Nel freddo mistero di Vienna

Recensione di “Qualcuno alla porta” di Geoffrey Holiday Hall

Geoffrey Holiday Hall, Qualcuno alla porta, Sellerio

Una gelida atmosfera di paura. Una minaccia sorda che sembra essere ovunque, che ristagna come nebbia lungo le strade, invade l’illusoria quiete degli appartamenti, avvelena le conversazioni, corrompe le confessioni e i segreti trasformandoli in ricatti. Una presenza obliqua, sfuggente eppure concreta, imposta dal momento presente, dalla situazione, dallo stato dei fatti e insieme nuova, altra, creata ad arte, studiata, adattata a particolari esigenze, messa a punto nel mondo in cui si mette a punto un’arma: con metodo, pazienza, precisione e in vista di un ben preciso fine. È la paura, evocata fin dalle primissime righe, la protagonista di Qualcuno alla porta, thriller, spy story, romanzo d’avventura e perfino mystery, opera dello scrittore statunitense Geoffrey Holiday Hall. Egli la evoca sia nel particolare, ricorrendo a sapienti descrizioni d’ambiente, sia a livello generale, scegliendo come teatro narrativo della sua storia la città di Vienna nell’immediato secondo dopoguerra e conducendo il lettore nella sua labirintica scacchiera burocratico-militare fatta di zone di influenza (e di conseguenti zone proibite) all’interno delle quali le potenze che avevano sconfitto il nazismo erano libere di spadroneggiare e soprattutto di spiarsi l’un l’altra con ogni mezzo. Continua a leggere Nel freddo mistero di Vienna

Lo splendore del “romanzo-non romanzo”

Recensione de “L’uomo senza qualità” di Robert Musil

Robert Musil, L'uomo senza qualità. Newton
Robert Musil, L’uomo senza qualità, Newton Compton

Sospeso tra possibilità e impossibilità, congelato nel passaggio tra potenza e atto, espressione di tutto ciò che può essere espresso e nello stesso tempo muto abisso d’inesprimibilità, L’uomo senza qualità di Robert Musil, una delle opere più significative del Novecento letterario, ha nella contraddizione, nel rifiuto esasperato e testardo dell’univocità, tanto il proprio atto fondativo quanto la propria finalità. Romanzo che punta alla perfezione della forma letteraria negando se stesso e la propria ragion d’essere, tentativo, sempre frustrato e tuttavia sempre rinnovato, di cogliere il tempo, inafferrabile eppure concreto, “presente”, del divenire di ogni cosa, il capolavoro di Musil racchiude in sé la ricchezza d’esperienze di un’intera vita e si caratterizza come “autobiografia essenziale”, come voce di un io insaziabile e impotente, come sguardo ansioso di raggiungere l’orizzonte e superarlo, come un’architettura filosofica che ha l’assoluto come proprio oggetto d’indagine e come un desiderio, prepotente e imperfetto, che a quello stesso assoluto pretende d’ancorarsi, anche se da una prospettiva opposta a quella del pensiero sistematico.

Monumentale quaderno d’appunti e note, inquieto “zibaldone” d’emozioni e riflessioni, vastissima e profonda storia dell’uomo, enciclopedia delle scienze e del sapere, memoria nostalgica di una civiltà splendida (quella incarnata dalla plurisecolare dinastia asburgica) ormai giunta al tramonto e lucida previsione di un’irreversibile crisi spirituale (che si consumerà nella tragedia del primo conflitto mondiale e poi nei bui anni del dopoguerra, che prepareranno, nella Germania sconfitta e umiliata, l’avvento del nazismo), L’uomo senza qualità utilizza lo schema narrativo del romanzo nel tentativo di dare ordine a un materiale composito, ricchissimo e per sua intrinseca natura caotico; così, messa da parte come inessenziale qualsiasi questione di stile, ignorata qualsiasi considerazione squisitamente estetica legata al linguaggio, al ritmo della prosa, il lavoro a cui è chiamato l’autore di questo “romanzo-non romanzo”(eccezion fatta per il ricorso all’ironia e all’osservazione tanto acuta quanto sarcastica e amara delle cose e degli uomini, che sono i tratti distintivi della scrittura di Musil), ambientato in una Vienna magnifica ma in qualche modo già decadente, come fosse stata colpita a morte dagli sconvolgimenti prossimi venturi, è quello esaltante e annichilente della sistematizzazione, della critica rivisitazione del passato alla luce nuova di un oggi che pretende, hegelianamente, il diritto a proclamarsi “determinazione ultima del concetto” e dunque fine della storia, suo senso e sua verità, proprio nel momento in cui è prossimo a precipitare nel nero baratro del disordine sociale, economico e politico.

“Nano” sulle spalle dei giganti, Robert Musil si assume il compito del testimone e contemporaneamente veste i panni sgargianti e un po’ folli del visionario; al cospetto di un presente che non può mai essere del tutto svelato né spiegato, egli si sforza di riepilogare il passato e di interpretare – in un’affascinante Babele semantica abitata allo stesso modo dalle scienze esatte, dalla psicologia, dalla filosofia, dal fuoco della spiritualità e dalla vertigine dell’estasi artistica – tanto ciò che è quanto ciò che è stato; e immediatamente dopo, nel continuum assicurato dalla costruzione romanzesca, si fa, aristotelicamente, poeta, ed esplora il mondo sconosciuto e infinito del possibile, del molteplice, del poter essere (o meglio, del “potrebbe essere”), specchio metafisico del dover essere (o se si vuole di ciò che è, di quel che è sotto i nostri occhi).

A viaggiare in entrambe queste dimensioni, a viverle, a cercare di dar loro significato (e riuscirci vorrebbe dire dar significato anche a sé), è il protagonista de L’uomo senza qualità, il poco più che trentenne Ulrich, che, incapace di dare una direzione alla propria esistenza, entra a far parte dell’Azione Parallela, comitato incaricato di organizzare i festeggiamenti per il settantesimo anniversario dell’ascesa al trono di Francesco Giuseppe (la data fatidica è il 2 dicembre 1918, la stessa nella quale i tedeschi celebreranno il trentennale del regno di Guglielmo II).

Alla ricerca dell’“idea”, della soluzione originale, e geniale, e prettamente austriaca che renderà unico quel grande momento, Ulrich si smarrisce definitivamente, proprio come si smarrisce, fino a consumarsi nella sterilità del nulla, l’Azione Parallela stessa, simbolo del disfacimento di una nazione, che l’autore impietosamente satireggia apostrofandola con il cacofonico titolo di Cacania, di un impero, di una pagina di storia. Intanto, attorno a Ulrich, altri personaggi si muovono, e nel farlo evocano grandi temi (l’innocenza e la colpa, l’amore, il “superuomo” nietzscheano e il suo contraltare, l’uomo “senza qualità”) destinati a suscitar quesiti, rinfocolare dubbi, accendere aspri dibattiti e, senza mai giungere a soluzione, a perdersi nei mille rivoli di questo romanzo-fiume che la storia della letteratura ci ha consegnato incompiuto ma che incompiuto è nato e che proprio in questa sua forma fluida si offre alle diverse generazioni di lettori: continuamente mutevole, eternamente cangiante, come l’eracliteo fiume “nelle cui acque non ci si può bagnare due volte”.

Eccovi l’incipit. La traduzione, nell’edizione Newton Compton (collana I Mammut), è di Irene Castiglia. La bella introduzione è di Micaela Latini. Buona lettura.

Sull’Atlantico incombeva un’area di bassa pressione; si muoveva verso oriente in direzione di quella di alta pressione che si trovava sulla Russia, senza manifestare ancora la tendenza a eluderla, spostandosi verso nord. Le isotere e le isoterme facevano il loro dovere. La temperatura dell’aria era nella norma rispetto alla temperatura media annua, rispetto a quella del mese più freddo come a quella del mese più caldo e all’oscillazione mensile aperiodica della temperatura. Il sorgere e il tramontare del sole e della luna, le fasi lunari, quelle di Venere, dell’anello di Saturno e di molti altri fenomeni significativi corrispondevano alle previsioni degli annuari astronomici, Il vapore acqueo nell’aria aveva la elasticità massima e l’umidità era scarsa. In poche parole, che, seppure un po’ fuori moda descrivono molto bene questo stato di cose: era un bella giornata di agosto dell’anno 1913.

Tra il dio dell’amore e il dio della guerra

 

Alexander Lernet-Holenia, Marte in Ariete, Adelphi
Alexander Lernet-Holenia, Marte in Ariete, Adelphi

Da una parte la danza dionisiaca dello spirito, l’immateriale universo di pensieri, desideri e sentimenti il cui respiro libero non conosce restrizioni di sorta e ignora, con fanciullesca indifferenza, persino l’ordinato scorrere del tempo e le leggi della fisica; dall’altra l’imperio soffocante della materia, la dittatura spietata del reale, contro cui anche il più nobile dei sogni è destinato a infrangersi. Sono questi gli estremi lungo i quali si muove Marte in Ariete di Alexander Lernet-Holenia, romanzo di squisita raffinatezza, geniale e ricchissimo, che nel suo ellittico, iperbolico e grottesco narrare denuncia l’orrore fisico della guerra e la notte etica del nazismo con il tono gaio di un canto e la prosa vivace e primaverile di uno scherzo ben orchestrato, muovendosi con grazia e funambolica maestria lungo il sottile confine che separa verità e immaginazione. Nato da un’esperienza personale insieme curiosa e drammatica – Lernet-Holenia, che era stato ufficiale dell’esercito asburgico durante il primo conflitto mondiale, venne richiamato in servizio alla vigilia dell’invasione tedesca della Polonia – il romanzo ha il suo apparente protagonista nell’alter ego dell’autore (“un certo Wallmoden”), ma la sua avventura, nettamente distinta nelle due parti in cui si divide l’opera, non è che un pretesto per raccontare ben altro, e cioè il fiorire di un’anima toccata dall’amore e il suo successivo sacrificio, compiuto in nome di un dovere universale; più forte, certo, del destino di un singolo, ma per questa ragione anche talmente impersonale da risultare spogliato di qualsiasi umanità. Di stanza nei pressi Vienna, Wallmoden, senza neppure capire bene come, conosce l’affascinante e misteriosa baronessa Pistohlkors, della quale immediatamente si invaghisce, ma la donna, indecifrabile di carattere e sfuggente nei modi, finisce per attirarlo in un intricato gioco di seduzione nel quale ben presto si perde. In pari tempo cacciatore e preda, Wallmoden, ormai quasi del tutto dimentico del suo ruolo di ufficiale (a ricordargli chi è, e per quale motivo si trova a Vienna, è soltanto la decisione di farsi fare un paio di stivali nuovi, che darebbero maggior lustro alla sua uniforme), vive in una languida atmosfera di sogno, in un mondo nuovo dai contorni sfumati, nel quale la sola “realtà” è proprio la persona che si sforza in ogni modo di conquistare. Attorno a lei, come attori di una commedia, ruotano figure altrettanto inafferrabili, perdigiorno dai modi assai originali e dalla conversazione brillante che sembrano sapere tutto di Wallmoden, persino quali saranno le sue prossime mosse. Eppure, per quanto fonte di continuo imbarazzo, l’oscurità che circonda l’ufficiale Wallmoden è mille volte preferibile all’ordine e alla chiarezza del reggimento di cui fa parte, perché nella nebbia artificiale di quel corteggiamento senza capo né coda egli è vivo e consapevole di esserlo, è uomo, e lo è pienamente, mentre nel rigore e nella disciplina militaresca, nella chiarezza assoluta dell’ordine gerarchico, nel trasparente significato di simboli e parole d’ordine tutto ciò che lo caratterizza e distingue, rendendolo individuo, non ha alcun diritto di cittadinanza. Finché, d’improvviso come era cominciata, la lucida follia di Wallmoden si spegne nell’urgenza dei preparativi di guerra, e quel che un attimo prima era soltanto l’ultima notte da trascorrere prima di poter passare la giornata accanto alla baronessa finalmente conquistata non diventa il tempo brutale dei preparativi e delle marce alla volta del confine. E allora è il vento della realtà a spazzare via le nubi dell’eccitazione e della fantasia; sono i soldati estenuati dalla fatica e spaventati da ciò che li aspetta a sostituirsi agli uomini e ai ragazzi la cui vita è come rientrata in sé, ammutolita; è il caldo soffocante e maligno dell’estate declinante ma ancora vigorosa a bersagliare coloro che fino a qualche ora prima accarezzava gentile sussurrando suadenti promesse. 

Potente e incisiva, bizzarra e lieve, la sinfonia letteraria di Marte in Ariete si contraddistingue per il seducente contrappunto lirico e la garbata ironia che l’attraversano. La sua bellezza conquista tanto quanto la sua puntualità impressiona, perché Lernet-Holenia, esteta del sogno al pari del Cervantes autore del Don Chisciotte raccontato da Borges, è anche lucida coscienza del suo tempo e delle tenebre che lo hanno avvolto.

 Eccovi l’incipit del romanzo (la traduzione, edizione Adelphi, è di Enrico Arosio). Buona lettura.
All’inizio dell’estate 1939, il protagonista – per non dire l’eroe – di questo veridico racconto, un certo Wallmoden, decise che con il 15 di agosto avrebbe cominciato un’esercitazione militare, assolvendo così un suo dovere. Tuttavia, gli sarebbe stato difficile dire il perché aveva scelto quella data e non un’altra. Infatti avrebbe potuto benissimo decidersi per il 1° settembre, anzi sarebbe stato più logico – e certo in seguito le differenze sarebbero state notevoli; e nessuno avrebbe avuto qualcosa da ridire nemmeno se egli si fosse presentato, poniamo, il 15 settembre o addirittura il 1° ottobre. Eppure raggiunse il suo reggimento, come abbiamo detto, già il 15 agosto. Più tardi dichiarò che quella data l’aveva escogitata di proposito, senza però aggiungere in base a che cosa. Aveva avuto la sensazione, disse soltanto, che qualcuno lo attendesse là proprio quel giorno. Ma chi poteva essere mai? Impossibile infatti che qualcuno lo aspettasse davvero al reggimento. Ancora nessuno lo conosceva, e quindi di sicuro il servizio non sarebbe stato differito per la sua assenza.