Un cane, una gatta e la metà di niente

Recensione di “Il simpatizzante” di Viet Thanh Nguyen

Viet Thanh Nguyen, Il simpatizzante, Neri Pozza

Saigon, aprile 1975. La guerra del Vietnam è prossima al suo epilogo. Le forze comuniste guidate da Ho Chi Minh e la guerriglia Vietcong stanno per avere ragione dei loro avversari. L’esercito sudvienamita e le milizie loro alleate, qualla americana in testa, non possono fare altro che prendere atto della disastrosa situazione in cui si trovano; Saigon, ormai accerchiata, attende solo la capitolazione, mentre in ogni strada, in ogni casa, in ogni angolo ciascuno cerca una via d’uscita dall’incubo, un posto per sé e i propri cari su uno dei tanti mezzi pronti all’evacuazione. Ma di posti disponibili, ormai, non ne sono rimasti più. Comincia così, con l’onnipresente sensazione di panico generata da una sconfitta imminente, l’intensissimo, Il simpatizzante, esordio letterario di Viet Thanh Nguyen meritatamente insignito nel 2016 del premio Pulitzer. Protagonista della storia, narrata come una confessione, è il Capitano, un ufficiale dell’intelligence sudvietnamita, un uomo imperscrutabile perché separato da se stesso, una persona in possesso non solo di due facce ma di due menti così diverse tra loro da essere opposte. Un uomo irraggiungibile, una spia perfetta al servizio della causa e dell’ideologia comunista. Continua a leggere Un cane, una gatta e la metà di niente

Non c’è paese, per chi è vecchio

Derek B. Miller, Uno strano luogo per morire, Neri Pozza
Derek B. Miller, Uno strano luogo per morire, Neri Pozza

Per Sheldon Horowitz, ex marine ottantaduenne, eroe di guerra in Corea, vedovo e padre di un ragazzo morto durante il tragico conflitto in Vietnam, il presente non è che un continuo rimpianto del tempo trascorso. Per il soldato Sheldon Horowitz, per il patriota ebreo americano Sheldon Horowitz, a tal punto fedele alla propria nazione da sacrificare, per essa, il suo unico figlio, l’alba di ogni nuovo giorno non è che il rinnovarsi di un inestinguibile senso di colpa e insieme il ripetersi martellante, ossessivo, di domande destinate a rimanere senza risposta: “Perché io? Perché è toccato a me sopravvivere? Perché ho finito per perdere proprio le persone che ho amato di più? Perché, invece di proteggerle, le ho uccise? Perché, cieco e sordo all’amore e armato soltanto di una retorica ampollosa e inutile, ho assassinato mio figlio? E perché ho continuato a uccidere, rovesciando tutto il dolore per la sua perdita su mia moglie? Perché ho fatto questo?”. Protagonista del thriller Uno strano luogo per morire, applaudita opera prima di Derek B. Miller, Sheldon Horowitz è allo stesso tempo un personaggio e un modello, una sorta di confuso archetipo di un’indecifrabile modernità. La misura e il senso della sua vita riposano nei ricordi che custodisce, nella sala degli orrori della sua lucidissima memoria ferita, che senza sosta lo riporta ai momenti drammatici, terribili, immodificabili nei quali è stato costretto a prendere una decisione, a scegliere, e scegliendo ha plasmato non solo la sua esistenza, ma anche quella del figlio e della moglie. La seconda guerra mondiale, segnata da Hitler e dalla sua folle apocalisse antisemita, consumata nella silente connivenza di una buona fetta di mondo, orrori che Sheldon, all’epoca troppo giovane per imbracciare armi, non ha potuto combattere; poi la Corea, e la minaccia comunista a un ordine mondiale appena riconquistato, affrontata da cecchino, da eroe, e nonostante ciò così insopportabilmente carica d’atrocità da non meritare giustificazione, con la morte, spettro innominabile, a danzare beffarda tra la sabbia e il mare, a razziare anime, abbandonando al pianto dei commilitoni e alla disperazione dei parenti, corpi crivellati, membra mutilate, volti ridotti a maschere irriconoscibili. E ancora un nuovo incubo, il Vietnam, con Sheldon un’altra volta fuori gioco, questa volta perché gli anni che si porta appresso sono troppi, e il figlio Saul, prossimo a diventare a sua volta genitore, che parte per il fronte, nella borsa il corredo militare e il vuoto argomentare paterno che monotono batte sempre sugli stessi tasti: cosa significhi davvero essere uomo e cosa comporti compiere il proprio dovere, fare ciò che va fatto quando è necessario, quando la patria chiama. Saul che parte per non tornare più. Scorre il Novecento, secolo breve e terribile, nella coscienza afflitta, impotente e tormentata di Sheldon Horowitz, mentre ogni istante si incenerisce nell’attesa crudele di un’occasione di riscatto e svanisce impalpabile, volutamente inafferrabile, vanamente inseguito dall’amore della nipote Rhea, la figlia di Saul, che pur di trascorrere accanto all’uomo che l’ha cresciuta dopo la morte del papà il poco tempo che ancora rimane a Sheldon, intende convincerlo a lasciare New York e a trasferirsi a Oslo, dove lei vive assieme al marito.

È da qui, dall’arrivo del nonno di Rhea in Norvegia, che il romanzo prende le mosse. L’autore lascia che a descrivere il suo tempo, l’attualità, sia il sarcasmo brutale di Sheldon; che a riflettere l’impossibilità di comprendere (e forse anche di accettare) un mondo che ha smarrito se stesso pensino il sentenziare velenoso e arguto del vecchio, poi ecco che l’azione prende il sopravvento. In un giorno all’apparenza uguale a tanti altri, Sheldon, comodamente sistemato sul divano a leggere, sente rumori di lotta provenire dall’appartamento al piano di sopra; questione di qualche attimo ed ecco comparire, davanti alla porta d’ingresso di casa sua, una donna e suo figlio piccolo. È il momento che Horowitz attende da sempre, l’atto misericordioso di Dio (o della vita) che gli concede la possibilità di fare la cosa giusta, di emendarsi, almeno fino a un certo punto, per l’imperdonabile errore commesso con suo figlio. Così apre la porta (un semplice gesto, eppure gravido di conseguenze, proprio come gravidi di conseguenze sono stati i gesti non compiuti da tante, troppe persone durante l’olocausto nazista, quando decine, centinaia, migliaia di porte rimasero chiuse di fronte agli ebrei perseguitati, ai bambini piangenti, alle donne disperate, ai vecchi annichiliti ma con ancora scintille di vita a brillargli nelle pupille dilatate dalla paura) e fa entrare la donna e suo figlio. Un attimo di tregua, prima che ogni cosa acceleri di nuovo: la porta di casa sfondata da un uomo che con ogni probabilità è il compagno della donna e il padre del bambino, la mamma che gli si para davanti nel tentativo di fermarlo e viene uccisa a sangue freddo e Sheldon che prima si nasconde dentro un armadio con il piccolo e poi scappa assieme a lui in cerca di salvezza. Cuore della vicenda, naturalmente, è la narrazione della fuga del vecchio e del bambino, a più riprese intervallata dai ricordi di Sheldon, che nel ripercorrere l’intera sua vita, e gli sbagli compiuti, vede in quella giovanissima vita da salvare il mondo così come dovrebbe essere, un mondo capace di comprendere la differenza tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, e di schierarsi, come fece Onan, la cui parabola Sheldon racconta al piccolo, indifferente al fatto che i due parlino lingue diverse e dunque non si capiscano. “Viene ricordato come colui che sprecò il proprio seme […]. Ma come sono andate davvero le cose? Onan aveva un fratello, e suo fratello e sua moglie non riuscivano ad avere figli. Vai a sapere perché, Dio decide che quella famiglia ha bisogno di un bambino, così, come si usava a quei tempi, quando gli uomini sembravano tutti intercambiabili, Dio dice a Onan di recarsi nella tenda di suo fratello e fare shtup con la cognata. Ma per Onan è sbagliato. Entra nella tenda, convinto che Dio non possa vedere […] e inizia a masturbarsi. Esce dalla tenda, racconta a Dio di avere eseguito l’incarico e se ne va. Dio, visto che è Dio, si infuria con Onan […]. Ma io mi domando: perché Onan ha pensato che un ordine ricevuto da Dio potesse essere immorale? Che esistesse una moralità, un codice che risiedeva nelle parti più profonde dell’anima umana […] già in grado di separare cos’era giusto e cos’era sbagliato con una limpidezza capace di negare l’autorità più potente e navigare secondo la propria rotta? Quindi la vera domanda diventa: perché non ho potuto infondere un po’ di quella caratteristica in mio figlio, per munirlo del coraggio di mettermi in discussione, negare i miei stessi sentimenti, e rifiutare di partire per una guerra futile dove è stato ucciso? Per vivere più a lungo di me. Perché non ho potuto donare più di quella… qualsiasi cosa sia… a mio figlio?” .

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Neri Pozza Editore, è di Massimo Gardella. Buona lettura.

È una luminosa giornata estiva. Sheldon Horowitz è seduto all’ombra in un angolo tranquillo del Frgnerparken, a Oslo; la sedia pieghevole torreggia sulla tovaglia da picnic, per cui il cibo è fuori dalla sua portata. Sul piatto di carta in grembo è rimasto mezzo panino con karbonade che non gli piace. Giocherella con un dito sulla condensa della bottiglia di birra aperta poco prima, e per la quale ha ormai perso interesse.

La tragica resa all’incomprensibile

Recensione di “Pastorale americana” di Philip Roth

Philipm Roth, Pastorale americana, Einaudi
Philip Roth, Pastorale americana, Einaudi

Il legame tra generazioni, le eredità spirituali trasmesse, le aspettative dei padri, la riconoscenza dei figli, l’amore e il dolore. Il finito universo della famiglia e le sue leggi. E la loro comprensione. E la loro accettazione. E il loro disintegrarsi. Improvviso e incomprensibile. E lo sconvolgente irrompere della sofferenza, intollerabile perché inspiegabile, perché insensata, perché irragionevole. E la ricerca di una risposta, disperata e inutile. Per quale ragione le cose accadono? Per quale ragione alcune cose e non altre accadono? Se non esiste una colpa, una responsabilità, una causa scatenante, come è possibile che qualcosa, una qualsiasi cosa, succeda? A queste domande, alla loro urgenza, alle tragiche conseguenze che derivano dal semplice fatto di porle, tenta di dare risposta Philip Roth nel suo romanzo Pastorale americana, vincitore, nel 1997, del premio Pulitzer.

Inquieto dramma familiare e nello stesso tempo inestricabile dilemma filosofico ed etico, Pastorale americana racconta il Paradiso conquistato e perduto di Seymour Levov; giovane di successo – splendido d’aspetto al punto da meritarsi (lui, ebreo ) il soprannome di Svedese, versato in tutti gli sport (football, basket, baseball: la santissima trinità adorata dal popolo degli Stati Uniti d’America), cortese nei modi, gentile di carattere, leale con tutti, rispettoso nei confronti dei genitori e di ogni altro tipo di autorità – poi industriale vincente, sposato a una donna bellissima, ex miss New Jersey ed ex finalista al concorso di Miss America, infine padre dell’amatissima Merry, la figlia sempre desiderata, la realizzazione del suo sogno più grande, il culmine della sua felicità.

Dagli anni del secondo conflitto mondiale, bui, difficili, eppure, almeno per quanto riguardava lo Svedese Levov e tutti coloro che come lui a quel tempo non erano che ragazzi, pervasi d’innocenza, d’entusiasmo, di una cristallina ansia di riscatto e gioia, fino a quelli del presidente Lyndon Johnson, segnati dagli orrori della “sporca guerra” del Vietnam, la conquista del Paradiso di Seymour Levov, magistralmente narrata da Roth (che qui indossa i panni del suo alter ego Nathan Zuckerman) nei toni di un’epica ingenua ed esaltata – “Sì, ovunque apparisse, la gente era innamorata di lui. I proprietari dei negozi di dolciumi assediati da noi ragazzi ci apostrofavano dicendo: – Ehi, tu! No! – oppure: – Giù le mani! – Lui lo chiamavano, rispettosamente, “Svedese”. I genitori sorridevano e lo chiamavano bonariamente “Seymour”. Le ragazze chiacchierine che incontrava per la strada fingevano di svenire e la più audace gli gridava: – Torna indietro, torna indietro, Levov della mia vita!” – procede senza intoppi, semplice e miracolosa come una marcia trionfale, finché qualcosa, in quel perfetto meccanismo, si spezza, distruggendo tutto il resto.

È Merry, l’adorata Merry, a fare a pezzi l’incantesimo che fino a quel momento aveva protetto la vita di Seymour e dei suoi cari, è lei, radicale oppositrice della guerra in Vietnam, militante comunista pronta a qualsiasi gesto, anche al più estremo, pur di denunciare gli orrori compiuti dai soldati americani dall’altra parte del mondo, a strappare dagli occhi e dal cuore del padre e della madre la quieta felicità, il dolce appagamento che pensavano di possedere, di aver meritato. È Merry, bambina affetta da balbuzie ma straordinariamente intelligente, bella quanto lo sono i suoi genitori, Merry innamorata della natura, degli animali, del papà, Merry che cresce proprio come crescono gli altri bambini, Merry circondata d’attenzioni, d’amore, Merry figlia di una famiglia ricca, cui non manca nulla, Merry che come tutti si fa adolescente, scopre il suo corpo e lo rifiuta, si carica sulle spalle i suoi anni acerbi e, di nuovo, come chiunque altro sia stato ragazzo, si ribella alle regole, ai familiari, alla scuola. Ed è tutto normale, tutto sotto controllo, fino a quando Merry sceglie di dare alla sua ribellione un nuovo sbocco, il Vietnam, e trasforma ogni sua pulsione, ogni suo pensiero, in odio. E di quell’odio si nutre, fino a farlo letteralmente esplodere. Una bomba. Per contrastare le bombe americane in Vietnam. Una bomba che fa saltare l’ufficio postale del paese in cui vive, in cui vivono lo Svedese e sua moglie. Una bomba che uccide un uomo. Un uomo innocente.

E la bomba è l’inizio e la fine. L’inizio, per lo Svedese, di un incubo, e la fine della sua famiglia così come l’aveva sognata e, fino a quel tragico momento, vissuta; l’inizio di una straziante via della croce le cui stazioni, replicate ogni giorno, riecheggiano senza sosta le medesime domande: perché è successo? Perché mia figlia, mia figlia, è diventata una terrorista? Un’assassina? Dove ho sbagliato? Quando? In che cosa? La parallela fine di ogni speranza, di ogni fiducia nel futuro, di ogni rassicurante pensiero, primo tra tutti quello che ci suggerisce che il mondo, e la vita che custodisce al proprio interno, abbiano un senso.

Roth, cronista dellindicibile, si spinge oltre se stesso e racconta con accenti indimenticabili il naufragio di una coscienza alla ricerca tanto di una condanna quanto di un’assoluzione e scandalosamente orfana di entrambe; lodissea di un uomo brutalmente spogliato tutto di ciò che lo rende uomo, privato di ogni sostegno, consumato, ridotto a null’altro che a un rantolo di dolore destinato a restare inascoltato. E nel farlo dà vita a un romanzo che ha la grandezza unica e la nobiltà commovente del sacrificio. Con limpido coraggio egli si sporge dinanzi all’abisso, accettando di venirne inghiottito.

Eccovi, invece dell’inizio del romanzo, una delle pagine a mio parere più belle e strazianti, quella in cui lo Svedese si aggrappa al ricordo della figlia, a quel che è stata, cercando nel suo corpo di bimba e poi di fanciulla qualche traccia di quel che sarebbe diventata: la propria negazione crudele e grottesca. La traduzione, per Einaudi, è di Vincenzo Mantovani. Buona lettura.

Il suo corpo nella culla. Il suo corpo nel lettino con le sponde. Il suo corpo quando comincia a reggersi in piedi sulla pancia di suo padre. Il pancino che si vede tra i calzoni e la camicia quando lui torna dal lavoro e la tiene per le gambe a testa in giù. Il suo corpo quando salta e gli balza tra le braccia. L’abbandono del suo corpo che gli vola tra le braccia, accordandogli il permesso di toccarlo. L’assoluta adorazione che c’è in quel corpo che balza, un corpo che sembra completamente rifinito, una perfetta creazione in miniatura, con tutto il fascino delle miniature. Un corpo che sembra indossato in fretta e furia dopo essere stato appena stirato: non una piega, da nessuna parte. L’ingenua libertà con cui lo svela. La tenerezza che questo evoca. I piedi nudi con i cuscinetti come quelli di una bestiolina. Nuove e mai usate, le sue zampe incorrotte. Le dita prensili. Le gambe lunghe. Gambe funzionali. Salde. La sua parte più muscolosa. Le sue mutandine color gelato alla frutta. Lungo lo spartiacque continentale, il sederino infantile, il culetto che sfidava la forza di gravità e che apparteneva, inverosimilmente, alla metà superiore di Merry, e non ancora a quella inferiore. Niente grasso. Non un grammo, in nessun posto. La fessurina, come fatta con la lesina: quella commettitura finemente smussata che stenderà i suoi petali all’infuori trasformandosi, a suo tempo, nell’origami piegato della fica di una donna. L’incredibile ombelico. Il tronco geometrico. L’anatomica precisione della cassa toracica. L’elasticità della spina dorsale. Le creste ossee della schiena simili ai tasti di un piccolo xilofono. L’incantevole letargo del seno invisibile prima che cominci a sbocciare. Tutta la turbolenza del voler essere ancora beatamente addormentata. Eppure nel collo, in qualche modo, c’è la donna che Merry sarà, lì in quel blocco da costruzione di un collo vellutato. Il viso. Quello è il vanto. Il viso che conserverà e che, tuttavia, sarà presente cinquant’anni dopo. Quanto poco della sua storia si rivela nella faccia di sua figlia.

XVII secolo: nel Vietnam del Mandarino Tan

Tran-Nhut, L'ala di bronzo, Tea
Tran-Nhut, L’ala di bronzo, Tea

Una scrittura leggera e preziosa, attenta ai dettagli e tuttavia incline alla meraviglia, attratta dal fiabesco, dall’impossibile e dalla suggestione del mito. Un’ambientazione originalissima (il Vietnam del XVII secolo), lontana nel tempo e nello spazio ma restituita ai lettori con divertita grazia e partecipata simpatia. E ancora personaggi disegnati con cura, persino con una sorta di affetto, e ritratti in dettaglio tanto nelle sfumature del carattere quanto nelle peculiarità fisiche. E intorno a ognuno di essi, un fitto mistero popolato di oscuri segreti, la memoria collettiva di un crimine che incombe come una minaccia, o peggio come un rimorso che non dà pace, e una quotidianità posticcia dentro la quale rifugiarsi, come animali braccati. E’ in questo fascinoso scenario sospeso tra tensione e improvvisi scoppi di ilarità che si svolge la terza indagine del Mandarino Tan, integerrimo uomo di stato e detective infallibile nato dalla fantasia delle sorelle vietnamite Kim e Tranh-Van Tran-Nhut . Dopo il folgorante esordio de La polvere nera di maestro Hu (di cui ho già scritto nel blog) e un secondo romanzo decisamente poco felice (L’ombra del principe), il giovane Tan torna protagonista di un romanzo tumultuoso e coinvolgente (per la prima volta scritto soltanto da Tranh-Van Tran-Nhut), dove i colpi di scena si susseguono e realtà, sogno e leggenda si fondono in un intreccio inestricabile. A far da palcoscenico (e da metafora) alla narrazione, la giungla, lussureggiante, impenetrabile e letale che da ogni parte circonda il villaggio natale di Tan. E’ lì, nel povero agglomerato di capanne che l’ha visto nascere, che Tan, accompagnato dal letterato Dinh, suo fedele amico, si reca per far visita all’anziana madre. Ed è lì, in un Vietnam del Sud stufo di sentirsi provincia e preda (consapevole soltanto in parte) di complotti separatisti e mire espansionistiche, che il Mandarino si trova ad affrontare la più complessa e pericolosa delle sue indagini. Qualcosa che lo coinvolge dal punto di vista personale (con sua madre che invece di riconoscerlo e di riabbracciarlo commossa lo scambia per il marito, scomparso quando Tan era soltanto in bambino), istituzionale (in quella parte del Paese governa un signore della guerra senza scrupoli, i cui piani, per quanto ancora tenuti segreti, Tan ha il dovere di contrastare con ogni mezzo, perché sa che se venissero portati a compimento destabilizzerebbero l’intera architettura dello stato) e non ultimo investigativo, perché poco dopo il loro arrivo al villaggio il Mandarino e Dinh devono far luce su una morte che sembra figlia di un evento soprannaturale ma che in realtà è il frutto, raffinatissimo, di un omicidio pianificato alla perfezione.

Alla ricerca della verità, circondato soltanto da silenzi ostili e falsi indizi costruiti a bella posta per confonderlo e costringerlo ad arrendersi,  Tan è costretto a rivivere traumatici episodi del passato confinati per anni nei più bui recessi della sua anima. In questo viaggio alla riscoperta di se stesso e dei suoi affetti, che l’autrice racconta con accenti semplici eppure vigorosi e ricchi, indugiando con grazia sull’alternarsi dei sentimenti del protagonista (volta a volta commosso, sorpreso, irato, speranzoso, disilluso, determinato, disperato, vendicativo e infine, dopo un lungo travaglio, pacificato) mutevoli come i mille colori della natura trionfante. In un alternarsi continuo di passato e presente, la vicenda, che al principio procede spedita lungo un registro narrativo di eccessi tipico del racconto fantastico, poco alla volta, imbrigliata dalla severa razionalità del Mandarino (pronto a riverire, e persino a temere, ogni sorta di divinità, ma per nulla disposto a permettere che un assassino la faccia franca sfruttando l’imprevedibile suscettibilità dei demoni o la brama di sangue e di piaceri proibiti degli spettri), si chiarisce. Finché, a indagine chiusa, anche  la frattura tra il tempo trascorso (dove ogni cosa ebbene inizio e dove Tan, suo malgrado, dovette dire addio alla propria fanciullezza) e l’attuale viene sanata e una nuova innocenza, fragile ma pura, può tornare ad accarezzare quel lembo di terra.

Romanzo piacevole, furbescamente disimpegnato e addirittura spassoso per larghi tratti, L’ala di bronzo è una scommessa riuscita; un libro, come scrive Marco Vichi, forte del “linguaggio del linguaggio mitico delle fiabe e di quello concreto del noir, che ci accompagna in un mondo indimenticabile, intriso di mitologia e di sangue”.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Tea, è di Francesco Bruno. Buona lettura.
“Che il Demone della Truffa mozzi le mani a quel cane di Tsao e se le porti in giro sulla sua lingua fetida!” esclamò il venditore di liquori Phu, sputando per terra. “Sono sicuro che quello sporco cinese aveva una carta nascosta nella manica di seta”.
“Come avrebbe potuto, sennò, spennarci come ha fatto senza che ce ne accorgessimo?” rincarò il suo compagno, un omino che stringeva furiosamente l’unico sapeco rimastogli dopo la brutta batosta. “C’è da credere che fossimo più attenti ai codrioni d’anatra, che Tsao ci offriva assieme all’alcol di riso, che a quelle maledette carte. Quel farabutto ci ha proprio infinocchiati ben bene!”. Era stato il capoccia Loc a parlare, la voce bassa fremente di collera. Camminava sulla strada bianca di polvere, la faccia imbronciata, accanto ai suoi compagni di sventura. Il volto dai lineamenti duri rispecchiava il suo malcontento mentre squadrava gli amici che non la finivano di lagnarsi. Con i piedi alzavano nuvolette grigiastre, appena visibili in quella notte in cui la luna era ridotta a una falce sottile come le labbra di una pettegola.

La giustizia del Mandarino

Tran-Nhut, La polvere nera di maestro Hu, Ponte alle Grazie
Tran-Nhut, La polvere nera di maestro Hu, Ponte alle Grazie

Uno scenario esotico, lontano e sconosciuto presentato con elegante semplicità e con un’immediatezza talmente felice da sfiorare la familiarità; un intreccio robusto, pieno di sorprese e vicoli ciechi, che non patisce mai cali di tensione; e infine un terzetto di caratteri davvero indovinati, costruiti con grande intelligenza letteraria (e un pizzico di furbizia). Grazie a questa “ricetta”, le sorelle Tran-Nhut – Kim e Thran Vat, nate in Vietnam ma trasferitesi giovanissime in Francia – cui va riconosciuta una notevole abilità narrativa e una non comune capacità di suggestione, hanno dato vita a una serie di mystery storici diventati, oltralpe, un caso editoriale di successo. Puntuali e rigorosi quanto a ricostruzione d’ambiente (l’azione si svolge nel Vietnam del XVII secolo), i romanzi delle sorelle Tran-Nhut rispettano fin nei minimi dettagli lo schema del giallo classico – uno o più delitti, un buon numero di sospetti, pochi indizi da cui partire, un gran lavoro di investigazione da fare per giungere, dopo innumerevoli colpi di scena, al disvelamento della verità – al punto da sembrare più un affettuoso omaggio a un genere che conta innumerevoli padri nobili che un contributo forte di una propria originalità. Il rispettoso ossequio alla tradizione, tuttavia, lungi dall’essere un punto debole, ha il pregio di rassicurare il lettore (l’appassionato in primis), che ritrova le atmosfere amate e può così abbandonarsi completamente all’intrigante articolazione della trama. E fare la conoscenza con il protagonista della storia, il Mandarino Tan, giovane e impavido governatore provinciale con uno spiccato senso dell’onore e della giustizia, impegnato a risolvere misteri e fatti di sangue in compagnia dell’amico fraterno Dihn, raffinato uomo di lettere, e del dottor Porco, “scienziato” volgare d’aspetto e di modi ma esperto come nessun altro di medicamenti, erbe, pozioni e veleni.

Tan, Dihn e il dottor Porco sono piacevolissimi compagni d’avventura; la storia che meglio li valorizza è il primo romanzo della serie loro dedicata, La polvere nera di Maestro Hu (un gran bel titolo, sia detto per inciso). Eccovi l’incipt, buona lettura.

Appoggiato al bastingaggio, Lam guardava sfilare le ombre della foresta: cime zigrinate di palme acquatiche, massa compatta di arboscelli le cui radici tessevano inestricabili intrecci neri. Le sponde del fiume risonavano di melodie brevi su un sottofondo di brontolii senza leggiadria e palpitavano di una miriade di lucine, altrettante pupille che, indolenti, seguivano il passaggio della giunca. Erano partiti a buio fatto, lasciandosi portare dalla corrente che, infallibilmente, li avrebbe spinti nell’immensa Baia del Drago.