Tutto ciò che semplicemente è

Recensione di “Biografia – Un gioco scenico” di Max Frisch

Max Frisch, Biografia – Un gioco scenico, Feltrinelli

Lo sconfinato universo delle possibilità – dalle più grandi e significative a quelle in apparentemente senza importanza, che si adottano o si scartano quasi senza rendersene conto – racchiuso nello spazio finito (ma sempre cangiante) di un palcoscenico; e al centro, allo stesso tempo soggetto e oggetto dello spettacolo che sta per andare in scena, una vita vissuta e colui che, scegliendo passo dopo passo, decidendo, prendendo una direzione in luogo di un’altra, l’ha resa tale, disegnando assieme a essa se stesso, definendosi come persona, identificandosi in ogni scelta. In penombra, infine, un registratore, voce narrante di tutto ciò che da questo momento in avanti potrebbe accadere e vigile memoria di quel che è stato, che non è in potere dell’uomo modificare ma che la finzione del teatro, la sua capacità di travestirsi da qualunque cosa, di essere, anche solo per un breve momento, nell’illusione della recitazione e delle luci soffuse, qualsiasi accadimento altro rispetto a quello che è effettivamente successo, a quel che è stato, offre come seconda occasione, come un desiderio a lungo cullato che d’improvviso diviene realtà, come il dono benigno (o forse letale) di una capricciosa divinità. Questo l’impianto architettonico e narrativo del serrato, magnifico dramma di Max Frisch intitolato Biografia – Un gioco scenico, uno studio, una riflessione, una pièce, un mefistofelico divertissement, la dimostrazione, a priori e a posteriori, dell’impossibilità di qualsivoglia reale cambiamento dei dati di fatto, dell’inconsistenza del poter essere. Protagonista del bellissimo lavoro di Frisch è Kürmann, uno studioso che malgrado i notevoli successi accademici ottenuti non prova che infelicità, disperazione e sensi di colpa. La sua esistenza, infatti, costellata di scelte infelicissime, gli appare come una partita a scacchi giocata in modo dissennato, perduta già in apertura; per questa ragione egli è convinto, come lo sarebbe ogni scacchista che si rispetti, di poter fare ben altro, di poter addirittura ribaltare le sorti della battaglia, di riuscire dunque vincitore e non sconfitto come si ritrova a essere; tutto ciò di cui ha bisogno è una possibilità, la possibilità di rigiocare alcune mosse, di cambiare tattica, di fare altre scelte. Ma è proprio a questo punto, quando la richiesta del giocatore Kürmann , dello stratega Kürmann, viene soddisfatta, che il suo disegno, accuratamente preparato, va in pezzi; l’uomo infatti, rivivendo alcuni momenti particolarmente importanti della sua vita, si rende conto che ogni decisione presa, ogni parola, ogni gesto, ogni silenzio, obbediva in qualche modo a una necessità, a una sorta di metafisico meccanicismo.

Spalancate dinanzi a lui, nude di fronte alla sua sete di novità, di libertà, di ignoto, le alternative della sua vita, tutti quei “se” che un discorso fatto o non fatto, un impercettibile ritardo a un appuntamento, un amore accolto o rifiutato, un incontro anticipato o differito avrebbero condotto al vero, al reale, sfumano al contatto con quel che è successo (e che ordinatamente compare nel dossier del registratore, coscienza scomoda di Kürmann e insieme mero accadimento impossibile da ignorare tanto come cosa in sé quanto come atto primo di una serie di conseguenze che da esso si sono originate rendendolo parte non eliminabile di “tutto ciò che semplicemente è”), mutano di sostanza, regredendo da potenzialità a illusione; costretto a misurarsi con possibilità che alla prova dei fatti si rivelano impossibili, Kürmann naufraga nei suoi stessi desideri, affonda nelle sabbie mobili della propria impotente volontà; sulla scacchiera del suo esistere nessuna nuova mossa può venir giocata, per quanto egli si sforzi di trovare vie d’uscita, di ricominciare.

 Il suo passato, che egli porta scritto nella carne, che gli si è inciso nello spirito, che è il suo modo di essere e ragionare, che è perfettamente sovrapponibile a ciò che egli è come persona (perché egli è diventato il Kürmann in lotta con se stesso proprio in virtù delle decisioni che ha preso e che ora vorrebbe con tutto se stesso rimettere in discussione), è una corda tesa che gli impedisce di muoversi; al pari di un animale legato al guinzaglio, egli può solo permettersi minimi scarti,mutamenti di poco o nessun conto che non modificano la sostanza (e dunque il significato) di quel che è stato; Kürmann, in una parola, non può essere, nel medesimo tempo e sotto il medesimo rispetto, sé e altro da sé; non gli è consentito lasciare la strada che lo ha condotto fin lì, e che con tutto se stesso vorrebbe cambiare, anzi cancellare, dimenticare, perché quella strada è la sua coscienza, e la sua coscienza è ciò che egli è. Perché non è permesso alla vita di Kürmann, come non lo è a qualsiasi altra esistenza, violare il principio di non contraddizione. Neppure nell’illusorio battito d’ali d’una quinta offerta ai rapaci sguardi degli spettatori.

Biografia  è un’opera magistrale; incalzante nel ritmo, di straordinaria profondità negli argomenti trattati, è una lettura splendida, indimenticabile, un gioiello filosofico-letterario di squisita fattura.

Invece dell’incipit, eccovi parte della sinossi della quarta di copertina. La traduzione dal tedesco, per Feltrinelli, è di Maria Gregorio. Buona lettura.

Le esperienze che viviamo sono realmente inevitabili? “Cosa succederebbe se…”si chiede il protagonista Kürmann e si figura le vicende della sua vita come un giocatore di scacchi calcola le mosse delle pedine: se almeno una volta avesse avuto la possibilità di non aver pensato o realizzato questa o quella mossa, avrebbe cambiato tutto il seguito della partita. E a Kürmann viene appunto offerta tale possibilità. Frisch gli affianca un personaggio complementare, un Registratore, che assiste il protagonista oggettivandolo e gli consente di realizzare effettiva varianti alla sua esistenza. Ci troviamo così di fronte non alla mera biografia di un uomo (con tanto di genitori, infanzia, studi, amori pre e postmatrimoniali, politica…), bensì alla sua risposta al fatto che col tempo si acquista inevitabilmente una biografia. Si rappresenta quel che è possibile solo sulla scena: ossia come una vita avrebbe potuto svolgersi diversamente, con una variazione delle possibilità vissute e non vissute, in uno spettacolo che non può essere altro che prova.

Un angelo a mezzanotte

Recensione di “Il posto delle bacche” di Evgenij Evtusenko

Evgenij Evtusenko, Il posto delle bacche, Einaudi

L’epilogo, con l’immensità dello spazio spalancata dinanzi allo sguardo orgoglioso e sperduto dell’uomo; il misterioso, ipnotico scintillare di miliardi di stelle che invita a riflettere sul mistero della creazione e sulla fioca ma caparbia luce gettata dalla scienza su quell’oscurità che ovunque è compagna di tutto ciò che vive, respira e pensa; il pulsare tumultuoso, così simile al forsennato galoppare del cuore di un neonato, del pianeta, la sua bellezza quasi indicibile, lo schiudersi, agli occhi, al cuore, all’anima e all’intelletto di colui che la contempla, del suo grembo generoso, di quella natura, insieme ospitale e matrigna, la cui è essenza è più impenetrabile di quella del cosmo infinito. Dalla volta celeste dell’epilogo,  cavalcata, come fosse un destriero, con dolcezza ed entusiasmo, dall’eroico astronauta Gagarin, esempio e modello per la Russia e il mondo, uomo mite il cui sorriso gentile nasconde tanto le sue personali sofferenze quanto il suo continuo indagare i perché ultimi dell’esistenza; il suo senso, il suo scopo, quel che è necessario fare per esistere con dignità – “Ciolkovskij l’aveva detto proprio bene: «Tutte le nostre conoscenze – passate, presenti, future – non sono nulla nei confronti di ciò che non sapremo mai». Questo non è triste: è meraviglioso. Quando esiste l’infinito dell’inconcepibile, la stessa conoscenza può sperare nell’infinito. Anche l’uomo ha una simile speranza, perché l’uomo è conoscenza che conosce se stessa. La ragione suprema dell’universo non è una cosa distinta dall’uomo. L’uomo ne è una parte. Forse addirittura la principale” – al romanzo, la cui storia fiorisce dentro un’altra immensità, in qualche misura simile, quantomeno per i pensieri e i sentimenti che ispira, alla nera vastità trapunta d’astri del cielo: quella della taiga siberiana. Continua a leggere Un angelo a mezzanotte

Sostanza, accidente, illusione

Recensione di “Ubik”, di Philip K. Dick

Philip K. Dick, Ubik, Fanucci
Philip K. Dick, Ubik, Fanucci Editore

La miglior birra mai prodotta? Un caffè istantaneo che per gusto, aroma e fragranza non conosce rivali? Un rivoluzionario condimento per insalate? Un portentoso balsamo per capelli? Un deodorante dall’irresistibile profumo? Un infallibile rimedio contro l’insonnia? Una pellicola in grado di garantire la perfetta conservazione del cibo? La soluzione definitiva per ogni problema di alito cattivo? Che cos’è esattamente Ubik? Probabilmente ognuna di queste cose prese singolarmente e il loro insieme, il tessuto connettivo del reale (o per dir meglio, di ciò che noi pensiamo sia la realtà) e le sue manifestazioni; in una parola, il mondo osservato tanto dal punto di vista del suo creatore quanto da quello delle creature che lo popolano.

Mistero allo stesso tempo buffo e tragico, Ubik, motore immobile trascendente e immanente di tutto ciò che esiste (ma anche di ciò che diviene, e persino dell’atto stesso del divenire, del mutare), è principio e fine della conoscenza, coincidenza d’opposti, verità ultima e incessante negazione di qualsiasi verità. Ubik, bizzarro capolavoro filosofico-letterario di Philip K. Dick mascherato da avventuroso romanzo di fantascienza, è una magistrale prova d’autore e un divertissement raffinatissimo e geniale, è un labirinto inestricabile di ipotesi e teorie e il sogno liberatorio di una mente che brama la vertigine dell’allucinazione, è la geometria impazzita di un tempo che ha le sembianze di un futuro remoto ma l’essenza del presente ed è il rifiuto rabbioso di questo tempo e delle logiche da cui è dominato (in particolar modo quelle, onnipotenti e onnipresenti, del commercio, della sistematica mercificazione) declinato nell’esplosività meravigliosa ed effimera di fuochi d’artificio di macabro humour.

Come scrive Carlo Pagetti nell’introduzione al romanzo pubblicato da Fanucci (traduzione a cura di Paolo Prezzavento), Ubik, uno e trino, “è il nucleo allo stato puro dell’ideologia capitalistica americana […] è una sostanza divina, come l’olio con cui veniva unto – anointed – il capo del sovrano, assomiglia allo sperma della Balena, di cui scrive Melville in Moby Dick […] è la sostanza sfuggente di cui è fatta non solo la fantascienza, ma la letteratura in senso più generale”.

In Ubik, dunque, dove il fine è la continua ricerca e la meta, come il concetto di Dio nel pensiero medievale, è ovunque e in nessun luogo, tutto è travestimento, illusione, inganno; alla fin troppo trasparente allegoria della trama (l’intera vicenda si svolge all’interno degli angusti e miseri confini dello spionaggio commerciale, portato al parossismo dalle eccezionali capacità dei suoi interpreti, telepati da una parte, e inerziali, cioè individui dotati di talenti in grado di annullare i poteri dei loro avversari, dall’altra) si uniscono le numerose metafore che, mentre danno sostanza alla narrazione, illuminano la struttura profonda dell’opera: l’animazione sospesa che consente ai defunti (ai loro cervelli, in verità), ospitati in speciali strutture dette moratorium, di restare in contatto con i vivi; il tempo, che d’improvviso cessa di procedere con linearità dall’oggi al domani e si riavvolge su se stesso, trascinando i protagonisti del romanzo in un passato liquido, che senza sosta regredisce; l’evento scatenante (un attentato dinamitardo ai danni di un gruppo di inerziali, assunti per scoprire eventuali infiltrati in una multinazionale), la strage che, al contrario di quel che ci si aspetterebbe, non indirizza gli eventi in una determinata direzione ma spariglia le carte confondendo ancora una volta vita e morte (chi è davvero rimasto ucciso nell’esplosione della bomba? Il capo della spedizione Glen Runciter oppure tutti gli altri, a partire dal suo braccio destro Joe Chip, convinto di essere sopravvissuto?); e infine le figure, coincidenti nella loro inafferrabilità, di Jory, un giovanissimo cadavere (anch’egli, naturalmente, mantenuto in stato di animazione sospesa) il cui cervello è affamato di vite altrui, e di Pat, una inerziale unica nel suo genere, la cui eccezionalità, che dovrebbe risolvere qualsiasi problema e invece contribuisce a complicare ulteriormente le cose, l’autore, dapprima nei panni di Joe Chip e poi in quelli del suo collega G.G. Ashwood, descrive così: “Il precog prevede una varietà di futuri, posti l’uno accanto all’altro come cellette in un alveare. Per lui una di queste è più luminosa delle altre, per cui la sceglie. Una volta che l’ha scelta, l’anti-precog non può fare nulla; l’anti-precog deve essere presente quando il precog si trova in fase di decisione, non dopo. L’anti-precog fa in modo che tutti i futuri sembrino ugualmente reali al precog; mette fuori uso la sua capacità di scegliere […]. ‘Lei riesce ad andare indietro nel tempo’ disse G.G. Ashwood […]. ‘Il precog che subisce il suo influsso vede ancora un futuro predominante; come hai già detto, la possibilità più luminosa. E la sceglie, a ragione. Ma perché a ragione? Perché è la più luminosa? Perché questa ragazza […] Pat controlla il futuro; quella luminosa possibilità è tale perché lei è andata nel passato e lo ha cambiato. Cambiando il passato, lei cambia il presente, un presente che comprende il precog; lui ne è condizionato senza saperlo, il suo talento sembra funzionare, e invece non funziona affatto’”.

L’efficace semplicità dello stile narrativo è con ogni probabilità il maggior pregio di Ubik; il suo formale nitore, infatti, spalanca le porte alla curiosità del lettore, nutre il suo desiderio di far luce su un enigma che si infittisce pagina dopo pagina e così finisce per condurlo in un’indimenticabile e inquietante esplorazione delle nostre più radicate certezze e di ciò che resta quando vengono meno.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

Alle tre e trenta del mattino del 5 giugno 1992, il miglior telepate del Sistema Solare scomparve dalla mappa situata negli uffici della Runciter Associates a New York City. Ciò fece squillare i videofoni. Lorganizzazione Runciter aveva perso le tracce di troppi psi di Hollis nel corso degli ultimi due mesi; questa ulteriore sparizione non ci voleva.

Orbite eccentriche in una genealogia di mostri

Edward St Aubyn, Lieto fine, Neri Pozza
Edward St Aubyn, Lieto fine, Neri Pozza

“Bisogna ‘celebrare la vita’: ricchi premi e cotillon! Tutte quelle chiacchiere del tipo: ha lottato fino all’ultimo, ma io so quanto gli è costato… Insomma, raccontare il percorso di un’esistenza e metterlo in prospettiva. Bada bene, non dico che non sia commovente. In questi ultimi giorni ho notato un effetto quasi sinfonico. E orrore in quantità industriali, naturalmente. Nei miei giri quotidiani da un letto d’ospedale a una commemorazione e ritorno, mi vengono spesso in mente quelle navi cisterna che andavano a sfracellarsi su una scogliera una settimana sì e una no, e gli stormi di uccelli moribondi arenati sulle spiagge, con le ali incollate una all’altra e gli occhi gialli che sbattono, frastornati”. Come un naufrago esausto, affoga, nel narcisismo declamatorio di un vecchio aristocratico spietato e nostalgico, ogni illusione d’esistenza, ogni anelito alla dignità del vivere, ogni richiamo al rispetto di sé, fondamento del rispetto per l’altro da sé, e quel che resta, nella simbologia trasparente della morte, è una teoria di miserie morali, un cratere d’abiezioni spalancato dinanzi al palazzo di Creso. Lungo fantastiche geometrie d’intuizioni commerciali, all’ombra di vertiginosi colpi di mano, nella lealtà polverosa e severa allo stile, all’etichetta, all’educazione, a tutto quanto serva ad assicurare unicità, originalità e soprattutto distinzione, colossali fortune si accumulano moltiplicandosi quasi per magia, o per generazione spontanea, poi svanendo d’improvviso in buchi neri d’ingiustizia, o di miopia, o di calcolata malvagità, di nuovo riconsolidandosi nell’interesse a lunga scadenza messo a cassa da antenati previdenti, e in questo loro fluido, incessante mutare disegnano i destini di generazioni , e partoriscono uomini e donne soli, fragili anime di cristallo che corrono in orbite eccentriche lungo la gibbosa circonferenza di una genealogia di mostri. Giunto all’ultimo libro della sua splendida e dolorosissima saga familiare (I Melrose, già recensito in questo blog), Edward St Aubyn, nei panni del tormentato Patrick Melrose, chiude i conti con il proprio tragico passato (le violenze di ogni tipo, non ultima quella sessuale, subite bambino dal padre sadico, l’assenza intollerabile della madre, alcolizzata e allo stesso tempo terrorizzata e oscuramente attratta dalla cupa malvagità del marito) raccontando il funerale della madre Eleanor, spentasi dopo anni d’agonia nel corso dei quali, spinta da una sorta di furibonda febbre universalistico-umanitaria, ha dilapidato il proprio patrimonio dapprima finanziando ogni sorta di progetto a favore dei più deboli e in ultimo rovesciando la propria torrenziale generosità sul peggiore dei candidati possibili: l’improbabile sciamano di una “fondazione transpersonale” dedita all’autentica scoperta del sé (“Negli ultimi giorni della sua vita Eleanor era stata costretta a immergersi in uno spietato corso accelerato di autocoscienza, armata solo di uno spirito animale in una mano e di un sonaglio nell’altra. Si era dovuta confrontare con la pratica più difficile di tutte: niente parole o movimenti, niente sesso, niente droga, niente viaggi, niente soldi da spendere, quasi niente cibo. Solo la solitudine, vissuta in silenziosa contemplazione dei propri pensieri. Sempre che contemplazione fosse il termine giusto. Forse in realtà aveva sentito che erano i suoi pensieri a contemplare lei, come predatori affamati”).

La morte, resa se possibile ancora più definitiva dalla scelta della cremazione, il lutto da celebrare e il ricordo di chi non c’è più da onorare che chiamano a raccolta amici, parenti e rappresentanti scelti dell’esercito di beneficati dalla deforme munificenza di Eleanor, nella prosa scintillante, beffarda, raffinata e scandalosamente sofferente di St Aubyn si fanno densa materia narrativa di un fiammeggiante j’accuse, punti cardinali di un ritratto sociale al vetriolo. Di fronte a quel che resta di un mondo in disfacimento, tra memorie ormai quasi disincarnate di fasti talmente preziosi e irrinunciabili da trasformare in festa, in occasione mondana, qualsiasi avvenimento, funerali compresi (a rendere indimenticabili i quali provvedeva il blasone dei partecipanti, l’incorrotto sangue blu che impetuoso scorreva nelle vene di ogni singolo testimone), nell’urlare d’Erinni della pazzia continuamente sfiorata da Patrick, della sua vita squassata dai traumi (proprio come un corpo lo è dalla febbre altissima, anticamera del delirio), dei suoi bisogni urgenti e contraddittori, della sua sete d’amore tragicamente insoddisfatta e del suo desiderio d’amare terrorizzato e scalpitante, si compie (per una volta felicemente) la parabola di un essere umano perduto e ritrovato, si conclude la devastante odissea di una vita strappata a se stessa e a sé restituita.

Come nella precedente quadrilogia, St Aubyn si mette a nudo con una sincerità che lascia sbalorditi e commossi; trascina il lettore negli abissi più cupi del cuore umano, poi, con angelica leggerezza, con compassione autentica, lo conduce nella quieta regione degli antipodi, dove ogni cosa sembra avere un senso, perfino il male patito e la capacità di comprenderlo, disarmandolo: “Forse, nella sua nuova realtà libera dai genitori, sarebbe riuscito a ridurre i condizionamenti che aveva subito a semplici dati di fatto, senza interessarsi ancora alla loro genealogia; non perché la prospettiva storica fosse priva di valore, ma perché aveva ormai rinunciato a coltivarla. Altri avrebbero potuto approdare a quello stesso tipo di tregua prima che i loro genitori morissero, ma suo padre e sua madre erano stati ostacoli così giganteschi che aveva dovuto liberarsene nel senso più letterale del termine prima di poter immaginare che la sua personalità diventasse un filtro perfettamente trasparente, come aveva sempre desiderato. L’idea di un’esistenza spontanea gli era sempre parsa a dir poco stravagante. Tutto era condizionato da quanto accaduto in precedenza; perfino il suo fanatico desiderio di un certo margine di libertà era condizionato dalla drastica assenza di libertà dei suoi primi anni di vita. Forse era possibile solo una sorta di libertà imbastardita: l’accettazione dell’inevitabile inanellarsi di cause ed effetti garantiva se non altro la libertà da ogni illusione”.

Eccovi l’inizio del romanzo che, va da sé, va letto dopo la splendida tetralogia I Melrose. La traduzione, per Neri Pozza, è di Luca Briasco. Buona lettura.

«Sorpreso di vedermi?» disse Nicholas Pratt, puntando il suo bastone da passeggio sulla moquette del forno crematorio e fissando Patrick con una vaga espressione di sfida: un’abitudine che non aveva più ragion d’essere ma che era troppo tardi per modificare. «Ormai non mi lascio più sfuggire nessuna commemorazione. Alla mia età non si può fare altrimenti. Non ha senso restarsene seduti a casa a ridere dei giornalisti alle prime armi e dei loro errori puerili nei necrologi, o cedere al piacere vagamente monotono che deriva dal contare quanti coetanei muoiano ogni giorni. No!».

Né scrittore né filosofo. Ritratto di un artista

Albert Camus, Il rovescio e il diritto, Bompiani
Albert Camus, Il rovescio e il diritto, Bompiani

Schierarsi dalla parte della vita. Con voluttà d’amante, con partigiana convinzione, con devoto fervore. Scegliere il corpo, la carne, l’esistere fisico essenziale e primitivo, e prendere da lì le mosse, da quel che siamo nel momento in cui veniamo al mondo per giungere al cuore, e alla mente, e allo spirito. E infine tornare al cuore, al sangue, ai sensi. Accettare l’assurdo come sostanza di tutto quel che è, e rifiutare tanto la fredda disciplina del pensiero logico-razionale quanto le illusorie soluzioni del misticismo. Liberarsi da ogni sovrastruttura etica, dalla morale intesa come dovere e gettarsi con coraggio tra le braccia di una felicità agognata, orizzonte e traguardo di tutto ciò che esiste. Diritto inalienabile di tutto ciò che esiste. La sostanza tematica (e la successiva, ricca e suggestiva declinazione narrativa) dell’opera di Albert Camus è tutta qui, in un pessimismo atipico e commosso – a lungo, e a torto, scambiato per scolastico esistenzialismo – che è celebrazione dell’essere, del qui ed ora e del suo significato, la cui importanza così facilmente ci sfugge. Né scrittore né filosofo ma artista (così Camus si considerava e così voleva essere giudicato), egli si offre nei suoi scritti in una molteplicità di forme; attraverso la sincerità piena della confessione (che ritroviamo nei numerosi riferimenti autobiografici che caratterizzano in modo particolare le sue prime opere), nella progressiva sistematizzazione della sua architettura di pensiero e infine nell’artificio (mai fine a se stesso) letterario del romanzo. In ognuna di queste vesti, tuttavia, non vi è che un solo autore, un unico artista, un identico convincimento. La prosa di Camus, dunque, non è che la traduzione, lussureggiante e magnifica, di una serie di parole chiave, a loro volta espressione di una precisa visione del mondo; per il giovanissimo Albert che si avvicina alle lettere per volontà del fato (di famiglia poverissima, il padre morto nel corso nel primo conflitto mondiale e la madre analfabeta, egli attira l’attenzione del suo maestro elementare, Louis Germain, che decide di seguirlo anche oltre gli orari di lezione), così come per lo scrittore affermato e ammirato cui nel 1957 viene assegnato il premio Nobel, non è cambiato nulla, o quasi. Alla radice del suo lavoro c’è sempre la vita, respirata da un uomo nato, come tanti se non proprio come tutti, “a metà strada tra la miseria e il mare”. Per questa ragione, per questa sua incrollabile fedeltà a se stesso, l’opera più significativa di Camus è quella che ne segna l’esordio, Il rovescio e il diritto, una breve raccolta di saggi pubblicata per la prima volta ad Algeri nel 1937 (Albert Camus nacque in Algeria il 7 novembre del 1913) e vent’anni più tardi edita da Gallimard arricchita da un’introduzione dell’autore. Ed è proprio nelle splendide, intensissime pagine di questa introduzione che Camus rende ragione del suo “destino letterario”. “Brice Parain”, scrive, “pretende spesso che questo libro contenga il meglio di quel che ho scritto. Parain si sbaglia. Conoscendo la sua lealtà, non lo dico per quella impazienza che prende ogni artista di fronte a chi abbia l’impertinenza di preferire quel ch’egli è stato a quel ch’egli è. No, si sbaglia perché a ventidue anni, salvo il genio, uno sa appena scrivere. Però capisco quel che Parain, sapiente nemico dell’arte e filosofo della compassione, vuol dire. Vuol dire, e ha ragione, che c’è più vero amore in queste pagine sgraziate che in tutte quelle che son venute poi”. E ancora, e con ben maggiore incisività (unita a una limpidezza quasi brutale, che commuove e ferisce): “Se, nonostante tanti sforzi per costruire un linguaggio e far vivere dei miti, io non riuscirò un giorno a riscrivere Il rovescio e il diritto, non sarò mai riuscito a niente: questa è la mia oscura convinzione. In ogni caso nulla mi impedisce di sognare che ci riuscirò, di immaginare che metterò ancora al centro di quell’opera l’ammirevole silenzio di una madre e lo sforzo di un uomo per ritrovare una giustizia o un amore che equilibri quel silenzio.

Le meravigliose pagine de Il rovescio e il diritto, dove l’architettura del saggio sposa la narrazione fluida del racconto e il ricordo personale si stempera in esperienze di vita colte, comprese e restituite al lettore come patrimonio comune (di più, come l’unico patrimonio possibile degli esseri umani), custodiscono, in una sognante intensità fiabesca, il segreto dell’immortalità.

Eccovi l’incipit del primo dei saggi, intitolato L’ironia. La traduzione, per Bompiani, è di Sergio Morando. Buona lettura.
Due anni fa ho conosciuto una vecchia. Soffriva di una malattia di cui aveva creduto di morire. Il fianco sinistro le si era completamente paralizzato. Non le restava al mondo che una metà di se stessa mentre l’altra già le era estranea. Vecchietta irrequieta e ciarliera, era stata ridotta al silenzio e all’immobilità. Sola per lunghe giornate, analfabeta, poco sensibile, tutta la sua vita si rifaceva a Dio. Credeva in lui. Prova ne sia che aveva un rosario, un cristo di piombo e un san Giuseppe col bambino di stucco. Non era certa che la propria malattia fosse incurabile, ma lo affermava perché ci si interessasse a lei, rimettendosi per il resto al Dio ch’ella amava così male.

Con gli occhi, e il cuore, di Caulfield

 

J.D. Salinger, Il giovane Holden, Einaudi
J.D. Salinger, Il giovane Holden, Einaudi

Lo stile asciutto, diretto; la narrazione in prima persona, che rende superflua qualsiasi mediazione e trascina immediatamente il lettore nel bel mezzo del racconto; la prosa ruvida, potente, e fluida come riesce a essere soltanto il linguaggio parlato; il protagonista adolescente, icona di una generazione e poi di infinite altre, smarrito come lo siamo tutti di fronte alla vita, audace e ingenuo nell’affrontarla a muso duro, e spavaldo, spaventato, sicuro di sé e insieme talmente roso da dubbi e incertezze da non aver la forza di aprire gli occhi, o di respirare. E ancora l’unità temporale, che racchiude gli eventi raccontati nell’arco di una manciata di ore (un fine settimana in tutto) e il mondo indistinto e soffocante degli adulti, un altro da sé inevitabilmente giudicato con sospetto e pregiudizio, recinto di filo spinato di regole e modelli di comportamento cui manca l’essenziale, una sincera disponibilità all’ascolto, alla comprensione e al perdono, e che per questa ragione non può che scatenare ribellioni, suscitare disprezzo, alimentare tragiche solitudini: “Vorrei ficcarti un po’ di buonsenso in quella testa, figliolo. Sto cercando di aiutarti. Sto cercando di aiutarti, se mi riesce. Ed era proprio vero, tra l’altro. Si vedeva. Solo che ci trovavamo proprio ai due poli opposti, ecco tutto. – Questo lo so, professore, – dissi – Grazie infinite. Dico sul serio. Gliene sono veramente grato. Davvero. – Poi mi alzai dal letto. Ragazzi, non sarei potuto restar seduto su quel letto per altri dieci minuti nemmeno per salvare la pelle”. Romanzo multiforme (di formazione, d’avventura, ma anche ritratto di vita, diario, confessione, manifesto), Il giovane Holden di J.D. Salinger, pubblicato per la prima volta nel 1951, è un’opera assai difficile da affrontare, non tanto per i suoi innumerevoli meriti letterari (parte dei quali ho elencato sopra), quanto piuttosto per l’immenso successo che ha avuto e per l’influenza che ha esercitato. Il giovane Holden Caulfield, protagonista del romanzo, e il suo creatore toccano corde che riguardano tutti; parlano la lingua universale dei sentimenti, delle paure, delle aspettative e del timore del futuro, dei sogni accarezzati e infranti. La sincerità d’accenti di questo sedicenne che pur senza quasi essersi affacciato alla vita riesce a raccontarla come se già la conoscesse, si fa specchio delle nostre ansie e dei nostri entusiasmi, ci permette di riconoscere come nostri i suoi spazi, quelli familiari, amati e odiati, e quelli personali, dove a scalpitare è solo la libertà, il diritto di desiderarla e l’ansia di esercitarla. “Restai nella stanza da bagno per circa un’ora, prendendo il bagno e via discorrendo. Poi tornai a letto. Mi ci volle del bello e del buono per addormentarmi – non ero nemmeno stanco – ma alla fine mi addormentai. In realtà, però, avevo voglia di suicidarmi. Mi sarei buttato dalla finestra. Probabilmente l’avrei anche fatto, se fossi stato sicuro che qualcuno mi avrebbe coperto appena toccavo terra. Non mi andava che un mucchio di ficcanaso stessero lì a guardarmi tutto sporco di sangue”.     

Naufrago, diverso (in più di un’occasione dice di sé di essere matto, completamente matto), sconfitto, Holden Caulfield, a differenza di quel che ci si aspetterebbe, colpisce per la sua affinità con noi, non per l’alterità che di continuo si sforza di sottolineare. Studente mediocre eppure così perspicace nei confronti della bellezza da riuscire a dar forma compiuta all’emozione che si prova dinanzi alla parola scritta quando si fa espressione di quel che proviamo, immaginiamo o pensiamo, adolescente inesperto e acerbo e tuttavia così assetato e affamato d’esistenza e d’amore da accettare di mettere in gioco tutto se stesso per non ritrovarsi, un giorno, carico di rimpianti, a piangere su quel che sarebbe potuto essere, questo giovane è quel che ognuno di noi, magari soltanto per un attimo, è stato, o ha voluto essere. E che non è più stato capace di dimenticare.  

Eccovi l’incipit. La traduzione (splendida), per Einaudi, è di Adriana Motti. Buona lettura.
Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio d’infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto. Sono tremendamente suscettibili su queste cose, soprattutto mio padre. Carini e tutto quanto – chi lo nega – ma anche maledettamente suscettibili. 

Nell’amore, nel dolore, nella vita

 

Alice Munro, Nemico, amico amante... Einaudi
Alice Munro, Nemico, amico amante… Einaudi

La scrittura naturalmente fluida; la bellezza semplice e quasi disadorna di parole che sembrano attraversare tutto ciò di cui raccontano, coglierne l’esatto senso e offrirlo in dono al lettore; le atmosfere sospese, abbracciate nell’attimo in cui le cose, le grandi come le piccole, stanno per verificarsi; la vita, inafferrabile ma non per questo sfuggente, materia narrativa capace di rinnovarsi ogni giorno e per questa ragione colta con entusiasmo rispettoso, con una partecipazione intensa e nello stesso tempo pacata, con un’attenzione ai dettagli che assume i contorni dolcissimi e commoventi di una dimostrazione d’amore. Nelle sue pagine, Alice Munro dispensa tesori; la voce che si leva dai racconti, tenue e stentorea insieme, è impossibile da dimenticare; i suoi eroi, forti di un’umanissima fragilità, sembrano dar corpo ai nostri pensieri, ricetto alle nostre emozioni e in qualche modo ci prendono per mano e ci conducono in quel regno della possibilità che, semplicemente vivendo e scegliendo, abbiamo solo sfiorato, a volte consumandoci nel rimpianto a volte dimenticando, lasciando che il mondo si disfacesse alle nostre spalle come un disegno su un marciapiede. L’autrice canadese, premio Nobel per la Letteratura 2013, esprime l’essenziale, quel che ha davvero importanza, scivolando con noncuranza lungo le linee del tempo (che non è altro se non la misura dell’esistere di ciascuno di noi), omaggiando la bellezza rigogliosa o triste della natura, incespicando, senza paura di cadere, nei pensieri e nei sogni, nelle fantasie e negli sforzi che compiamo per renderle reali, nelle illusioni e nella fatica che facciamo per liberarci dalla loro schiavitù. Nei nove racconti che compongono Nemico, amico,amante…, una delle sue raccolte più note (e a mio parere anche una delle più riuscite), Alice Munro parla d’amore e dolore, del fardello dei ricordo che si fa superfluo all’irrompere della malattia, di un nuovo inizio che si spalanca proprio quando tutto sembra far pensare che sia invece arrivata la fine (è il tema del più intenso dei racconti, The Bear Came Over the Mountains, cui è ispirato il meraviglioso film Away from Her – Lontano da lei, diretto da Sarah Polley e interpretato da una scintillante Julie Christie), della solitudine, condizione da cui è impossibile fuggire, e dei suoi approssimativi rimedi, della fedeltà a quel che siamo, nel bene e nel male, e del dovere, che forse è solo espressione di un crudo istinto di sopravvivenza, di andare avanti quando appare impossibile farlo.

Una riflessione ancora sui personaggi di questi racconti, in principio gettati nel bel mezzo di eventi come marionette, privi di identità, di un passato, di una qualsivoglia riconoscibilità (come la Johanna Parry del primo racconto, che dà il titolo al volume) e d’improvviso presenti in tutta la loro complessità, disegnati attraverso la memoria o per mezzo di qualche evento significativo, o ancora definiti da una decisione presa, dall’attimo in cui tutto cambia per sempre. Grava, sulle spalle di questi individui, il peso del mondo; le loro passioni sono uniche, indicibile la loro sofferenza, appassionato il fervore con il quale affrontano ogni giorno, ma nonostante ciò appartengono, come noi, a una normalità che tutti conosciamo ma che soltanto pochissimi sarebbero in grado di descrivere, di chiamare per nome. È l’incapacità a sottrarsi alla vita a caratterizzarli, la forza dei loro sentimenti a dominarli; non conta conoscere, sembra dirci per loro tramite Alice Munro, conta non indietreggiare, conta accettare. Dunque andare incontro a un amore dai contorni talmente sfumati e incerti da far credere che sia un miraggio, come fa Johanna Parry, o lasciarsi baciare da un giovane sconosciuto su un malfermo ponte di tronchi proprio il giorno in cui si scopre che il tumore che ci sta uccidendo forse è in regressione, o confessare alla donna che in circostanze diverse avremmo potuto amare di aver ucciso, per errore, investendolo con l’auto, il proprio figlio di tre anni, ultimo nato di una nidiata di tre bambini, o farsi sedurre da uno sconosciuto e poi cullare il ricordo di quel che è stato nella quotidianità di una vita coniugale imperfetta e felice, o ancora intrecciare una relazione affinché la propria moglie, malata e ricoverata, possa amare un compagno d’ospedale. Ed esserne riamata.

Eccovi l’incipit del primo racconto. La traduzione, per Einaudi, è di Susanna Basso. Buona lettura.
Anni fa, prima che tanti treni su linee secondarie venissero soppressi, una donna dalla fronte alta e lentigginosa e una matassa crespa di capelli rossi, si presentò in stazione per informarsi riguardo alla spedizione di certi mobili. L’impiegato faceva sempre un po’ lo spiritoso con le donne, specie con quelle bruttine, che sembravano apprezzare. 
– Mobili? – disse, come se nessuno avesse mai avuto prima un’idea simile. – Dunque, vediamo, di che genere di mobili stiamo parlando? 
Un tavolo da pranzo con sei sedie. Una camera da letto completa, un divano, un tavolo basso, alcuni tavolini, una lampada a stelo. E anche una cristalliera e una credenza. 
– Accidenti. Una casa intera.
– Non direi proprio, – ribatté lei. – Mancano le cose di cucina e ci sono mobili per una sola camera da letto. 
Aveva tutti i denti ammucchiati davanti, come se fossero pronti a litigare

Una madre e una figlia nel racconto della vita

Un sottile gioco di rimandi, di ricordi, di emozioni; la gioia, talmente intensa da essere quasi impossibile da esprimere e che diviene sete d’assoluto, desiderio di rendere eterno ogni istante di vita, e accanto a essa il baratro infinito del dolore, il tormento che artiglia carne e mente, che come un odioso parassita mette radici nell’anima nutrendosi di pensieri, ossessioni, rimorsi e gonfiandosi, crescendo a dismisura. Non è semplicemente l’universo dei sentimenti quel che Francesca Sanvitale, nel suo bellissimo romanzo Madre e figlia, presenta al lettore, né un’analisi del loro generarsi, delle circostanze in cui si sviluppano, crescono, maturano e (spesso) deflagrano, e neppure un dramma familiare. In questo lavoro, infatti, forma e sostanza si fondono, ed è attraverso la perfezione stilistica della sua scrittura, nel quieto splendore del procedere narrativo, nel sapiente (e mai meccanico) alternarsi di differenti punti di vista descrittivi, nelle scelte linguistiche, che miracolosamente sembrano nascere da quel che raccontano, prendere vita dai fatti, e non confinare (pur con tutta la ricercatezza, la puntualità, la capacità di conquistare, affascinare, sedurre e convincere che appartengono alle parole scelte da coloro che scrivono per professione, o almeno dai migliori fra loro) quel che viene espresso in un ben determinato spazio sintattico-semantico, che emergono senso e valore dell’opera. Il labirinto dei legami di famiglia, gli angoli bui nei quali cerca rifugio la vergogna, i vicoli ciechi della rabbia e dell’incomprensione, il vuoto gelido, disumano, di stanze abbandonate da tempo, tradite dalle persone prima che dall’inevitabile scorrere del tempo, la commozione inarrestabile, piena, scatenata da un abbraccio, da uno sguardo, da una confessione sussurrata, tutto questo, e cioè l’irripetibile dipanarsi del sottilissimo filo della vita, gli intrecci esaltanti dell’amore, declinato nelle sue diverse forme – la riverente gratitudine di un figlio nei confronti dei genitori e il loro oblio di sé, il loro annullarsi nella creatura generata; poi il furioso irrompere del cuore, delle sue “ragioni” incapaci di saggezza e moderazione che tutto travolgono nel proprio cammino senza curarsi di ciò che sarà, di quel che oggi si fatica persino a immaginare e che domani sarà realtà, una realtà impossibile da ignorare – gli abissi della paura. E con la vita (e in essa) il quadro “esteriore” delle condizioni materiali, gli agi e la ricchezza, i rovesci della fortuna, l’umiliazione dell’indigenza, della miseria, il desiderio di riscatto. 

Francesca Sanvitale segue le due protagoniste del suo romanzo, Marianna, la madre, e Sonia, la figlia, nei rispettivi, tormentati percorsi esistenziali: grazie alla sua grande sensibilità (di donna prima ancora che d’autrice) racconta come se ascoltasse, si mette al servizio della storia invece di farne l’oggetto del suo scrivere, e così facendo riesce a illuminarne ogni angolo: permette al talento di esprimersi liberamente nella sbalorditiva ricchezza delle descrizioni d’ambiente, ma lo trattiene nei punti nevralgici del suo libro, nei momenti più significativi, quando al centro dell’attenzione c’è la verità dei sentimenti: la preziosa serenità dell’infanzia di Marianna, unica femmina in una famiglia di sette maschi, l’amore assoluto del padre, la tragedia della sua perdita, e ancora la giovinezza sventata, l’amore, ricambiato, per un uomo già impegnato in un’altra relazione e il suo tragico naufragio. E da lì, progressivamente, la rovina. E poi la vita di Sonia, che sembra segnata da una maledizione ed è come se fosse lo specchio deformato di quella della madre; una vita dura, sopportata più accolta, imposta come un sacrificio invece che offerta come un dono, e soprattutto segnata dalla più terribile delle assenze, quella del padre, la figura più importante per Marianna. 

Madre e figlia è uno di quei rari capolavori della letteratura che, nel loro raccontare, riescono a prescindere quasi totalmente dalla trama, dalla circostanza degli avvenimenti; è un libro intensissimo, autentico, un’alchimia narrativa che dà espressione compiuta a quel che il più delle volte resta ai confini dell’esprimibile: lesistere.

 Eccovi l’inizio. Buona lettura. 

 Non so perché come luogo fermo del cuore ho inventato questo portone aperto, le colonne laterali corinzie nere dai secoli, l’arco barocco, la bassa cancellata interna. Nell’arco ho dipinto in grigio vasi e piante. Mia madre è luminosa in questa penombra. Cammina nel fondo dell’androne verso la strada, supera l’arco, si ferma, torna minuscola nel cortile, viene avanti. Ogni uscita è un segno, la parte di un monologo che mi dispiace far conoscere, e via via che scrivo proprio a mia madre che viene avanti chiedo scusa; ma non è lei che si vuole difendere, infatti si ferma sorpresa e non capisce la mia preoccupazione; sono io, come ho sempre fatto, che la difendo. In questo momento la difendo dalla folla asserragliata al di là della strada, che l’aspetta con i bastoni alzati, le vanghe, i coltelli e che le vuole dimostrare dileggio e disprezzo. Solo le mie spalle e le mie braccia aperte li trattengono dal fare giustizia della sua superficialità e della passata ricchezza, dal rovesciarsi dentro al portone, devastare il palazzo, travolgerla e schiacciarla, impedirle di essere se stessa e la mia gioia segreta quando l’immagino a Vienna che balla nel salone degli specchi il valzer di Lehar. Esce vestita di pizzo. Le scarpe di capretto chiaro dai tacchi aguzzi chiudono con una fibbia il piede magro. La bella gamba snella pare una réclame, il feltro marron copre un occhio, la pelliccia di petit gris stringe le ginocchia. È in lutto, vestita da povera, l’orlo della sottana penzola. La pelliccia finta che le ho comperato schiaccia le spalle gracili perché, vecchia, è diventata assai piccola. Ritorna nel vestito di raso albicocca, appoggia indietro le spalle nude lisce e snelle, la collana di perle scende fino alla vita. Sotto il golfino da vecchia la cicatrice bianca attraversa il busto al posto della mammella. La ferita è aperta, larga come una fossa, e io guardo dentro mentre le tengo una mano, come in una voragine, e lei fissa i miei occhi mentre pinze a garza frugano sangue e siero.

Thomas Mann, scienziato e filosofo della vita

Thomas Mann, La montagna incantata, Corbaccio
Thomas Mann, La montagna incantata, Corbaccio

Si fonda sul paradosso La montagna incantata di Thomas Mann, uno dei grandi romanzi della storia della letteratura. Un paradosso che sembra avere il proprio centro di gravità nel protagonista del romanzo, il giovane ingegnere Hans Castorp, ma che fin dalle prime pagine si svela nel complessivo disegno dell’opera. Guardando all’uomo nella sua unità di corpo e spirito, Mann compie una scelta ardita: racchiude nel particolarissimo microcosmo di un sanatorio per tubercolotici l’intera esperienza di vita di un singolo. Parte dalla scoperta della malattia, dalla concretezza, a volte spietata, della scienza medica – Castorp, che al sanatorio va a trovare un cugino malato, e che ha in programma di fermarsi lì per tre settimane soltanto, accusa sintomi sospetti, viene sottoposto a una visita e quasi senza rendersene conto si ritrova degente – e immediatamente dopo si sofferma ad analizzare il contraccolpo psicologico di questo improvviso e drammatico cambiamento – le certezze del giovane, la sua esuberanza, la solida educazione borghese, il futuro già in parte pianificato, ogni cosa, nel suo orizzonte fino a quel momento così limpido, sembra farsi indistinta.

Eppure c’è un mondo ad attendere Castorp all’interno dell’istituto di cura; gli altri pazienti sono altrettante espressioni delle correnti di pensiero in voga e l’incontro con una donna gli spalanca le porte della passione amorosa (con tutto il corollario emotivo di slanci, entusiasmi, frustrazioni, tentennamenti e gelosie); giorno dopo giorno, insomma, quest’uomo, che si credeva pronto a entrare nella vita, sperimenta un nuovo inizio, un radicale ribaltamento di prospettiva, e riprende daccapo a nutrire il suo spirito. È come se la sua data di nascita coincidesse con l’ingresso in sanatorio, perché è qui che l’anima, dimentica delle impressioni accumulate fino a quel momento, si apre, con quella meraviglia immediata e quasi istintuale che nasce dalla conoscenza, al vitale ottimismo razionalistico dell’umanista italiano Settembrini (uno dei ricoverati con cui Castorp lega di più), lotta contro il fascino oscuro che esercitano su di lui le posizioni di un altro paziente, il gesuita Leo Naphta, che al contrario di Settembrini non nutre alcuna fiducia nell’uomo e non vede nella storia né razionalità né progresso, si lascia conquistare dall’ambigua figura di Mynheer Peepekorn, ricchissimo magnate che sembra interessato, più che a recuperare la propria salute, a organizzare raffinate feste e che fin dal suo arrivo attira l’attenzione della signora Chaucat, la donna che Castorp ama di un amore tanto intenso quanto infelice, destinato a non approdare a nulla.
In questa realtà che pare immobile e che invece consuma gli uomini come e più della vita “vera”, Castorp trascorre sette anni. Diviene un uomo nuovo (o forse diviene uomo per la prima volta) solo per perdere definitivamente tutto quel che ha conquistato nell’immenso teatro di guerra del primo conflitto mondiale.
E Mann, che per oltre 600 pagine ha narrato l’evoluzione del suo protagonista, ne ha seguito da vicino ogni cambiamento, che ha messo a disposizione di questo suo ambizioso “studio della vita” tutto il proprio bagaglio di conoscenze scientifiche e filosofiche, all’enormità dell’evento bellico non dedica che qualche riga. Perché la sua opera, uno dei più alti esempi di romanzo di formazione, comincia e finisce con Castorp e nel luogo in cui si definisce e si compie la sua vita. La morte, rappresentata all’inizio del libro come in abbozzo sotto le spoglie della malattia, scorre silenziosa come un fiume sotterraneo lungo tutto il libro (Castorp può sentirla, perfino vederla, toccarla in alcuni momenti, ma rimanendo sempre a distanza di sicurezza) per poi esplodere in tutta la sua virulenza nella cieca mattanza della guerra. Ma in un caso come nell’altro è solo un contraltare, una presenza che è la vita ad imporre, e La montagna incantata è un romanzo che ha la vita al proprio centro.
Ora la parola a Thomas Mann. Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.
P.S. Suggerisco di acquistare il romanzo edito da Corbaccio, tradotto da Ervino Pocar e arricchito da un’appendice che raccoglie una lezione tenuta dallo stesso Mann agli studenti dell’Università di Princeton; l’argomento della lezione, naturalmente, è La montagna incantata.
Un semplice giovanotto era partito nel colmo dell’estate da Amburgo, sua città natale, per Davos-Platz nel Canton Grigioni. Andava in visita per tre settimane.
Da Amburgo fin lassù però il viaggio è lungo, troppo lungo, a dir il vero, per un soggiorno così breve. Si passa attraverso parecchi paesi, in salita e in discesa, dall’altipiano della Germania meridionale sin giù alle rive del “Mare svevo” e col battello sulle sue onde tramolanti, sopra abissi che un tempo erano considerati inesplorabili.
Di lì il viaggio si fraziona dopo essere progredito comodamente per linee dirette. Si hanno interruzioni ed intoppi. Nei pressi di Rorschach, località in territorio svizzero, ci si affida di nuovo alla ferrovia, ma si arriva soltanto fino a Landquart, una piccola stazione alpina dove si è costretti a cambiare treno. Dopo una sosta piuttosto lunga in quella zona ventosa e poco attraente, si prende una linea a scartamento ridotto, e nel momento in cui la locomotiva, piccola ma, come si vede, dotata d’insolita potenza di trazione, si mette in moto, comincia la parte propriamente avventurosa del viaggio, una salita ripida e costante che pare non debba finire mai. Infatti la stazione di Landquart si trova a un’altezza relativamente modesta; ora, invece, per una via scoscesa tra rocce selvagge, si monta davvero verso l’alta montagna.

Il mestiere di vivere. Secondo Goncarov

 

Ivan Goncarov, Oblomov, Rizzoli
Ivan Goncarov, Oblomov, Rizzoli

Difficile trovare, nell’intera storia della letteratura, un personaggio simile a Oblomov, protagonista dell’omonimo romanzo di Ivan Goncarov. Descritto, proprio all’inizio del libro, come “un uomo di circa trentadue anni, di media statura, di aspetto piacente, con gli occhi di un grigio scuro”, Oblomov non ha particolarità fisiche evidenti; a spiccare, invece, è il suo carattere, il suo modo di vedere il mondo, che Goncarov, con grande acutezza, presenta al lettore immediatamente dopo aver disegnato i tratti del volto della sua creatura. Su di essi, scrive, “non v’era segno di un’idea ben definita, né di una qualunque forma di concentrazione mentale. Il pensiero gli passava sul volto come un libero uccello dell’aria, svolazzava negli occhi, si posava sulle labbra socchiuse, si nascondeva tra le rughe della fronte, per sparire poi completamente, e allora su quel volto splendeva soltanto la tranquilla luce dell’indolenza. Dal volto, l’indolenza si comunicava all’atteggiamento di tutta la persona, e persino alle pieghe della vestaglia”.

L’anima di Oblomov, il suo spirito, in qualche maniera simboleggia quello del popolo russo, schiavo di un fatalismo esasperato e incapace di opporre l’esercizio della propria volontà al meccanico susseguirsi degli avvenimenti, considerato, nel bene come nel male, inarrestabile e non modificabile. Nel narrare lo stallo esistenziale di quest’uomo – cui sembra impossibile non solo fare qualsiasi cosa, ma persino provare dei sentimenti, sopportarne l’intensità, percepita in ogni occasione come un peso – Goncarov fa sfoggio di un talento non comune. Costruisce un dramma, ma senza abbandonare mai un registro leggero, in alcuni momenti quasi comico; disegna con la precisione e la cura di un miniaturista una figura complessa e infinitamente sfaccettata come quella di Oblomov (a ben guardare, è quasi impossibile definirlo in modo univoco, perché è certamente un perdente ma non solo questo; è un vinto, ma anche una creatura cui batte il cuore, seppur per un breve istante; soffre della pigrizia degli sfaccendati ma conosce anche il ben più nobile passatempo dell’ozio contemplativo) e popola il suo mondo, che ci si immaginerebbe chiuso e spoglio, di personaggi vivi, dotati di una loro ben precisa personalità.
E di ognuno di essi, che sempre per inclinazione si oppongono a Oblomov, l’acuminata penna di questo raffinatissimo autore si sofferma a tratteggiare debolezze e vizi, facendone ancora una volta archetipi tanto dell’uomo russo quanto dell’uomo in generale; così, Volkòv spreca la propria straripante vitalità in frivolezze, Tarantiev (compaesano di Oblomov) soffoca nel suo stesso rancore e si consuma nell’odio e nella sterile e meschina invidia del prossimo, mentre il domestico Zachàr non è altro che un codardo imbroglione.
A salvarsi sono soltanto Stolz, amico di vecchia data del protagonista che non ha mai dimenticato, a differenza del suo compagno, l’amore per le idee e per gli uomini che le concepiscono, e più ancora le figure femminili: Olga, che Oblomov ha paura d’amare e che per questa ragione finisce per perdere, e Agafia Matvéievna, umile popolana a un tempo operosa e rassegnata ma capace di offrire a una persona che più di tutto teme la vita, l’arrendersi degli occhi alla luce del giorno, un rifugio dove attendere la vecchiaia e infine la sospirata morte.
Oblomov ha la profondità di contenuto e la ricchezza stilistica di un classico; è un romanzo senza tempo, splendido e commovente. È un’opera piena, lieve e saggia, e ha il pregio unico di raccontare (ma forse bisognerebbe dire svelare), in forma quasi di favola, quel che alberga in ognuno di noi: un sottile, strisciante terrore di vivere.
Ora lascio la parola a Goncarov; prima una breve storia di Oblomov, poi la descrizione di Zachàr. Buona lettura.
Oblomov, nobile quanto alla nascita, segretario di collegio quanto al grado, viveva ormai ininterrottamente da dodici anni a Pietroburgo. Dapprima, quando i genitori erano ancora in vita, egli era vissuto modestamente in due stanze, contentandosi solo del servitore Zachàr, che aveva portato con sé dalla campagna; ma alla morte del padre e della madre, era rimasto proprietario di trecentocinquanta anime, ereditate in uno dei governatorati più lontani, quasi ai confini dell’Asia. Anziché cinque, riscuoteva ora da sette a diecimila rubli di rendita, sicché la sua vita aveva assunto un diverso, più largo tenore. Preso in affitto un appartamento più grande, alla sua servitù aggiunse un cuoco e tenne un paio di cavalli.
Zachàr aveva superato i cinquant’anni. Non era già più un diretto discendente di quei Caleb russi, cavalieri senza macchia e senza paura nel mondo dei servitori, devoti ai loro signori fino al sacrificio di se stessi, i quali si distinguevano perché avevano tutte le qualità e nessun difetto.
Zachàr era un cavaliere con macchia e paura. Apparteneva a due epoche e ne portava su di sé le due impronte diverse. Dall’una aveva ereditato la devozione senza limiti alla casa Oblomov; dall’altra, più tarda, la raffinatezza e la corruzione dei costumi.