L’opprimente assenza dell’uomo, della vita

 

Virginia Woolf, Gita al faro, Garzanti
Virginia Woolf, Gita al faro, Garzanti

Una battuta in discorso diretto introduce la vicenda narrata, ne esprime la forma romanzo e immediatamente dopo si stempera in mille rivoli espressivi, fiumi carsici di flussi di coscienza, di pensieri, emozioni, dubbi; castelli di carta di riflessioni, desideri, paure. E la realtà intorno al mondo interiore dei personaggi – la famiglia in vacanza, la casa, il mare – prende lentamente forma, sfumata come in un sogno, intuitiva come una scenografia in penombra. Gita al faro di Virginia Woolf, pubblicato nel 1927, è un’opera complessa, dal fascino ambiguo, che pur scandita, nel suo farsi, dall’inesorabile scorrere del tempo, sembra sospesa in una sorta di irreale eternità. Il quadro dipinto dalla scrittrice inglese si offre al lettore quasi fosse un’illusione ottica; i riferimenti all’ambiente (a partire dal faro, meta agognata dal più piccolo della famiglia Ramsay, padre, madre e otto figli), essenziali al romanzo, trascolorano nelle anime dei caratteri e lì prendono forma. Così, la casa di villeggiatura non è che l’insieme delle prospettive da cui viene osservata, e la sua architettura complessiva nient’altro che quella, faticosa e balbettante, che compare sulla tela della pittrice dilettante Lily Briscoe, un’amica dei Ramsay; mentre la cristallizzazione dell’azione, dilatata per tutta la prima parte dell’opera, con la gita promessa resa impossibile dal maltempo, si rovescia nel suo opposto nella parte centrale, significativamente intitolata “Passa il tempo”, che indugia sugli anni trascorsi da quella prima vacanza ormai lontana e sui tragici segni che hanno lasciato (su tutti la catastrofe del primo conflitto mondiale e la scomparsa della moglie del signor Ramsay). Qui la prosa della Woolf è di vertiginosa bellezza, evocativa e magica nella descrizione dell’opprimente respiro dell’assenza dell’uomo, della vita: “Nella casa deserta, con gli usci chiusi a chiave e le materasse arrotolate, quegli aliti dispersi, avanguardie di grandi eserciti, irruppero dentro, sfregarono gli assiti spogli, rosicchiarono, spazzarono, non incontrando, nelle camere o nei salotti, altra resistenza se non quella delle tappezzerie lacere, degli assiti screpolati, delle nude gambe dei tavolini, delle casseruole e delle porcellane polverose, appannate, incrinate. Soltanto gl’indumenti lasciati qua e là – un paio di scarpe, un berretto da cacciatore, qualche sottana e qualche giacca appesa negli armadi – serbavano impronte umane, testimoniavano che le vuote stanze avevano già ospitato dei viventi e visto mani alle prese con ganci e bottoni; che lo specchio aveva già contenuto un volto, anzi un mondo cavo in cui si volgeva una persona, balenava una mano, s’apriva una porta, si vedevano bambini balzar dentro a ruzzare e poi uscir fuori”.

Lo spezzarsi, l’infrangersi dell’esistere, la sua completa dissoluzione, che appare prossima, raccontate con accenti vividi, cupi e nello stesso tempo con una scrittura cauta, di studiata lentezza, che accarezza ogni particolare, si sofferma meditabonda a ogni passo, come se il segreto (delle cose e delle persone) potesse essere svelato soltanto da uno sguardo attento, dalla cura paziente del dettaglio, ritrova una propria unità (inevitabilmente imperfetta) nella parte conclusiva del romanzo, quando la gita, il cui sogno ormai è poco più di uno sbiadito ricordo, si compie. E anche se coloro che vi partecipano, il signor Ramsay ormai vecchio, il figlio Giacomo e la figlia Camilla, somigliano a naufraghi, a sopravvissuti, a stanchi testimoni di un’età perduta per sempre, il desiderio che si realizza contribuisce comunque a riunire destini separati. Tra le onde, nella precarietà della barca che avanza non senza difficoltà, Giacomo e il padre per un momento sembrano trovare una comunione inseguita per anni, mentre Lily Briscoe, sulla spiaggia, lo sguardo fisso all’orizzonte, conclude il suo quadro, lavoro prezioso destinato, come lei, come tutti, all’oblio, “con tutti i suoi verdi e i suoi turchini, col suo intreccio di righe, con la sua ambizione d’esser qualcosa”.
Gita al faro è una sfida, un romanzo bellissimo e timido, che nasconde i suoi tesori tra le pieghe di uno stile nobile, indifferente, che non concede scorciatoie ma si rivela irresistibile, come un canto di sirena.
Eccovi l’incipit (traduzione, per Garzanti, è di Giulia Celenza). Buona lettura.
 «Sì, di certo, se domani farà bel tempo,» disse la signora Ramsay. «Ma bisognerà che ti levi al canto del gallo,» soggiunse.

Queste parole procurarono al suo bambino una gioia immensa, come se la gita dovesse effettuarsi senz’altro, come se il prodigio che a lui sembrava d’aver atteso per anni ed anni, fosse ormai, alla distanza d’una notte nel buio e d’una giornata sul mare, quasi a portata di mano. Giacomo Ramsay, all’età di sei anni, apparteneva di già a quella vasta categoria di gente che non può tener distinte le proprie emozioni, ma lascia che i lieti o mesti presagi del futuro annebbino quanto va realmente accadendo; e poiché per codesta gente, sin dalla prima fanciullezza, qualunque oscillazione nella ruota della sensibilità ha il potere di cristallizzare e fissare il momento in cui un’impressione diffonde ombra o splendore, il bambino, mentre sedeva in terra intento a ritagliar figurine da un catalogo illustrato dei Magazzini dell’Unione Militare, udendo le parole di sua madre, conferì alla figura d’un frigorifero incanti celestiali: e ne raggiò di gaiezza. Il carretto, la falciatrice, lo stormire degli olmi, il biancheggiar del fogliame avanti la pioggia, il gracchiar delle cornacchie, il tonfo d’una scopa nel muro, un fruscio di vesti: si coloravano, si definivano nella sua mente al punto di formare per lui un codice personale, un linguaggio segreto.

Pubblicato da

ilconsigliereletterario

Non c'è molto da dire, in realtà, se non che sopra ogni altra cosa amo leggere e scrivere. Ben più di quel che potrei dire di me lo dicono (peraltro decisamente meglio) i libri che ho letto, e di cui parlo nel blog. E qualche altra cosa la aggiungono i libri che ho scritto, "Quella solitudine immensa d'amarti solo io", pubblicato da Priamo e Meligrana Editore nel gennaio del 2013 (nel caso vi interessasse, lo trovate in tutti gli store, da Feltrinelli.it a Sanpaolostore.it). Da ottobre 2013 il libro è stato pubblicato anche in versione cartacea e di recente ne è stata fatta la prima ristampa; lo trovate in libreria, oppure potete ordinarlo su Amazon, Ibs o sul sito dell'editore: www.meligranaeditore.com; e "La logica del mammifero (storia di una madre)", uscito il 2 dicembre 2016, pubblicato da Prospero Editore (www.prosperoeditore.com; se lo desiderate, potete anche ordinarlo sul sito). Oltre a questi romanzi ne ho scritti altri due, ancora in attesa di trovare una casa editrice disposta a scommetterci sopra, questi i titoli: "Ripaferdine (storie di cortile)", "Trenta denari (una storia d'amore)". Se per caso da queste parti dovesse capitare un editore interessato a dare un'opportunità agli esordienti (almeno per leggerli), lo invito di tutto cuore a farsi sentire. Credo di poter dire che non se ne pentirà.

5 pensieri su “L’opprimente assenza dell’uomo, della vita”

  1. Così non fai altro che incuriosirmi di più e mi sei doppiamente utile per questo.
    Sono venuta a conoscenza di questo libro perché è tra i titoli proposti per un gruppo di lettura a cui mi unirò a breve ed io ho votato per la Woolf ad istinto. L'istinto porta alle scelte migliori. Ora ne ho avuto l'ennesima conferma.

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  2. Ti ringrazio molto. Non posso che invitarti a scoprire Virginia Woolf, ma fai attenzione. I suoi scritti è come se si ritraessero alla curiosità del lettore; Virginia Woolf va scoperta con lentezza, assaporata, oserei dire addirittura corteggiata, ma quando si svela regala tesori di incommensurabile bellezza

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