Sul gradino più basso

Recensione di “Storia della bambina che volle fermare il tempo” di Jenny Erpenbeck

Jenny Erpenbeck, Storia della bambina che volle fermare il tempo, Zandonai Editore

Se c’è qualcosa che ci arriva gratis, nella vita, quello è il nome. Ma in questa originale favola per adulti di Jenny Erpenbeck, intitolata Storia della bambina che volle fermare il tempo, la piccola protagonista erutta dalla penna dell’autrice già defraudata di quello che ci definisce come umani. Trovata dalla polizia di notte, con un secchio in mano è – e rimarrà – “la ragazzina” senza identità, dalla prima all’ultima riga di questo magma incandescente che si consuma fino al suo imprevedibile e sconcertante epilogo. La ragazzina dichiara di avere 14 anni, di non ricordare chi siano i genitori; è brutta, goffa e sgraziata, ma soprattutto ha un fisico enorme e abnorme per la sua età. Un corpaccione che tiene compresso e represso, per non dare nell’occhio. E che agli occhi degli altri diventa invisibile proprio in quanto ripugnante. Ma la prima a invocare l’invisibilità è proprio la ragazzina. Che vive, o meglio, si lascia vivere, nel proposito certosino di guadagnare l’ultimo posto nella gerarchia sociale, perché – si sa – il gradino più basso è il più sicuro di tutti: quello che ci garantisce che ne saremo sempre all’altezza. Quello che non occorre conquistarsi con sforzi smisurati e che nessuno, mai, ci contenderà. Eppure non c’è niente come l’umiltà e la modestia a risucchiare e attrarre la malevolenza altrui, e così ecco che la ragazzina diventa il capro espiatorio di un’intera comunità di adolescenti, imbruttiti e incattiviti dalle avversità della vita, prigionieri di un orfanotrofio. Continua a leggere Sul gradino più basso

Gli ultimi marxisti

 

Edward St Aubyn, I Melrose, Neri Pozza
Edward St Aubyn, I Melrose, Neri Pozza

Una prosa che stilla sangue, incisa nel dolore puro, affamata d’amore e nutrita di disperazione, sfinita come un corpo malato, avvelenata come il morso di un cane rabbioso, fradicia di sterile ferocia, consumata da un odio incontrollato, instabile, sfuocato come lo sguardo miope di un uomo cui abbiano rubato l’unico paio di occhiali che possedeva, prigioniera di un desiderio di vendetta talmente forte da esplodere in fuochi d’artificio letterari di vertiginoso splendore, abissale mestizia e crudele, intollerabile verità. L’autobiografica tetralogia di Edward St Aubyn (composta dai romanzi Non importa, Cattive notizie, Speranza e Latte materno), rampollo di una delle più antiche e aristocratiche famiglie della Cornovaglia, pubblicata in un unico volume da Neri Pozza, è un lucido incubo esistenziale raccontato con la spietata esattezza della cronaca (come se lo spezzarsi di una vita, o il dispotico esercizio della violenza che ogni generazione si sente in diritto di  infliggere alla successiva in una folle coazione a ripetere che sembra negare alla radice l’idea stessa che possa esserci anche solo un’ombra di razionalità, e soprattutto di misericordia, nei modi in cui si declina il nostro essere al mondo, potessero essere narrati come una storia qualsiasi) e nello stesso tempo un  terrificante viaggio nell’incomprensibilità del male, nel rigoglioso giardino infernale dove senza sosta germogliano i frutti della sua devastazione. Riflesso, come lo è un corpo nei mille frammenti di uno specchio frantumato, nella perfezione colma d’ira e di un sarcasmo tanto velenoso quanto impotente della sua scrittura, St Aubyn affida al proprio alter ego Patrick Melrose l’inestricabile groviglio dei propri sentimenti e la volontà ferrea di autodistruzione che ne ha segnato adolescenza e giovinezza, unica possibile risposta all’umiliazione, alla devastazione fisica e psicologica subita all’età di cinque anni, quando per la prima volta il padre ha abusato sessualmente di lui. Scompostamente mimetizzato nel proprio cristallino talento, nella raffinatezza delle descrizioni d’ambiente, nella malvagità squisita e preziosa dei disegni psicologici e del ritratto di un mondo abitato da persone convinte che l’elogio della propria inattualità sia il solo contributo dovuto a una società disprezzata per lascito ereditario  – “C’è bisogno di almeno un centinaio di questi fantasmi per generare una sola identità, per giunta incerta e tutt’altro che raccomandabile […]. Sono le stesse persone che hanno popolato la mia infanzia: tutte ottuse e testarde, apparentemente sofisticate ma in realtà ignoranti come capre […]. Sono gli ultimi marxisti […]. Gli ultimi esseri umani convinti che tutto si possa spiegare con la classe sociale di appartenenza. Quando quella dottrina sarà stata abbandonata da un pezzo a Mosca e a Pechino, continuerà a fiorire sotto i tendoni d’Inghilterra. Anche se la maggior parte di loro ha il coraggio di un verme […] e il vigore intellettuale di una pecora stecchita, sono i veri eredi di Marx e Lenin” – St Aubyn prova a distinguere l’uomo e il personaggio, il suo, tuttavia, si rivela uno sforzo vano.  

In ogni pagina del suo capolavoro, infatti, che dell’autobiografia ha la sincerità piena ma non un’ombra di stucchevole e ricattatorio egocentrismo, riecheggia una domanda destinata a restare senza risposta, la domanda che lo ha spinto fin quasi al suicidio per abuso di alcol e droga: perché è accaduto quello che è accaduto? Perché sono stato violentato a cinque anni, e poi ancora e ancora? Perché mia madre, alcolista e a sua volta vittima di ingiustizie, non ha opposto che indifferenza e silenzio a tutto questo? Nel cono d’ombra di questo interrogativo Edward St Aubyn ha vissuto gran parte della vita, prigioniero della verità incorporea del dover essere, quella nella quale avrebbe dovuto vivere, nella quale avrebbe avuto, come chiunque altro, il diritto di vivere (“Nessuno”, scrive con una semplicità che non ammette né repliche né contraddizioni di sorta, “dovrebbe fare una cosa del genere a un altro essere umano”), e proprio come il suo alter ego, è riusciuto a liberarsi (seppur parzialmente, imperfettamente) del proprio tormento nel momento in cui ha trovato la forza, il coraggio, la dignità di condividere il suo segreto, di mostrare il suo corpo piagato, di svelare la cicatrice che gli ematomi e i lividi causati dalle siringhe, dall’eroina, dalla cocaina, dalle iniezioni di qualsiasi sostanza possa considerarsi iniettabile, hanno per anni inutilmente tentato di nascondere. 

Indimenticabile canto di un’anima, I Melrose è un romanzo che scorre sottopelle e paralizza come un veleno; ipnotico come un canto sommesso e annichilente come lo scoppio di una bomba, lo stile di St Aubyn, per quanto studiato, non ha nulla di artificioso; nel descrivere con sovrabbondanza di dettagli “quel che a nessuno dovrebbe accadere”, dà forma compiuta al suo opposto, la realtà, quella cui tutti apparteniamo, e che non conosce pietà. 

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Alle sette e mezzo del mattino, con la biancheria stirata la sera prima, Yvette scendeva per il vialetto, diretta verso casa. I sandali battevano leggeri mentre arricciava gli alluci perché non le si sfilassero, e la cinghia rotta la costringeva a barcollare sul selciato pieno di solchi. Al di sopra del muro e all’ombra dei cipressi che costeggiavano il viale, vide il dottore che trafficava in giardino. In vestaglia azzurra e con gli occhiali scuri inforcati, anche se era ancora troppo presto perché il sole di settembre si fosse affacciato da dietro la montagna di roccia calcarea, il dottore dirigeva un getto forte d’acqua dal tubo di gomma che stringeva nella sinistra verso la colonna di formiche che avanzava operosa sul ghiaietto ai suoi piedi.
 

Lo psicologo, il padre e l’assassino

 

Michael Hjorth, Hans Rosenfeldt, Il discepolo, Einadi
Michael Hjorth, Hans Rosenfeldt, Il discepolo, Einaudi

Un thriller di pregevole fattura, costruito non tanto sull’intreccio (comunque complesso, ricco di colpi di scena, di tensione, e capace di coinvolgere dalla prima all’ultima pagina) quanto sul disegno, psicologico e caratteriale, dei personaggi, dei protagonisti come delle figure di contorno. La seconda avventura dello psicologo criminale Sebastian Bergman, seducente creatura letteraria inventata da Michael Hjorth e Hans Rosenfeldt (del loro ottimo esordio, intitolato Oscuri segreti, ho già scritto in questo blog), ha il pregio di riprendere esattamente dove si concludeva la precedente e insieme il coraggio di andare oltre, di inoltrarsi nel labirinto mentale di Bergman e di tutti coloro che per una ragione o per l’altra hanno a che fare con lui, di sfiorarne i cortocircuiti emozionali lasciando, quasi Hjorth e Rosenfeldt fossero spettatori e non autori del loro romanzo, alle conseguenze di ogni azione la libertà, vertiginosa e inebriante, di svilupparsi completamente. Al centro della storia (che suggerisco di leggere dopo Oscuri segreti), naturalmente c’è sempre Sebastian Bergman, ancor più ossessionato dai propri demoni e ancor più deciso a tenerli a bada con le armi spuntate della menzogna, dell’opportunismo, del calcolo interessato e di un egoismo talmente insistito di divenir grottesca maschera di sé, tuttavia questa volta il mondo intorno a lui è come se d’improvviso si fosse risvegliato, avesse preso coscienza e non fosse più disposto a subire i disperati capricci dello psicologo. A popolare quel mondo sono uomini e donne, persone cui Bergman non può più, come era abituato a fare, sputare addosso la propria indifferenza, perché tra loro c’è sua figlia, poliziotto della squadra omicidi con cui ha già collaborato una volta, che lo detesta, che ignora chi sia veramente quell’uomo così pieno di sé, che sembra divertirsi a umiliare chiunque incontri, e per di più è visceralmente attaccata a colui che crede essere suo padre. E accanto a sua figlia ci sono i colleghi; e come nel peggiore degli incubi c’è una minaccia. Inaspettata, terribile, impossibile. Un serial killer stupratore, Edward Hinde, catturato proprio da Bergman anni addietro, sembra essere tornato in azione; quattro donne sono già state uccise con il suo stesso modus operandi, ma non può essere lui l’autore degli omicidi perché l’uomo è chiuso in un carcere di massima sicurezza (il cui direttore, ed ecco un altro dei personaggi che stanno a fondamento della storia, è l’ex poliziotto Haraldsson, tanto volonteroso quanto goffo e affamato di un’ambizione che la sua scarsità di talento non può in alcun modo saziare) e non può avere contatti con l’esterno. Eppure i delitti hanno la sua impronta, chiara, trasparente, inequivocabile, pertanto Hinde deve essere coinvolto in qualche modo. Ma come? E chi uccide al suo posto? E perché lo fa? Semplice desiderio di emulazione? Oppure c’è qualcosa di più profondo? Di più terrificante?  

Bergman, chiamato a collaborare con la squadra investigativa (di cui sua figlia fa parte) per il suo ruolo di autorità indiscussa su Hinde (sul quale ha scritto due libri) lavora febbrilmente al caso, e intanto le menzogne che lo psicologo non può fare a meno di spargere intorno a sé sembrano stringersi a lui come spire di serpente finendo per avvicinarlo, ben più di quanto vorrebbe, proprio a Hinde e al suo emulo (di cui gli autori raccontano, con accenti difficili da dimenticare, il tragico passato di umiliazione, dolore e violenza), l’uno strumento della spietata ansia di vendetta dell’altro. Finché la verità, affannosamente nascosta da Bergman, non diviene lo strumento principe della libertà del suo nemico, la ragione per fuggire dal carcere e per riprendere quel che era stato costretto a interrompere. 

Asciutto, teso e serrato, lo stile di Hjorth e Rosenfeldt dà vita ad atmosfere talmente cupe da togliere il fiato; la prosa, elegante e equilibrata, descrive con precisione, sa essere incisiva nel raccontare l’orrore di cui l’uomo può essere capace ma rifiuta la facile scorciatoia della morbosità, dello scandalo esibito a bella posta. Nel ritmo incalzante di un giallo scritto meravigliosamente i due autori pongono all’attenzione del lettori temi importanti, scomodi (l’abuso sui bambini, la tragica pervasività del trauma, la responsabilità che ogni scelta, anche quella all’apparenza più banale, porta con sé), ma evitano, saggiamente, di pronunciare qualsiasi giudizio. 

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura

Quando il taxi imboccò Tolléns vag poco prima delle sette e mezza di sera, Richard Granlund non credeva che la giornata potesse peggiorare di molto. Quattro giorni a Monaco e dintorni. Viaggio d’affari. A luglio i tedeschi lavoravano quasi a pieno regime. Tavole rotonde con i clienti da mattina a sera, aziende, sale riunioni e un numero infinito di caffè. Era stanco ma soddisfatto. I nastri trasportatori di processo non erano la cosa più eccitante del mondo, forse, il suo lavoro stimolava di rado la curiosità e non rappresentava mai un argomento di conversazione durante cene o incontri, eppure vendevano bene, i nastri. Vendevano proprio bene.