Un’odissea oltre l’Olocausto

Recensione di “Il pane del ritorno” di Franca Cancogni

Franca Cancogni, Il pane del ritorno, Bompiani

Per chi nasce ebreo è perversa fortuna avere un’unica misura della sofferenza. Per chi è figlio d’Israele alla sommità, così come alla base del proprio dolore, della propria deriva esistenziale, sembra non esserci altro che l’inumano sterminio della Shoah, l’Olocausto, il genocidio nazista. Per coloro che discendono da Abramo non pare possibile immaginare altra strada percorribile oltre quella che ha condotto milioni di persone ai cancelli dei campi di sterminio. Un’unica misura, dunque. Una fortuna. O meglio, la maschera ignobile che indossa la tragedia quando in un mondo alla rovescia nel quale nulla è come dovrebbe essere perfino la peggiore delle sorti è qualcosa, una carta da giocare, in confronto al destino toccato a coloro che sono stati annientati. Ma non c’è e non può esserci una sola pietra di paragone, né un univoco metro di giudizio dell’umiliazione del torto e della sopraffazione, perché molteplici, molteplici al punto da essere infinite o quasi, sono le forme della persecuzione, e fiammeggiante la fantasia degli aguzzini, e creativa in modo quasi artistico la loro propensione alla ferocia, alla bestialità. Così, chi nasce ebreo, chi ha Israele nel sangue, può avere conosciuto l’atrocità del nazismo solo attraverso i libri e le testimonianze indirette, può avere saputo solo a cose fatte dei milioni di assassinati, e nonostante ciò raccontare con piena legittimità un’altra Odissea, narrare di altre angosce, disperarsi per altre morti, ricordare con rabbia impotente o amaro rimpianto separazioni forzate e miserie d’incubo, riassaporare nell’umido calore di lacrime silenziose brevi parentesi di felicità, improvvisi squarci di luce nella tenebra quasi uniforme di un’ostilità che non conosce riposo. Ed è esattamente questa la storia che racconta Franca Cancogni, sceneggiatrice e traduttrice, nel suo bellissimo e straziante romanzo d’esordio intitolato Il pane del ritorno (Bompiani), l’estenuante battaglia per la vita di una ragazza ebrea adottata poco più che bambina (assieme alla sorella) da un ricco mercante uzbeko e poi costretta dalla storia e dai suoi rivolgimenti a lasciarsi tutto alle spalle e ad andare profuga in Iran, Afghanistan e India prima di raggiungere la Palestina, terra contesa e tormentata, dove ad attendere la sua famiglia nel frattempo costituitasi tra mille difficoltà e patimenti, sono ancora una volta guerra, odio, inimicizia. Continua a leggere Un’odissea oltre l’Olocausto

La polifonia di un’anima e di una città

Recensione di “Le voci di Marrakech” di Elias Canetti

Elias Canetti, Le voci di Marrakech, Adelphi Editore

Pagine di impressioni, di sensazioni; pagine sature di colori, cariche di profumi, attraversate da un vociare continuo, dal frusciare delle vesti, dall’incessante frastuono della vita di uomini e animali. Le voci di Marrakech di Elias Canetti (che nella città marocchina soggiornò per un breve periodo nel 1954) è un piccolo miracolo letterario: la grazia della prosa, dolcissima nello stile e nello stesso tempo così densa, così forte nelle immagini e nelle descrizioni da sembrare la cronaca del più vivido dei sogni, dà al libro un’anima multiforme, un carattere imprevedibile e di assoluto fascino, una ricchezza unica. Il viaggio, la scoperta, l’entusiasmo, nel quieto procedere della scrittura di Canetti si stemperano fino a diventare un reticolo di appunti personali, una paziente tela di ragno di riflessioni; quel che l’autore vede, vive, sperimenta, riverbera nella mente e nel cuore del lettore, restituendo così intatte esperienza ed emozioni. Come il dolore, che ha caratterizzato i suoi incontri con i cammelli – “Tre volte venni a contatto con i cammelli e ogni volta finì in modo tragico” – o le continue sorprese che riserva la lingua, riscoperta nelle grida dei ciechi lungo strade e vicoli – “Colui che grida è definito dal suo grido, continuamente ripetuto. Ce lo imprimiamo nella mente, lo conosciamo, ora egli è qui per sempre; è lui, nella sua caratteristica nettamente circoscritta: il suo grido. Non verremo a sapere nient’altro di lui, egli si protegge, il grido è anche il suo confine”. Continua a leggere La polifonia di un’anima e di una città

Al fiume basta la continuità

William Least Heat-Moon, Nikawa, Einaudi
William Least Heat-Moon, Nikawa, Einaudi

Sulle tracce della storia. Quella esaltante ed eroica dei Corps of Discovery agli ordini di William Clark e Meriwether Lewis, che al principio del XIX secolo attraversarono un Ovest ancora selvaggio e inesplorato per raggiungere la costa bagnata dall’Oceano Pacifico; e insieme quella artistico-avventurosa di Karl Bodmer, talentuoso pittore che il principe tedesco Massimiliano volle accanto a sé nella spedizione che organizzò e che partì alla volta dell’America del Nord nel 1832. Sulle tracce dei loro sacrifici e delle loro scoperte, lungo il filo esilissimo, e nonostante ciò impossibile da spezzare, di memorie trascritte in dettagliati diari di viaggio, di emozioni travolgenti tramutate, grazie all’incantesimo dell’arte, in magnifici disegni, in acquarelli colmi di squisita grazia. Dal passato al presente lungo l’eco della storia, alla ricerca di una terra scomparsa eppure ancora viva, nascosta come un animale braccato ed esuberante di vita come un giorno appena sorto; da ciò che è stato ieri fino alle contraddizioni dell’oggi a cavallo della sola eternità che a un essere umano è possibile contemplare: quella di un fiume. Testimone silenzioso (ma niente affatto muto) del trascorrere del tempo, del volgere dei millenni, del respiro stesso della terra, il fiume, o meglio l’intrico di fiumi, la frastagliata ragnatela di corsi d’acqua che in ogni direzione corre lungo il continente americano, è il teatro di Nikawa, superbo capitolo conclusivo della trilogia di romanzi di viaggi dedicata da William Least Heat-Moon alla riscoperta del “Nuovo Mondo”. Dopo Strade blu e Prateria (entrambi recensiti in questo blog), l’autore racconta la realizzazione del proprio sogno più grande, cullato per oltre vent’anni e meticolosamente preparato: l’attraversamento dell’America dall’Atlantico al Pacifico a bordo di una barca, un “[…] incrocio fra una barca per la pesca alle aragoste e un rimorchiatore da porto d’inizio Novecento” battezzata Nikawa, “[…] un nome che coniai io stesso mettendo insieme le parole osage ni (fiume) e kawa (cavallo); si pronuncia Nii-cah-uah. Era davvero una cavallina di fiume, forte ma gentile”. Alternando, in uno stile di scrittura elegantissimo e ricco di suggestioni, aneddoti personali, rievocazione di particolari momenti storici e minuziosi resoconti di viaggio (a volte semplicemente curiosi e divertenti, altre volte cupi e drammatici), Least Heat-Moon conduce con sé il lettore in un cammino che non somiglia a nessun altro; il fiume (anzi, i numerosi fiumi cavalcati da Nikawa) respira in ogni pagina come una divinità immanente, nelle sue acque scure e gorgoglianti, o limpide e calme, nel suo letto profondo che nasconde il tempo stesso e tutto ciò che nel suo grembo infinito è sorto e tramontato, la sfida lanciata dall’autore a se stesso, la traversata quasi impossibile che uno sparuto gruppo di amici (mai nominati per nome, perché sul fiume non c’è spazio per gli individui ma soltanto per chi sceglie di immergercisi, diventando in questo modo egli stesso fiume, ma racchiusi dentro “etichette” identificative del ruolo di ciascuno: Pilotis, l’indispensabile copilota, il Photographo, incaricato di immortalare Nikawa in azione, il Professore, cui spetta il compito di precedere chi va sul fiume e di trainare la barca lungo quei pochissimi chilometri di traversata impossibili da fare in acqua) decide di compiere, non sono soltanto un’avventura, o una studiata pazzia, bensì un bisogno irrefrenabile di riscoprir se stessi e il proprio posto nel mondo in un incontro diretto con i luoghi che abitiamo senza conoscere, che sfruttiamo senza neppure renderci conto di farlo, che ignoriamo malgrado essi non cessino di parlarci, di ammonirci. “Vent’anni fa”, scrive Least Heat-Moon, “avevo già percorso così tanti chilometri di strade americane che sapevo ormai in agguato il giorno in cui non avrei più potuto prendere il volo verso posti nuovi – come Huck Finn, originario del Missouri come me, nonché viaggiatore fluviale. Fu allora che notai la ragnatela di linee azzurro pallido che ricamavano il mio atlante come vene varicose. Erano fiumi. Cominciai a seguire col dito quelle contorsioni, alla ricerca di un modo per attraversare l’America in barca […]. Una notte, sedici mesi prima di partire, fremente di eccitazione, individuai quella che credevo fosse l’ultima tessera di questo mosaico fluviale e in quel momento capii di dover intraprendere il viaggio a qualsiasi costo. Quando un Graal fa la sua comparsa, l’anima deve seguirlo”.

In oltre 500 pagine che non fanno mai registrare cali di tensione né ripetizioni di sorta, Least Heat-Moon (come già fatto, seppur in modo differente, negli altri capitoli del suo magnifico affresco letterario) squaderna dinanzi al lettore sbalordito e affascinato un America completamente inedita, un luogo della terra e dello spirito dove miracolosamente convivono (per quanto in un equilibrio sempre più precario e pericoloso) uomo e natura, dove l’ingegneria, la tecnica e la scienza sono allo stesso tempo dimostrazione della potenza degli uomini e della loro capacità di adattare l’ambiente alle proprie necessità e prova inconfutabile e tragica di una rovinosa miopia della mente e della cuore, e dove (come nelle indimenticabili pagine centrali del libro, dedicate alla navigazione sul fiume più ingovernabile ed enigmatico d’America, il Missouri, fatale e irresistibile come un canto di sirena) tutto ciò che è primordiale e incorrotto ha ancora la forza di far sentire la propria voce, di soffiare il proprio fiato nel vento, di mugghiare il proprio canto nell’incresparsi perenne delle onde, nel fluire incessante della corrente.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Marco Bosonetto. Buona lettura e buone vacanze a tutti.

Se volete i particolari: aveva un nocciolo di balsa spesso cinque centimetri ricoperto di vetroresina, con scafo piatto a poppa e a V a prua; lunga poco più di sei metri e mezzo e larga quasi due e mezzo nel punto di massima ampiezza; circa settecentosettanta chilogrammi di peso vuota, venti centimetri di pescaggio minimo che diventavano settantacinque con motore a carico; modello C-Dory, costruita vicino a Seattle nel gennaio del 1995. La barca poteva essere facilmente caricata su un piccolo rimorchio.

La grammatica del mondo

Peter Handke, La ripetizione, Garzanti
Peter Handke, La ripetizione, Garzanti

Scoperta di sé e dissoluzione. Ricerca e ritrovamento. Palingenesi. Alba di tutte le cose. Il lento sgretolarsi di tutto ciò che crediamo di conoscere e il parallelo ricomporsi del vivo e dell’inanimato; il persistere, nel ricordo, delle persone, e il formarsi, come di concrezioni di roccia, del cielo e della terra, d’alberi, laghi, fiumi e montagne, di foreste e campi coltivati. Il soffiare brusco del vento, che a volte confonde e altre volte amplifica il rumoreggiare lontano delle città, la carezza dell’erba e il battesimo della pioggia, lo schioccare del legno, il maturare dei frutti, il respiro incessante, dissonante eppure in qualche misteriosa maniera uniforme, di quel che semplicemente è, dell’esistere. E la parola, la narrazione, “carro celeste […], musica della partecipazione”, che gagliarda getta “i dadi delle lettere”, percorre “le sequenze delle parole”, si compone in scrittura e offre nel suo “particolare disegno quello comune a tutti noi”. Se davvero, come sostiene Italo Calvino, la letteratura potrà continuare ad avere una funzione (e un senso) solo a condizione che “poeti e scrittori si propongano imprese che nessun altro osa immaginare”, allora l’austriaco Peter Handke, con questo suo splendido La ripetizione, romanzo che parla tutte le lingue senza adottarne nessuna, che ha l’ambizione di raccontare il mondo nel momento stesso in cui esso si rivela agli occhi, alla mente e al cuore, che si affida non alla mediazione, alla sovrastruttura, alla costruzione architettonica della prosa ma al suono, all’incontaminata primordialità dell’espressione, al suo essere, letteralmente, emanazione della cosa che evoca al punto da partecipare del suo esistere, del suo esserci, non solo varca i confini del dicibile ma di questa “letteratura del superamento” (che è forse l’unica letteratura degna di questo nome, dunque la sola che valga davvero la pena perseguire) diviene irrinunciabile punto di riferimento. Resoconto di un viaggio (del giovane Filip Kobal alla ricerca di Gregor, il fratello scomparso) e al tempo stesso epopea “del tempo ritrovato” (in più di un passaggio, l’attenta dolcezza della scrittura di Handke, la dedizione al significato di ogni singolo elemento del discorso, la tensione estenuante e meravigliosa verso la perfetta congiunzione di parola e cosa, l’una essenza dell’altra, ciascuna feconda all’altra, fanno pensare alla stupefacente, concreta musicalità del capolavoro proustiano), La ripetizione fin dalle primissime righe volta le spalle a ogni consueto percorso narrativo per abbandonarsi a un’esplorazione (semantica e affettiva) che ha come proprio oggetto l’universale, il tutto. L’io narrante, persona ma non carattere, singolo senza essere personaggio, è, a seconda delle circostanze, nient’altro che la definizione che ne designa l’età (il ventenne) o l’azione (il camminatore, il lettore, l’osservatore), e lo stesso è degli altri “attori” del romanzo: la sorella (la confusa di mente), il fratello (lo scomparso), il padre (il rabbioso, il furente), la madre (la malata), l’insegnante amato (l’autore di favole), l’avversario degli anni d’adolescente (il nemico).

In questa assenza di nomi, in questo liberatorio rifiuto di ogni inutile estrinsecazione, il percorso di Filip Kobal dalla natia Austria al Carso – ad accompagnarlo soltanto un quaderno d’appunti del fratello e un dizionario sloveno-tedesco (anch’esso utilizzato dal fratello negli anni trascorsi all’istituto di agraria) – ha il sapore di una rinascita: la natura intorno a lui, che d’improvviso emerge da un’occhiata in tralice, da un particolare fino a un attimo prima giudicato insignificante, da un gioco di luce, da un fruscio d’animale o da uno scalpiccio di piede umano, viene colta al suo principio, in quello stato sacro di “cosa creata”, e con essa, perché di essa figli, tornano a vivere (o vivono davvero per la prima volta) generazioni, popoli che l’hanno abitata, nutrita, coltivata, finanche sfruttata, e quel brulicare d’essere, quel ronzio d’api di presenze nel tempo e fuori dal tempo, ancora una volta germoglia dalla parola, da quel preziosissimo scrigno di “parole prime” che è il dizionario: “Cominciò che parola per parola […] mi si compose davanti un popolo in cui si riproducevano esattamente i paesani delle mie parti, senza peraltro esser ridotti, come nelle storie e negli aneddoti correnti, a tipi, a caratteri o ruoli; degli uomini e delle cose vedevo soltanto i loro contorni raggianti […]. Questo popolo non aveva mai istituito un proprio governo, e quindi, per tutto quanto concerneva lo stato, la cosa pubblica e anche i concetti, dovevano intervenire delle traduzioni letterali dalle lingue dominanti, il tedesco e il latino […]; c’erano in compenso, per il tangibile, per le cose, e non solo quelle utili, dei veri e propri vezzeggiativi, tanto che tutto quel che era in casa sembrava battezzato dalle donne, e dagli uomini tutto quel che stava fuori casa”.

Elogio commosso e di straziante autenticità non tanto della scrittura, della forma racconto, quanto degli elementi costitutivi di qualsivoglia rappresentazione narrata (“Che viva la narrazione. Che la narrazione continui. Che il sole della narrazione stia sempre sopra la Nostra Terra indistruttibile finché ci sarà un alito di vita”), La ripetizione è un magnifico, esaltante, “romanzo muto” e insieme un’eburnea torre di Babele dove ogni lingua è la nostra lingua e ogni suono si fa eco del nostro essere vivi; è un’opera che non si rivela al primo sguardo, che richiede perseveranza, pretende fatica, esige fedeltà. Ma che una volta conquistata si fa dono eterno.

Eccovi l’incipit. Il prezioso lavoro di traduzione, per Garzanti, è di Rolando Zorzi, autore anche di un’assai interessante postfazione. Buona lettura a tutti.

Un quarto di secolo o un giorno è passato da quando, sulle tracce di mio fratello scomparso, giunsi a Jesenice. Non avevo ancora vent’anni e a scuola mi ero giusto lasciato alle spalle l’ultimo esame. A dire il vero avrei potuto sentirmi liberato; perché dopo quelle settimane di studio avevo davanti i mesi estivi. Ma me n’ero andato con un conflitto dentro: a casa, a Rinkenberg, il babbo ormai vecchio, la mamma malata e mia sorella confusa di mente.

La miseria di un uomo vivo

Georges Simenon, Il clan dei Mahé, Adelphi
Georges Simenon, Il clan dei Mahé, Adelphi

Il viaggio, metafora fin troppo trasparente e abusata della presa di coscienza di sé, del tempo perduto, della vita mai davvero vissuta, riflesso nello specchio deformante della vacanza borghese, della villeggiatura quieta e noiosa, muta nel suo opposto, inciampa in un opaco groviglio di rimpianti, si smarrisce in un cortocircuito pensieri confusi, di desideri intensi e inesplorati, di sogni a occhi aperti che hanno il sapore metallico degli incubi, e finisce per ritrovarsi sempre nello stesso luogo, coincidenza di principio e fine, illusorio spiraglio di libertà, replica odiosa eppure irresistibile della quotidiana prigionia dell’esistere. Sradicato, reso irriconoscibile, il viaggio si esaurisce nella sua meta, si fa approdo, spiaggia dinanzi alla quale un naufragio ha termine e un altro, ben più terribile del primo, comincia; nel ribaltamento, magistrale e sorprendente, del suo significato letterario e del suo fine narrativo, eventi prendono forma e nel medesimo tempo si consumano, e anni trascorrono implacabili in un’immobilità vischiosa, nel puzzo di chiuso di un oggi onnipresente e ossessivo, ingombrante e malato come una coazione a ripetere. A raccontare tutto questo, a percorrere i tortuosi sentieri di una volontà meschina e di un’intelligenza pallida, è Georges Simenon nel raffinatissimo romanzo psicologico Il clan dei Mahé, il cui protagonista (un medico sposato a una donna che non ama, padre di due figli nei cui confronti prova solo una specie di vuota indifferenza), in vacanza sull’isola di Porquerolles con i familiari, dapprima affronta un malessere che sembra non aver nulla a che fare con la sua vita non certo felice e che pure, in qualche misura, ne amplifica le numerose zone d’ombra – la località poco felice, il caldo eccessivo, una sistemazione appena dignitosa, un’atmosfera generale quasi lugubre, lontanissima da ogni turistica spensieratezza, che ha legami profondi con un’infelicità radicata, essenziale, connaturata all’uomo Mahé, alle sue scelte, a un dolore sottile che sembra accompagnarlo da sempre, che ha i battiti del suo cuore e il ritmo del suo respiro – e poi, d’improvviso, a causa della morte per tisi di una donna che è chiamato a certificare, si salda con tutte le esperienze fatte fino a quel momento, con ogni passo compiuto, con i rimorsi, i silenzi, le parole inutilmente spese, e per la prima volta svela Mahé a se stesso colmandone l’anima d’orrore e disgusto.

Il labirintico intreccio di significati e simboli che il grande scrittore belga adotta come cifra stilistica del suo lavoro permette di dominare l’andamento del racconto e di comprenderne lo scopo: nella vacanza di Mahé, che (per l’appunto simbolicamente) altro non è se non la prosecuzione della sua vita di tutti i giorni lontano da casa, un drammatico accadimento bruscamente riporta il medico alla sua normale routine professionale; anche a Porquerolles, dunque, e proprio in ragione del fatto che l’isola non è un rifugio né la realizzazione di una fuga, il medico torna ad affondare nelle sabbie mobili della sua esistenza. La sola differenza con il passato, il remoto come il recente, è che ora Mahé ha piena consapevolezza della propria condizione, ed è in questo stato che egli incrocia, a casa della defunta, una delle sue tre figlie, la maggiore, che in un istante diventa il suo pensiero fisso. Sarà per lei, per rivederla, per assaporarla in una sorveglianza continua e clandestina, che Mahé tornerà a Porquerolles, “l’isola-non isola”, anno dopo anno; sarà immaginando questa giovane, fantasticandole addosso, che farà di quel posto mai amato la propria destinazione, una sorta di elettiva dimora. Finché questa sua follia amorosa non esploderà nella più sordida delle realizzazioni.

Ipnotica, seducente e terribile, la prosa di Simenon, ancorata a Mahé, palpita nei suoi tentennamenti, nell’abitudine alle menzogne rassicuranti (e nel cupo baratro di rancori che questo comportamento cela), nell’affollarsi di ricordi che come folate di vento scompigliano l’attimo presente per dissolversi l’istante successivo, nelle frasi timide, abbozzate (precipizi di sincerità, di nudità spirituale dai quali è buona norma tenersi distanti), e lascia il resto – in primo luogo Porquerolles, spesso evocata per contrasto con alter mete, memoria di serene parentesi d’ozio – sullo sfondo, a incombere come nebbia, come fumo, ad abbozzare il disegno di un orizzonte che muto assiste all’inconsolabile miseria di un uomo vivo.

Eccovi l’inizio del romanzo. La traduzione, per Adelphi, è di Laura Frausin Guarino. Buona lettura.

Aveva la fronte corrugata, le labbra increspate, e forse, come un ragazzino concentrato sui libri, la punta della lingua fuori… Spiava Gène con aria sorniona sforzandosi di imitarne il più esattamente possibile ogni gesto.

Un ombrello rovesciato di convinzioni e speranze

Recensione di “Sulla strada” di Jack Kerouac

Jack Kerouac, Sulla strada, Mondadori
Jack Kerouac, Sulla strada, Mondadori

Sulla strada, uscito in America nel 1957, compare due anni dopo nella storica collana «Medusa» di Mondadori, tradotto da Magda de Cristofaro, con una prefazione di Fernanda Pivano. Da allora quel libro e, in misura minore, gli altri di Jack Kerouac hanno conosciuto qui da noi (ma anche in Francia e in Germania) una fortuna ininterrotta, sull’onda di decine di migliaia di tascabili l’anno […]. In Italia sono stati soprattutto i ragazzi, i ventenni, a passarsi la parola e il testimone, anche attraverso una frattura epocale come quella del Sessantotto, quando certi atteggiamenti di Kerouac in materia di politica venivano giudicati, con qualche sbrigatività ma non a torto, fascistoidi. La parola ha continuato a trasmettersi attraverso gli anni, finché, col volgere delle generazioni, non sono stati i fratelli maggiori, e poi i padri e le madri, a suggerire ai nuovi adolescenti il nome dello scrittore amato. È verosimile che Kerouac non sia un autore cui si ritorna più avanti nella vita, e però sembra rappresentare un passaggio obbligato per un vasto numero di giovani. Sulla strada, in particolare, libro deliberatamente scritto come testimonianza di un’esperienza vissuta, riesce a produrre sui suoi lettori un effetto di forte riconoscimento, addirittura di identificazione, pur se vicaria, che non si allenta malgrado il trascorrere dei decenni e il mutare delle circostanze. Ora che, a più di quarant’anni dalla prima traduzione, Kerouac passa dai tascabili dell’edicola allo scaffale nobile dei «Meridiani» e, presumibilmente, nelle mani di un pubblico non adolescente ma anzi avvezzo alle letture dei classici antichi e moderni (proprio il tipo di pubblico cui lo scrittore non ha mai inteso rivolgersi), chi lo ripresenta non può fare a meno di interrogarsi in primo luogo sulle ragioni di tanto successo”.

Con queste parole Mario Corona, nella lunga e densa prefazione agli scritti di Kerouac pubblicati da Mondadori nella collana i Meridiani (e significativamente intitolata Jack Kerouac, o della contraddizione), introduce i lettori alla scoperta – o se si vuole alla riscoperta – di un fenomeno letterario unico: quello rappresentato da uno scrittore generazionale legatissimo al proprio tempo, alla propria età, che esaurisce l’atto (e il senso stesso) dello scrivere alla genuina espressione di sé, alla soddisfazione di un bisogno, di una necessità, e tuttavia si rivela capace, al di là del passare del tempo, di attrarre sempre la medesima generazione, che di fronte alla prosa di Kerouac, alla sua sincerità brutale eppure costantemente circonfusa d’innocenza, ritrova se stessa, si riconosce per ciò che essenzialmente è.

Custode di un “umanesimo ingenuamente laico e libertario”, di un idealismo così generico e indefinito (ma allo stesso tempo palpitante, vivo, autentico) da scivolare nella neutra universalità dellindistinzione, di un’utopia presentata come sogno condiviso e insieme come tensione verso un futuro possibile, come giusta rivendicazione (o meglio come la sola, giusta rivendicazione possibile) di un essere del mondo e nel mondo, Sulla strada è un’autobiografia collettiva, e come tale si racconta.

Le sue pagine confuse e furenti, l’infuocata immediatezza del linguaggio, le amicizie e gli amori vissuti e consumati come fossero gradini di un’immaginaria scala evolutiva culminante nella piena conoscenza (e di conseguenza nella compiuta rappresentazione) di sé, hanno l’aspetto bizzarro e affascinante di un ombrello rovesciato pronto ad accogliere le convinzioni e le speranze di tutti; nei panni del suo alter ego Sal Paradise, protagonista del romanzo, Kerouac e i suoi compagni d’avventura – Dean Moriarty/Neal Cassady, Old Bull Lee/William S. Burroughs, Carlo Marx/Allen Ginsberg – affamati di idee e libertà, sacerdoti del culto terreno (e umano, troppo umano) dell’improvvisazione e della precarietà attraversano a più riprese lo sconfinato continente americano da una costa all’altra come per metterne alla prova la finitezza, per sfidarlo, per suggerne l’anima, per definizione priva di limiti.

In queste ripetute, ossessive traversate, la generazione di Paradise, e con essa tutte le generazioni a venire, stregate e commosse dal quel Vangelo anarchico e atemporale che è Sulla strada (e l’atemporalità, si noti, è quanto di più prossimo all’eternità, all’immortalità, che in letteratura appartiene in misura eminente ai classici greci e latini), urlano, più che il proprio disincanto nei confronti di un ordine sociale che rifiutano, la propria unicità, il proprio inimitabile splendore. “La parola d’ordine”, scrive ancora Corona, “discende da Blake a Rimbaud a Whitman a Huxley fino a Genet, Ginsberg e Burroughs: sregolare i sensi, aprire con ogni mezzo le porte della percezione, far ricircolare l’energia vitale primigenia, secondo l’esortazione di Whitman […]«Schiodate i chiavistelli dalle porte!/Anzi, schiodate le porte stesse dai cardini!»”.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per i Meridiani Mondadori, è di Marisa Caramella. Buona lettura e buon Primo Maggio a tutti.

Incontrai Dean per la prima volta dopo la separazione da mia moglie. Mi ero appena rimesso da una seria malattia della quale non vale la pena di parlare, se non perché aveva a che fare con quella separazione avvilente e penosa e con la sensazione di morte che si era impadronita di me. Con l’arrivo di Dean Moriarty cominciò quella parte della mia vita che si può chiamare la mia vita sulla strada. Prima di allora avevo spesso fantasticato di attraversare il Paese, ma erano sempre progetti vaghi, e non ero mai partito. Dean è il compagno perfetto per mettersi sulla strada, perché c’è addirittura nato, sulla strada, nel 1926, mentre i suoi genitori si trovavano a passare per Salt Lake City a bordo di una vecchia automobile sfiancata, diretti a Los Angeles.

Come la volontà di Dio

 

Joyce Carol Oates, La figlia dello straniero, Mondadori
Joyce Carol Oates, La figlia dello straniero, Mondadori

Quanti segreti può nascondere un’anima? Quanto dolore tollerare?  Da quanto amore, e paura, e orgoglio, e menzogna, e bisogno di confessare la verità può essere attraversata una vita che sia davvero possibile vivere? Un’esistenza che ci sia consentito affrontare senza soccombere? A queste terribili domande si trova costretta a dare una risposta, fin dalla più tenera età, Rebecca Schwart, tenace e tragica protagonista de La figlia dello straniero di Joyce Carol Oates. Nel coinvolgente, impetuoso romanzo dell’autrice americana è il tema del viaggio (quello interiore della scoperta di sé e della propria accettazione; quello reale, narrato con grande intensità d’accenti come precipitosa fuga, come decisione estrema presa per salvarsi la vita, per non morire come un animale preso in trappola; quello concreto e nello stesso momento metafisico dello scorrere del tempo, che inevitabilmente finisce per metterci di fronte alle conseguenze delle nostre scelte) a scandire gli eventi e a dar loro significato. Il viaggio, inciso nelle carni dei genitori e dei fratelli più grandi di Rebecca, ebrei scappati dalla Germania nazista per evitare i campi di sterminio e approdati in America, che si conclude proprio al momento della sua nascita e  fin da subito ne segna il destino (“Tu sei nata qui, non ti faranno del male”, le ripete a più riprese il padre, becchino in una piccola cittadina di provincia, uomo distrutto dalle persecuzioni subite, roso dal cancro di una rabbia feroce che non può fare a meno di sfogare sui suoi familiari). E immediatamente dopo quella prima odissea, una seconda, estenuante peregrinazione: la scoperta del nuovo Paese, che per Rebecca va di pari passo con la conoscenza del mondo della propria infanzia, un mondo popolato  quasi soltanto da miseria, diffidenza, e sopratutto soffocato, ghermito dalla paterna mania di persecuzione che come una febbre, una malattia, un contagio, si estende da lui alla moglie, e ai figli, e infine tocca anche Rebecca, il cui cuore acerbo di bimba viene istruito a indurirsi, a celare ogni palpito (“Nel regno animale i deboli soccombono presto”). Così la piccola cresce in un’atmosfera quasi irreale di ottusa solitudine, la propria immaginazione come unica compagna di giochi, l’amore della madre implorato senza sosta, e senza risultato. Finché, un terribile giorno, la follia di suo padre Jacob esplode incontrollata, e la sua famiglia (o meglio, quel che ne era rimasto dopo l’abbandono di entrambi i figli grandi) cessa di esistere. E allora è tempo di un ennesimo viaggio per Rebecca, quello freddo e impersonale della burocrazia, dell’affidamento, da cui lei scappa non appena ha l’età giusta per farlo, aggrappata a fantasmi d’amicizia con un paio di coetanee. Ma la quiete di questa sua nuova vita è solo apparente, un fragile argine di normalità destinato a spezzarsi al giungere dell’amore, della passione; è l’incontro con Niles Tignor a far sbandare la giovanissima Rebecca, la sua straripante personalità a soggiogarla, la sua esperienza delle “cose del mondo” e delle donne (l’uomo ha circa il doppio dei suoi anni) a conquistarla. Lei si ne innamora, lui la desidera talmente da arrivare a sposarla (o da organizzare le cose per far sì che a lei sembri così) e dopo circa due anni (e un aborto causato da percosse) ecco nascere il loro figlio. Il loro primo e unico figlio. Un maschio. Ragione di vita per Rebecca, poco più di una curiosità che presto scolorisce in qualcosa di simile a un peso, o peggio a un fastidio, per il padre. Il padre, un uomo così diverso dal suo di padre, eppure in qualche modo così simile nel suo tranciare giudizi sugli uomini e il mondo, nel suo rifiuto cieco, cattivo di accettare confronti, di essere contraddetto, ostacolato, nella violenza cui sente il bisogno di ricorrere per affermare se stesso, per placare il proprio demone interiore, per riuscire a dormire. Sprofondato nel nero pozzo del sonno come fosse un bambino. E il giorno in cui Niles Tignor si accanisce anche sul bambino oltre che su di lei, Rebecca capisce che è necessario rimettersi in viaggio. Scappare, come avevano fatto i suoi genitori dai nazisti, far perdere le proprie tracce, affrontare la vastità dell’America senza fermarsi mai, il bambino sempre al suo fianco.  

Il tempo, le tappe di un cammino che sembra non aver conclusione, gli incontri, le menzogne dietro cui Rebecca (che ha cambiato nome a sé e al bambino) nasconde la propria vita, la sua lotta per resistere alla sofferenza, ai rimorsi, ai rimpianti, diventano, nella prosa calda e avvolgente della scrittrice americana, una via della Croce di personale redenzione (a spingere Rebecca ad andare avanti è l’amore incondizionato per il proprio figlio, la sua convinzione che un destino benevolo lo attenda da qualche parte e che a lei tocchi condurlo sano e salvo fino alla meta) e un’esplorazione insieme attonita (perché raccontata con gli occhi e il cuore di Rebecca) e disincantata (perché sussurrata dalla Oates) dell’America, della sua terra antica e cangiante e della sua gente, alle volte così semplice, alle volte così imperscrutabile. Come la volontà di Dio. 

La figlia dello straniero è un romanzo magnifico e appassionante; una storia intensa, di rapinosa bellezza, sospesa sull’abisso ma ostinatamente tesa, come una freccia scoccata verso il bersaglio, verso la salvezza.
Eccovi l’incipit (la traduzione, edizione Mondadori, è di Giuseppe Costigliola). Buona lettura.
“Nel regno animale i deboli soccombono presto”. Era morto da dieci anni. Sepolto, il corpo straziato, da dieci anni. Senza nessuno che lo piangesse da dieci anni. Sarebbe lecito pensare che la figlia ormai adulta, moglie e madre, dopo tutto quel tempo si fosse sbarazzata di lui. Accidenti, se ci aveva provato! Lo odiava. Quegli occhi di brace, la faccia paonazza, come un pomodoro spellato. Si mordeva le labbra fino a farle sanguinare per quanto lo detestava. Lì dove si sentiva più vulnerabile, al lavoro. Alla Niagara Tubing, quando il rumore della catena di montaggio, ipnotico, la faceva cadere in trance: allora lo sentiva.

La balena, confine invalicabile di ogni ambizione

 

Herman Melville, Moby Dick, Mondadori
Herman Melville, Moby Dick, Mondadori

Nella staticità forzata di un viaggio per mare, nella presenza opprimente dell’infinità che da ogni lato circonda i naviganti, negli spazi chiusi, saturi e claustrofobici di una nave, che per l’equipaggio è al medesimo tempo casa e prigione, nel ribollire incessantemente minaccioso dell’ignoto, nel paziente ricamo di un ineluttabile destino di tragedia. È in questo essenziale quadro di caducità e dolore, di fragilità e di testarda opposizione ad essa che l’odissea narrata da Herman Melville in Moby Dick si compie. Scarno fin quasi ad apparire elementare nella trama (che si può riassumere nel resoconto del viaggio di una baleniera a caccia di cetacei, di uno in particolare, una balena enorme e bianca), il più celebre romanzo dello scrittore statunitense rivoluziona i canoni dell’avventura letteraria; il tempo immobile dei giorni che si susseguono uguali a se stessi, l’obiettivo della spedizione (la cattura e l’uccisione di Moby Dick, la balena bianca), chimerico come un desiderio, febbricitante come l’ossessione che consuma Achab, il capitano della nave, riverberano nell’ipnotico andamento di una prosa arcaica e sovrabbondante, estenuata di rimandi, spiegazioni, dettagli, digressioni, tecnicismi. L’horror vacui del discorrere continuo di Melville è l’eco dell’interminabile orizzonte verso il quale puntano i suoi personaggi e lo specchio della vanità delle ambizioni umane, quale che sia il sentire che le alimenta; nelle sue pagine, colme come forzieri carichi di monete d’oro, si trova qualunque cosa, ma non le risposte ai dubbi degli uomini imbarcati sulla baleniera Pequod, non rassicurazioni per le loro paure, non un balsamo che dia requie alla rabbia impotente di Achab, cui Moby Dick ha strappato una gamba. E l’esplodere, il fiammeggiare improvviso di un’azione, la concitazione di un particolare momento, il barlume di verità, di gioia, persino di sognante abbandono che sembra profilarsi nella sincerità ruvida di una conversazione, non rappresentano altro che il momentaneo riacutizzarsi di un pungolo, il riaccendersi flebile di una volontà comunque condannata alla sconfitta, all’oblio, e proprio come ciò di cui sono specchio, queste parentesi di scrittura brillano per un’istante e immediatamente vengono inghiottite dal cono d’ombra di un racconto che non sa saziarsi di se stesso. “Ma sì, ma sì”, confessa Achab ai suoi uomini, urlando loro in faccia, insieme alla propria umiliazione, tutta la sua voglia di riscatto, di rivincita, “è stata quella maledetta balena bianca che mi ha smantellato e mi ha ridotto per sempre un povero buono a niente! […] E io l’andrò a scovare  dietro al Capo di Buona Speranza e al Capo Horn e al Maelstrom e alle fiamme della perdizione prima di perdonargliela. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per cacciare quella balena bianca su tutti e due i lati del continente e in ogni parte del mondo, per fargli sfiatare sangue nero, per buttarla a pinne in aria”, ma il suo grido somiglia al disperato lamento del naufrago, al suo fiato inghiottito dal vento, bagnato dal respiro del mare, incomprensibile alla natura, partorito già morto.

Allegoria (del vero, del bene, del male, della vita, della morte e di molto altro ancora), enciclopedico saggio travestito da romanzo, opera di tale vastità e profondità da sfuggire a qualsiasi classificazione, Moby Dick è senza alcun dubbio un unicum nel panorama letterario mondiale. Sa evocare, affascinare e conquistare nello stesso modo in cui sa precipitare il lettore nel più buio e profondo degli inferi: è un libro-montagna, un romanzo-abisso, un cammino impervio, faticoso e straziante come un processo di autocoscienza. Nel viaggio di Achab e del Pequod, nella cronaca che ne fa Ismaele (io narrante della vicenda e alter ego dell’autore), Melville ha cercato di raccontare la realtà, il proprio tempo, se stesso, e più di tutto quel ritornare costante, in ogni epoca della storia, delle medesime cose; gli uomini innanzitutto, ostaggi della propria imperfezione, poi tutto ciò che da loro prende vita, e che per questa sola ragione fatalmente si corrompe. È il presente che si coglie in ogni tempo la misura del nostro peccato originale ed è nel viaggio (tanto nell’esteriore quanto in quello interiore), nella sua particolare dimensione, che si manifesta con tragica, intollerabile chiarezza, con la forza irresistibile della verità confessata.
Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.
Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa – non importa quando esattamente – avendo poco o nulla in tasca, e niente in particolare che riuscisse a interessarmi a terra, pensai di andarmene un po’ per mare, e vedere la parte equorea del mondo. È un modo che ho io di scacciare la tristezza, e regolare la circolazione. Ogni volta che mi ritrovo sulla bocca una smorfia amara; ogni volta che nell’anima ho un novembre umido e stillante; quando mi sorprendo a sostare senza volerlo davanti ai magazzini di casse da morto, o ad accodarmi a tutti i funerali che incontro; e soprattutto quando l’ipocondrio riesce a dominarmi tanto, che solo un robusto principio morale può impedirmi di uscire deciso per strada e mettermi metodicamente a gettare in terra il cappello alla gente, allora mi rendo conto che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un gran gesto filosofico Catone si butta sulla spada: io zitto zitto m’imbarco. E non c’è niente di strano. Se soltanto lo sapessero, prima o poi quasi tutti nutrono, ciascuno a suo modo, su per giù gli stessi miei sentimenti per l’oceano.

Dalla vastità dell’orizzonte alla meraviglia del dettaglio

Isa Grassano, In viaggio con le amiche, Newton Compton
Isa Grassano, In viaggio con le amiche, Newton Compton

Per sua natura, il viaggio è un materiale narrativo sfuggente. La sua dimensione, pubblica quanto a mete prescelte, è per molti altri aspetti squisitamente intima e coinvolge sentimenti, emozioni, stati d’animo. Raccontarlo per intero, dunque, valorizzandone come merita la complessità, significa dar corpo a una scrittura multiforme, adattabile, capace di aprirsi alla vastità dell’orizzonte e un attimo dopo di soffermarsi sulla meraviglia di un singolo dettaglio. È quanto fa Isa Grassano nel suo agile e brillantissimo In viaggio con le amiche(Newton Compton Editore), un libro che, proprio come l’argomento di cui si occupa, sorprende, affascina, diverte e invita a riflettere. L’autrice, pluripremiata giornalista di lungo corso, raccomanda, o per dir più esattamente suggerisce, mete in Italia e all’estero a tutte le donne che stanno progettando – ma anche, se non soprattutto, a quelle che ancora si limitano a sognare – una fuga in beata solitudine oppure in compagnia di qualche amica. Il criterio di selezione? Rigorosamente personale, perché viaggiare è un modo per affermare la nostra individualità, troppo spesso soffocata dalle incombenze e dai doveri del vivere quotidiano. Ma l’arbitrio, il gusto, non è che un ingrediente di questo volume; Isa Grassano, infatti, vanta una grande esperienza in materia, e la offre per intero ai lettori. E così, tutte le possibili destinazioni sono descritte, spiegate, illustrate prendendo in considerazione differenti punti di vista: curiosità, aneddoti – alcuni davvero particolari, come per esempio quello sulla fabbrica della Guinness di Dublino, dove ogni giorno, per produrre la birra scura più famosa del mondo, vengono utilizzati ben otto milioni di litri di acqua fresca… pagati dal Comune; merito della geniale intuizione di Arthur Guinness, che nel 1759 siglò un accordo di concessione di novemila anni in base al quale si impegnava a dare lavoro ai dublinesi nella sua birreria, e a non portarla mai via dalla città, in cambio della fornitura gratuita di acqua – qualche indovinata citazione culturale, perché il viaggio, è bene non dimenticarlo, è scoperta, conoscenza (e allora ecco Virginia Woolf per Londra: “Per quanto romantica e libera e capricciosa, non c’è nave che col tempo non finisca per gettare l’ancora nel porto di Londra”, Fernando Pessoa per Lisbona: “Per il viaggiatore che vi giunga dal mare, Lisbona, anche vista in lontananza, sorge come una bella visione di sogno, stagliata contro un cielo azzurro e splendente che il sole allieta col suo oro, Simone de Beauvoir per Parigi: “Quello che m’inebriò quando tornai a Parigi, nel settembre del 1929, fu innanzitutto la mia libertà. La sognavo dall’infanzia…”, e l’elenco potrebbe continuare) e naturalmente l’accento, sempre puntuale ed esaustivo, sulle caratteristiche che rendono ogni posto un sogno da realizzare.
Da tutto questo nasce un’opera ricca e piacevolissima; una guida, un diario, una raccolta di appunti… in una parola, un libro capace di cambiare a ogni lettura, di somigliare ai suoi lettori, anzi alle sue lettrici (pur senza essere un manifesto femminista, questo libro è pensato per le donne), che immancabilmente finiscono per trovare quel che stanno cercando. In viaggio con le amiche è una felice alchimia, un lavoro che ha il suo maggior pregio nella semplicità, nella chiarezza e nella leggerezza della scrittura, messa completamente al servizio di un monumentale lavoro di ricerca e di esperienza sul campo (in massima parte, Isa Grassano parla di luoghi che ha visitato di persona); come scrive l’autrice stessa nell’introduzione al libro, “Ogni luogo può soddisfare quel desiderio di rinascita interiore che è racchiuso in un viaggio, l’importante è avere la predisposizione giusta. Tuttavia, ho cercato di selezionare mete che rispecchino la curiosità, l’allegria, l’attenzione al particolare e anche un pizzico di civetteria, insomma, tutte quelle caratteristiche che fanno parte del dna femminile. Posti per rilassarsi, in cui ci si diverte e che, soprattutto, sono sicuri da girare e visitare”.
Questa volta, invece dell’incipit (in fondo ogni nuova meta raccontata è un incipit), eccovi una delle pagine che mi ha colpito di più, dedicata a Lucerna. Buona lettura.
«Sono molto inquieta quando mi legano allo spazio». Lo diceva Alda Merini, lo pensa la maggior parte dell’universo femminile. Lucerna, con il suo lago e la maestosità delle Alpi intorno, tanto da aggiudicarsi l’appellativo di regina delle montagne, dà il senso di infinito. Una città che si può vivere in barca, oppure a piedi o addirittura dall’alto, nell’eterno gioco tra il girovagare del corpo e quello del pensiero.
Le prime luci dell’alba offrono un arcobaleno di tonalità sul Lago dei Quattro Cantoni, affollato di barche eleganti simili a cigni. Il paesaggio ricorda quello di un fiordo, ma mantiene la piacevolezza del clima mite. Da navigare al tepore di una notte estiva o anche agli inizi dell’autunno, con la luna che illumina i dintorni e sembra un grande proiettore. Durante la navigazione sfileranno davanti ai vostri occhi il design del KKL, centro d’arte e congressi, opera di Jean Nouvel, e alcuni dei più rinomati ed eleganti hotel, tra cui il Gutsch, un albergo che pare fosse stato conteso da Michael Jackson che desiderava acquistarlo: oggi funziona solo come bar ed è un luogo ideale per l’happy hour sulla terrazza con vista.

Una volta sulla terraferma, la tranquilla e silenziosa Lucerna offre l’incanto della cinta muraria e dei suoi vicoli con scorci che sembrano usciti da una favola.

La (ri)scoperta dell’America

William Least Heat-Moon, Strade blu., Einaudi
William Least Heat-Moon, Strade blu., Einaudi

Bisogna stare attenti ai pensieri che vengono di notte; non hanno la giusta direzione, arrivano a tradimento da luoghi remoti e son privi di senso e di limiti. Prendiamo ad esempio l’idea che mi è venuta il 17 febbraio, un giorno di speranze distrutte, il giorno in cui ho saputo di aver perso il posto di insegnante d’inglese per il calo degli iscritti al college e in cui mia moglie, dalla quale ero separato da nove mesi, nel corso della telefonata in cui le davo la triste notizia si è lasciata sfuggire che aveva un «amico», Rick, o Dick o Chick, qualcosa del genere. Nasce così, in uno dei giorni peggiori della sua vita, Strade blu, splendida avventura letteraria on the road del professor William Trogdon, sangue indiano nelle vene (il suo nome da pellerossa, Least Heat-Moon, è quello che decide di adottare per firmare il romanzo), allievo di John G. Neihardt, l’autore di Alce Nero parla. È il resoconto di un viaggio di tre mesi a bordo di un furgone scalcinato ma affidabile – ribattezzato non senza ironia Ghost Dancing – lungo le “strade blu” d’America, quelle che sulle vecchie mappe indicavano i percorsi secondari (niente highways, dunque, e meno che mai grandi città). Ed è una sorprendente riscoperta dell’America, vista anche attraverso le storie personali (a partire da quella dell’autore) di chi la vive e la abita.

È un nuovo modo di raccontare, un canto di sirena per tutti coloro che amano la letteratura di viaggio.
Strade blu (pubblicato in Italia da Einaudi nel 1988 ma per nulla datato) è il primo capitolo di una trilogia. Degli altri libri che la compongono, a partire dall’originalissimo Prateria, parlerò in un prossimo futuro.
E ora l’itinerario. Mettetevi comodi. Buon viaggio.
La mia rotta prevedeva di toccare quei piccoli centri che, quando va bene, sono segnati sulle carte stradali solo perché al cartografo è rimasto uno spazio vuoto da riempire: Remote, Oregon; Simplicity, Virginia; New Freedom, Pennsylvania; New Hope, Tennessee; Why, Arizona; Whynot, Mississippi; Igo, California (proprio sulla strada per Ono). A tutti i paesini: eccomi, sto arrivando.