché su ogni altra ragione non prevale quella del sangue.

Tumultuoso nel suo procedere, ricco di colpi di scena come d’umanità e di pietà, lucido nella rappresentazione dell’oggi tanto quanto è puntuale nella descrizione del passato, Il cinese è molto più di un solido romanzo giallo. Leggetelo, non lo dimenticherete.

Eccovi L’incipit. La traduzione, per Marsilio, è di Giorgio Puleo. Buona lettura.

Skare, freddo intenso, solstizio d’inverno. Nei primi giorni di gennaio 2006 un lupo solitario entra in Svezia dalla Norvegia attraversando il confine a Vauldalen. Un uomo che guidava un gatto delle nevi sostiene di averlo intravisto poco lontano da Fjällnäs, ma il lupo scompare nella foresta, verso est, prima che qualcuno riesca a vedere dove sta andando.

Dopo la guerra, la guerra continua

Hervé Le Corre, Dopo la guerra, E/O
Hervé Le Corre, Dopo la guerra, e/o

La ferocia può avere il volto del gelido vento d’inverno, somigliare a una maligna corrente d’aria che soffia senza sosta e bracca uomini e cose penetrando dappertutto, trasformando ogni goccia di pioggia in un velenoso stiletto di ghiaccio, cristallizzandosi come un maligno incantesimo nei rivoli d’acqua sporca disseminati a ridosso dei marciapiede. Oppure esplodere nell’infuocato bagliore dell’estate, frastornare i pensieri, confondere le emozioni, sciogliere volontà nello splendore implacabile di un cielo privo di nubi, annebbiare i sensi e prostrare i corpi nel dardeggiare violento della luce, in quell’uniforme, lattiginoso biancore che rende ciechi. La ferocia può avere i contorni indistinti della memoria, sibilare roca nel sussurro amaro del rimorso, ferire, colpire con accanimento selvaggio nel crudele, insopportabile corto circuito di un rimpianto che non si riesce in alcun modo a far tacere, martellare cuore e viscere nel galoppare folle di una fantasia, nella contemplazione atrocemente sterile di una seconda possibilità, di un vissuto alternativo capace di salvare dalle viltà, dalle crudeltà inflitte e subite, dalle menzogne dette e sopportate, dalle terribili conseguenze delle scelte compiute. La ferocia abita nei volti sofferti e sprezzanti dei poliziotti e dei criminali, riverbera nei segreti custoditi dalle loro donne, si indovina nelle scomode eredità trasmesse ai figli; la si percepisce nel rantolo di una città sopravvissuta a stento all’incubo del secondo conflitto mondiale e alla barbarie dell’occupazione nazista e incapace di ritrovare la dignità perduta; e come un’antica maledizione torna nel precipitare di un’intera nazione fino in fondo all’abisso di una nuova guerra, nell’opaca rivendicazione di un diritto che è solo sopraffazione, bisogno di un nemico contro il quale scagliarsi. La ferocia, destino condiviso di generazioni di vinti, di vivi che in nulla si distinguono da coloro che sono già morti, è il filo conduttore etico e narrativo dell’intenso e dolente Dopo la guerra di Hervé Le Corre, un noir di trascinante splendore che nel ritmo serrato di una vendetta ossessivamente inseguita e perseguita riflette con coraggio e piena onestà intellettuale sul nostro passato prossimo (il dilagare del nazismo in Europa, gli orrori delle deportazioni forzate e dei campi di concentramento, l’infamia del collaborazionismo nei Paesi occupati, l’epurazione seguita alla sconfitta del regime hitleriano e le sue molte, troppe amnesie, la “sporca guerra” francese d’Algeria e le giovani vite che consuma) e su quanto la sua ombra lunga, così densa di miserie e tragedie, si allunghi sul nostro oggi e pregiudichi il domani ancora da costruire.

Nel confronto tra i protagonisti principali del romanzo – da una parte il corrotto commissario Darlac, compromesso con il sistema di potere instaurato dai tedeschi, arricchitosi con le delazioni e il sequestro dei beni confiscati agli ebrei rastrellati e condotti ai campi di sterminio, dall’altra il sopravvissuto Jean Delbos, tradito proprio dall’ex amico Darlac, che gli aveva promesso protezione, costretto ad abbandonare il figlio piccolo e ad assistere alla morte della moglie, deportata come lui, miracolosamente scampato alla macchina della morte nazionalsocialista e tornato per regolare i conti – nell’esasperata violenza di una città (Bordeaux, alla metà degli anni cinquanta) schiava del compromesso, cresciuta come un fiore malato nel fango della brutalità e dell’odioso arbitrio della legge del più forte, lo scrittore francese dà corpo a una realtà d’incubo per la quale ogni redenzione è ormai impossibile. I quartieri feriti dalle bombe alleate, i muri crivellati di proiettili, i palazzi sventrati, le strade sconnesse e maleodoranti e la derelitta umanità che in quella teoria d’orrori e meschinità si sforza di muoversi e respirare sono un girone d’inferno, un lago di cenere e melma nel quale annega ogni residuo d’umanità, di pietà, d’amore. In una Francia incapace di smettere di combattere e uccidere Bordeaux non è che un terreno di scontro tra gli altri, un teatro in rovina all’interno del quale conta solo vivere (o illudersi di essere vivi), non importa a quale prezzo. La ferocia, e la colpa che la scatena, sono la sostanza letteraria e tematica di un’opera meravigliosa e terribile, impreziosita da uno stile raffinato e nel medesimo tempo essenziale, capace di colpire tanto per splendore espressivo quanto per profondità e sottigliezza argomentativa: il ritmo serrato dei dialoghi, le magistrali descrizioni d’ambiente, i complessi ritratti psicologici dei personaggi, le cui contraddizioni, debolezze ed eroismi emergono poco alla volta, evocate dal procedere degli eventi, il perfetto intersecarsi dei piani temporali e degli scenari (il campo di concentramento, Bordeaux prima e dopo la guerra, Parigi, nel cui abbraccio Jean è in qualche modo riuscito a tornare alla vita, l’Algeria, dove finisce Daniel, il figlio di Jean, chiamato a combattere una guerra che non gli appartiene), fanno di questo romanzo un autentico gioiello, capace di superare di slancio i confini della letteratura di genere (peraltro impeccabilmente interpretata).

Eccovi l’incipit. La traduzione, per le edizioni e/o, è di Alberto Bracci Testasecca. Buona lettura.

L’uomo è sulla sedia con le mani legate dietro la schiena, in mutande e canottiera, immobile, con la mascella cascante e il mento sul petto, respira con la bocca. Dalle labbra spaccate gli cola un filo di bava sanguinolenta. Ogni volta che inspira il petto è scosso dai singhiozzi, forse conati di vomito. L’arcata sopraccigliare destra, spaccata anch’essa, gli sanguina sull’occhio gonfio, ridotto a una specie di uovo nerastro. Sulla fronte ha un enorme bernoccolo blu. Dalla faccia il sangue gli è sgocciolato sulla canottiera. Ce n’è anche per terra. L’unica illuminazione della stanza è la lampada appesa sopra il biliardo, che concede un cono di luce gialla e lascia in ombra il resto, cioè quattro tavolini tondi da bar con le sedie intorno, il segnapunti e la rastrelliera per le stecche.

Un viaggio d’ombra verso la bellezza

Boris Vian, Sputerò sulle vostre tombe, Marcos y Marcos
Boris Vian, Sputerò sulle vostre tombe, Marcos y Marcos

Tra verità e finzione, maschera e volto, intenzione e inganno. Nella diabolica sottigliezza delle parole e delle idee, nel travestimento di un nome, nel segreto inviolabile di un corpo, di un cuore, di una mente, di una volontà, e nella pianificazione paziente, caparbia di una vendetta; e ancora in una rabbiosa sfida letteraria che ha l’odore pungente e sgradevole della scommessa e la forma perfetta di un’opera d’arte. Sputerò sulle vostre tombe, violento, sconvolgente, furibondo romanzo di Boris Vian, è un viaggio d’ombra nella straziante sincerità della letteratura e allo stesso tempo la vertiginosa denuncia della sua essenziale irraggiungibilità; espressione di sé e insieme studiato, pianificato pervertimento di ogni autenticità, l’universo delle lettere disegnato dal grande autore francese in questo lavoro somiglia a un’arena di gladiatori, a un teatro di guerra, a una rappresentazione dell’assurdo dove tutto è in potenza identico al suo opposto, dove il senso e la ragione, burattini in bilico sull’orlo di un precipizio, possono dissolversi o germogliare, moltiplicarsi, splendere. La prosa di Boris Vian, esplosiva, immaginifica, visionaria eppure ancorata alle cose, alla terra, alla concretezza dell’esistere con un’urgenza quasi documentaristica, nell’arrembante e tragica amarezza di Sputerò sulle vostre tombe sembra volersi misurare con i concetti (tanto affascinanti quanto pericolosi) di onnipotenza e universalità: può, domanda Vian, un libro, un romanzo, affermarsi e negarsi? Incarnare la propria natura nel momento stesso in cui la rifiuta, le volta le spalle? A cominciare dal nome dell’autore, infatti, Sputerò sulle vostre tombe – pubblicato nel 1946 e firmato con lo pseudonimo “americano” di Vernon Sullivan, che Vian userà per altre tre opere – alterna la seduzione estetica e intellettuale della menzogna, dell’artificio, alla cristallina trasparenza di una narrazione piena, trascinante, mozzafiato. E Vernon Sullivan-Boris Vian dà prova del proprio magistrale talento narrativo proprio quando – raccontando l’oscura, maledetta storia del “negro dalla pelle bianca” Lee Anderson, consumato da un unico, ossessivo pensiero, vendicare l’ingiusta morte del fratello, crudelmente assassinato da un gruppo di bianchi – decide di costruire un “falso”, un’imitazione, una copia dei crudi romanzi polizieschi d’oltreoceano che furoreggiavano tra i lettori del Vecchio Continente. Come definire, dunque, Sputerò sulle vostre tombe? Come inquadrarne la scrittura, così elettrica, lacerante, programmaticamente spavalda? E in che modo porsi di fronte all’intreccio, che inesorabilmente scivola nel cupo, furente abisso del cuore ferito di Anderson per poi articolarsi nella febbrile, allucinata pianificazione della sua rivalsa dispensatrice d’umiliazione e morte e infine esplodere, liberatorio e compiaciuto, nell’esibizione della terrificante irrimediabilità del fatto compiuto?

Domande cui non è agevole rispondere e che tuttavia è il romanzo stesso a sollecitare, e non per qualche intrinseco difetto di struttura, bensì per la sua stupefacente ricchezza stilistica e per la radicalità dei temi affrontati; in una parola, ci si ritrova costretti a chiedersi dove realmente sia, esista (abbia dimora e dignità letteraria) il romanzo di Boris Vian – se nel suo essere una storia scritta (non importa quanto magistralmente, con quanta attenzione alle atmosfere e allandamento della storia, costantemente interrotto, come il respiro mozzo di un uomo braccato, da frasi brevi, incisive, nette) a uso e consumo di un pubblico innamorato di prodotti talmente semplici ed elementari da non meritare il nome di letteratura, o viceversa nella sua compiuta maturità narrativa, nel distinguersi, al pari degli altri romanzi di Vian, come l’opera di un grande, magnifico scrittore – perché Sputerò sulle vostre tombe convince, conquista ed entusiasma tanto come esperimento, come azzardo, quanto come ennesima dimostrazione di una inimitabile capacità di raccontare.

In nulla diverso da Boris Vian, Veron Sullivan sceglie di scandalizzare, provocare, sconvolgere, superare ogni limite, ma al termine del suo percorso, alla fine del più tortuoso dei cammini, quel che egli abbraccia e consegna al lettore è ancora una volta una scintilla di bellezza. Qualcosa di cui essere grati e far tesoro.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Marcos Y Marcos editore, è di Stefano Del Re. Buona lettura.

Nessuno mi conosceva a Buckton. Clem aveva scelto la città per questo; e, d’altra parte, anche se avessi voluto cambiare idea non mi restava benzina sufficiente per risalire più a nord. Appena cinque litri. Un dollaro, e la lettera di Clem, era tutto quello che possedevo. La valigia, non ne parliamo neppure. Per quello che conteneva. Dimentico: avevo nel portabagagli il revolver del ragazzo, uno sparuto 6.35 a buon mercato; ce l’aveva ancora in tasca quando lo sceriffo era venuto a dirci di portarci a casa il cadavere per farlo seppellire. Devo dire che contavo più sulla lettera di Clem che su tutto il resto. Avrebbe dovuto funzionare, bisognava che funzionasse. Guardavo le mani sul volante, le dita, le unghie. Nessuno avrebbe trovato niente da ridire.

Il Napoleone del crimine

Arthur Conan Doyle, La valle della paura, Bur
Arthur Conan Doyle, La valle della paura, Bur

“Nel definire Moriarty un criminale, lei si copre del reato di calunnia agli occhi della legge, e in questo consiste appunto la grandiosità e la meraviglia della cosa. Il più grande imbroglione di tutti i tempi, l’organizzatore di ogni ribalderia, il cervello che controlla il mondo sotterraneo, un cervello che potrebbe foggiare o distruggere il destino di intiere nazioni, questo è l’uomo! Ma egli è talmente superiore a ogni sospetto del pubblico; è talmente immune da ogni critica; sa così meravigliosamente destreggiarsi e nascondersi, che per quelle sole parole che lei ha dette adesso, potrebbe trascinarla in tribunale e uscirne con la pensione di un anno come risarcimento di danni morali. Non è forse il celebrato autore de La dinamica di un asteroide, libro che, si dice, non trovò in tutta la stampa scientifica il competente capace di recensirlo? È questo un uomo da diffamare? Lei sarebbe tacciato di medico calunniatore e lui sarebbe compianto come professore denigrato: tali sarebbero le vostre rispettive parti. Questo è genio, Watson. Ma se io sarò risparmiato da uomini minori, verrà sicuramente il nostro giorno”. Questo ammirato e rabbioso ritratto che Sherlock Holmes, nel corso di un infiammato dialogo con l’amico Watson, traccia del suo mortale nemico, il professor Moriarty, apre La valle della paura, quarto e ultimo romanzo di Arthur Conan Doyle (fu pubblicato nel 1915) che ha per protagonista l’infallibile detective di Baker Street. Deus ex machina, burattinaio occulto, diabolico maestro di complotti, Moriarty – o per dir meglio la sua ombra, la sua presenza – attraversa l’intero romanzo, che alle torbide atmosfere del mystery affianca la prosa ricca di tensione e colpi di scena propria del racconto spionistico. Costruito come un labirinto, ingannevole come un gioco di specchi, disseminato di false piste (che rimandano ad altrettante identità, a maschere indossate per chissà quali scopi), La valle della paura è probabilmente il romanzo più complesso di Conan Doyle e insieme la prova più ardua affrontata da Sherlock Holmes, le cui prodigiose facoltà intellettive mostrano per la prima volta un limite. Splendida eccezione in un mondo di anonima normalità, il grande detective appartiene pur sempre a qualcosa di più grande di sé: egli è infatti suo malgrado membro di un ristrettissimo circolo di veri e propri prodigi i cui destini sono in qualche modo destinati a incontrarsi. E se a questa “condanna decretata dal genio” ha deciso di sottrarsi il fratello di Sherlock, Microft, uomo dalle capacità deduttive addirittura superiori a quelle di Holmes che vive ritirato nel raffinato Diogenes Club, scelte opposte hanno fatto, ognuno nel proprio campo d’azione, lo stesso Holmes e la sua nemesi Moriarty. Inevitabile, dunque, che il genio votato al male, il “Napoleone del crimine”, come proprio Holmes giunge a definirlo, e il suo degno avversario finiscano per scontarsi, per ritrovarsi a combattere sullo stesso terreno.

Ed è questo ciò che accade non appena Holmes viene incaricato di indagare su un assassinio, feroce quanto particolare. Egli non tarda a scoprire che il delitto è una messinscena e che l’uomo che si vuol far credere morto (un poliziotto) è in realtà vivo e vegeto. Ma dall’inchiesta emerge anche altro; che il poliziotto, reduce da una pericolosa missione in America, si è fatto nemici molto potenti, che questi nemici hanno giurato di vendicarsi di lui, e soprattutto che Moriarty è l’uomo incaricato di portare a termine il sanguinoso compito. E Moriarty, malgrado Holmes abbia perfettamente compreso il suo disegno, trova comunque il modo di eliminare il proprio bersaglio, rendendo tragicamente vana l’esatta catena di deduzioni formulata del detective. “Si capisce un artista dal suo colpo di pennello”, dichiara Sherlock Holmes a omicidio compiuto, ammettendo, seppur a denti stretti, di essere stato battuto. “Io ho immediatamente intuito che qui c’è sotto lo zampino di Moriarty. Questo delitto è stato macchinato a Londra, non in America […]. Perché esso è stato compiuto da un uomo che non può permettersi di fallire… poiché quest’uomo deve la sua posizione assolutamente unica al fatto che tutto ciò che egli intraprendente riesce”. Ma un’ammissione di sconfitta non è una resa incondizionata; nel suo momento più difficile Holmes rialza la testa e rinnova la sfida: “Non dico che non si possa batterlo. Ma bisogna che lei mi dia del tempo… molto tempo!”.

La valle della paura racconta l’avventura più amara e più intensa di Holmes; la sua umanità, la sua fragilità, la sua imperfezione (o se si vuole la sua limitata perfezione) risaltano con forza in pagine drammatiche e amare, che regalano a un giallo di per sé robusto e coinvolgente una profondità psicologica insolita, che si impone all’attenzione del lettore. Difficile pensare, per un eroe letterario, un congedo migliore, e non applaudire ammirati la maestria di Conan Doyle.

Eccovi l’inizio del libro, traduzione di Maria Gallone. Buona lettura.
– Mi vien fatto di pensare… – cominciai. – Bravo – m’interruppe Sherlock Holmes in tono d’impazienza. – Ecco un esercizio che le consiglio caldamente. Credo di essere uno dei più tolleranti mortali della terra, ma francamente quell’interruzione sardonica m’indispettì. – Sa, Holmes – rimbeccai seccato – che, a volte, lei mette a dura prova il suo prossimo? Ma era troppo assorto nei suoi pensieri, per dare una risposta immediata al mio scatto. Si appoggiò su una mano, con davanti la colazione intatta, e cominciò a studiare un foglietto di carta che aveva tolto in quel momento da una busta.

Medea, carnefice e giudice

 

Euripide, Medea, Feltrinelli
Euripide, Medea, Feltrinelli

Con Euripide, lucida e inquieta coscienza del declino della polis e del progressivo indebolimento della sua egemonia politica, sociale e culturale, si chiude e nello stesso tempo tocca il proprio vertice la grande stagione del teatro tragico greco. Autore di immenso talento, atipica figura di intellettuale non inserito nella propria comunità (a differenza di Eschilo, che fu soldato, e di Sofocle, che ricoprì il ruolo di alto magistrato, Euripide non ebbe alcuna carica pubblica e non nutrì mai particolare interesse per la politica attiva), il grande drammaturgo, pur poco amato, o per dir più precisamente poco compreso, dai contemporanei, seppe distinguersi per incisività di stile, modernità dei temi trattati, spessore e complessità psicologica dei protagonisti delle sue storie, specialmente dei personaggi femminili, e per una convinta, e per certi versi, scandalosa, “laicità” di pensiero (nella quasi totalità delle sue opere gli dei agiscono per calcolo o capriccio, né più né meno come i peggiori tra i mortali).

Con radicalità impressionante, Euripide rompe ogni rapporto con la tradizione e il senso della rappresentazione tragica (fino ad allora considerata lavacro della coscienza dell’intero corpo sociale): attraverso i suoi drammi il pubblico non vede più messi in scena, e dunque in qualche modo cristallizzati al di fuori di sé quasi fossero neutri oggetti di studio, le turpitudini e i delitti di cui ha paura di macchiarsi, né, allo scioglimento finale della vicenda, la verità rivelata o il realizzarsi del destino del protagonista (con una giustizia o un ordine morale in qualche modo ristabiliti) gli consente la tranquillità di una compiuta catarsi. Quella cui dà voce Euripide, infatti, è l’incertezza del suo tempo, causata dallo smarrirsi, lento ma inesorabile, dei valori etici di riferimento di una comunità, dall’incrinarsi del suo potere militare, dallo sfaldarsi del suo ruolo di guida politica. In questo contesto così drammatico, a emergere con prepotenza è il carattere del singolo, il suo coraggio o la sua viltà, la sua volontà, la capacità di agire, o all’opposto la sua mancanza di capacità decisionale. Quel che tocca in sorte agli eroi, e più ancora alle eroine, di Euripide, è un destino aspro di solitudine, di lotta, di disperazione; il destino, per esempio, di Medea, protagonista della tragedia omonima, forse il suo maggior capolavoro.
Sfortunata sposa di Giasone, Medea, che per amore lo aveva aiutato nella conquista del vello d’oro (per ottenere il quale Giasone aveva dovuto affrontare tre prove, impossibili da superare senza l’ausilio dei magici sortilegi di Medea), si ritrova con lui e i loro due giovanissimi figli in una terra straniera, a Corinto; è qui che il dramma ha inizio. Giasone, amico del re Creonte e desideroso di succedergli, ne chiede in sposa la figlia, decidendo con freddo calcolo di abbandonare Medea al suo destino. Lei, colma di sdegno per il voltafaccia del marito, medita un’atroce vendetta, ma quando Giasone le intima di lasciare la città per timore che possa fare del mare alla futura moglie e a suo padre, ha la lucidità necessaria per dissimulare obbedienza e sottomissione: chiede solo un giorno di tempo per poter organizzare il suo esilio. Giasone, impietosito, accetta, e Medea ne approfitta per mettere in atto il terribile piano che ha ordito. Per prima cosa, venuta a conoscenza del casuale arrivo a Corinto di Egeo, signore di Atene, gli confida la sua disgraziata situazione domandandogli asilo: ottenuta la tanto sospirata ospitalità (sacra in Atene) e la conseguente protezione, la donna dà finalmente sostanza alla sua sete di rivalsa, e lascia che sia l’odio a guidare i suoi passi. Avvelena i doni nuziali (una veste e dei gioielli) scelti per la nuova sposa di Creonte e manda i suoi bambini a consegnarli, così che nessuno possa nutrire sospetti. La giovane muore tra orribili tormenti, e la stessa fine tocca al padre, accorso per aiutarla, ma il disegno di Medea non è ancora completo; ora tocca a Giasone subire la più straziante delle pene, che Medea gli infligge sopportando ella stessa il più duro dei sacrifici, la fine dei propri figli. Facendo ricorso a tutto il proprio disperato coraggio, Medea uccide i bambini, privando con ciò il proprio vile marito del bene più prezioso, la discendenza, poi, al riparo sul carro del suo avo Sole, reggendo in braccio i corpi dei piccoli, respinge con implacabile durezza la supplica di Giasone di poter per l’ultima volta abbracciare i bambini e scompare verso Atene.
Spinta dal tradimento di Giasone e dalla bruciante umiliazione subita a un estremo gesto di vendetta, Medea è un’indimenticabile eroina tragica. La sua umanità, lacerata dagli opposti sentimenti dell’odio spietato e del dolore per la felicità perduta, per la sua sincera passione così biecamente sfruttata, ha, tanto nel bene quanto nel male, la lucente purezza del diamante. È solo ad essa che Medea si aggrappa nel momento più difficile della sua vita, e in ogni frangente il suo magmatico mondo interiore si rivela autentico, incapace di menzogna, compromesso, calcolo. Il suo strazio di madre assassina dei figli è reale quanto lo è la ferocia che sostiene la sua decisione di dare la morte proprio a coloro che ha messo al mondo, al frutto del suo amore per Giasone (anch’esso assoluto, come lo è l’odio da cui è consumata); Medea, donna fiera e maledetta dalla sorte, si fa carico delle sue scelte e delle sue decisioni, le accetta fino alle loro più estreme conseguenze. E la sua verità per quanto terrificante, per quanto impossibile da accettare (esiste davvero una ragione che possa indurre una madre a uccidere i propri figli?), al contrario delle patetiche giustificazioni di Giasone (il mio nuovo stato converrà anche a te e ai bambini), è limpida; perché Medea ha il coraggio di accogliere in sé i propri abissi, e di immolarsi, condannarsi ad essi. Vive se stessa fino in fondo, con una risolutezza e una coerenza sconosciuti a tanti eroi del teatro greco. E se è innegabile che sia un’assassina, anzi, la peggiore delle assassine, lo è altrettanto il fatto che sappia essere severissimo giudice di se stessa, e che porti con sé, al riparo della sacra ospitalità di Atene, il proprio inestinguibile tormento di madre e di donna.
Eccovi alcuni passi della tragedia, lo sfogo di Medea nei confronti di Giasone nel secondo episodio e la sua risoluzione di uccidere i figli nel quinto episodio. Buona lettura.
O peggiore di tutti gli uomini – ecco, solo così ti posso dire con la lingua, non ho un insulto più grosso per la tua vigliaccheria – sei venuto da me, sei venuto, tu che sei più odioso che mai agli dèi e a me e a tutto il genere umano. No, non è ardire questo, non è coraggio, guardare in faccia i propri cari dopo averli calpestati, ma è la più grande di tutte le perversioni che ci sono al mondo. Impudenza è. Però hai fatto bene a venire. Io, sai, te ne voglio dire tante, e alleggerirmi così d’un peso l’anima, e tu mi starai ad ascoltare rodendoti dentro.
Comincerò, tanto per principiare, dai primi fatti. Son stata io a salvarti, come sanno tutti quei Greci che si sono imbarcati con te sulla nave Argo, quando eri stato mandato a guidare i tori spiranti fuoco sotto il giogo e a seminare il campo della morte. E il drago che avvolgeva il vello tutto d’oro delle sue spire, e lo custodiva sempre insonne, io l’ho ucciso levando in alto per te la luce della salvezza. Poi, sì, ho tradito il padre e la mia casa per venire con te a Iolco del Pelio, più nella mia impulsività che con criterio. E là ho fatto morire il re Pelia della morte più straziante, per mano delle sue figliuole, e t’ho liberato d’ogni paura. E dopo aver avuto tutto questo da me, o brutto vigliacco, tu mi hai tradita, ti sei procurato un nuovo letto. E avevi già dei figli! Se fossi stato, vedi, ancora senza bambini, ti si poteva anche perdonare che t’ingolosissi di questo matrimonio. Ecco, è andata via la fedeltà ai giuramenti, e non so proprio capire se credi che gli dèi di allora non governino più, o che ci siano al giorno d’oggi nuove leggi per gli uomini, visto che sei uno spergiuro nei miei riguardi, e ne hai piena coscienza.
Ah, la mia destra che tu tante volte stringevi, le mie ginocchia qui!
Come siamo state sfiorate invano da un uomo scellerato, e come siamo state deluse nelle nostre speranze!
Ma via! Mi voglio consigliare con te, sai, come se mi fossi amico – ma cos’ho mai da aspettarmi di buono da uno come te? Non importa! Alle mie domande, sta’ pur sicuro, apparirai più infame. E adesso dove debbo avviarmi? Forse alla casa del padre che ho tradita insieme alla mia patria per venire qui? O dalle infelici figlie di Pelia? Ah, sì, una bella accoglienza mi farebbero nella loro casa, a me che ho ammazzato il loro padre! È proprio così, vedi: ai miei cari di casa son divenuta nemica, e quelli poi che non avevo bisogno di maltrattare, per far un piacere a te ora li ho ostili. E così tu mi hai resa agli occhi di tante qui nell’Ellade, in compenso di tutto questo, una donna invidiabile. Sì, ho un marito meraviglioso in te e fedele, io, povera disgraziata, se andrò in esilio scacciata dal paese, priva d’amici, sola con i miei figli rimasti soli. Ah, una bella vergogna davvero per il novello sposo, che vadano raminghi nella miseria i suoi bambini e io che t’ho salvato!
O Zeus, perché dell’oro che è eventualmente falso hai dato al genere umano indizi sicuri, e invece sul corpo degli uomini non c’è nessun segno caratteristico, da cui distinguere il mascalzone?

O amiche, ho deciso: alla svelta uccidere i bambini e allontanarmi da questo paese, e non lasciare, indugiando, le mie creature, da trucidare, ad altra mano più nemica. Devono assolutamente morire. E poiché è una necessità, li ucciderò io, che li ho messi al mondo. Su, armati, mio cuore! Perché esitiamo a compiere questa enormità spaventosa ma inevitabile? Via, o mia mano sciagurata, prendi la spada, prendila, muovi verso la soglia d’una vita di dolore, e non diventare vile e non ricordarti dei figli, quanto ti sono cari, come hai dato loro la vita. Ma per questo breve giorno almeno dimentica le tue creature, e poi piangi senza fine. Anche, vedi, se li ucciderai – pure ti erano tanto cari… Ah, sarò una povera donna infelice.