Come scoiattoli chiusi in una gabbia

 

Nel grottesco, tragicomico orizzonte del teatro di Luigi Pirandello l’uomo è nello stesso tempo protagonista e naufrago, unico polo d’attrazione delle storie raccontate e vittima designata di quelle stesse vicende, che paiono costruite apposta per ritorcersi contro di lui, quasi fossero pronte a consumare una vendetta preparata da tempo. I personaggi del grande autore siciliano, insignito nel 1934 del premio Nobel per la Letteratura, prigionieri di un’esistenza d’ombra, vivono senza appartenere a se stessi, senza riconoscersi, confinati in ruoli che non si sono scelti, ed è proprio nella sovrapposizione artistica del palcoscenico, dove le consapevoli maschere d’attore si fondono con le identità indistinte di protagonista e comprimari del testo, che tutte le contraddizioni esplodono, dando vita a un quadro generale di caos e miseria spogliato di senso, di ogni possibile ordine (a partire da quello etico), e nel quale la sola opzione possibile è quella di un patetico brancolare nelle tenebre. Schiantata da se stessa, l’umanità disegnata da Pirandello si consuma nello sconfinato deserto dell’ignoranza e dell’inconsapevolezza, contentandosi di recitare la propria parte, di somigliare in tutto e per tutto, come scrive Massimo Bontempelli, “a uno scoiattolo che passa la vita a far girare vorticosamente la sua piccola prigione”.
Terribile e ridicolo, minaccioso, incombente eppure buffonesco, maligno e liberatorio come una risata, questo teatro degli equivoci e dell’assurdo, questa esplosione di follia che rovescia il mondo a testa in giù è in realtà – ed è ancora Bontempelli a spiegarlo con chiarezza assoluta e impressionante incisività – “il tragico e altissimo documento e monumento della fatalità che parve, all’aprirsi del tempo nuovo, ruinare l’umana civiltà e tutte le sue conquiste di venticinque secoli […]. La vita delle persone pirandelliane è grottesca e terribile: sono esse le vittime, non più come in Sofocle, della crudeltà d’Olimpo che le saetta dalle nubi; non più, come in Shakespeare, della indomabilità delle loro stesse passioni; non più, come in Ibsen, d’una legge morale ch’essi non sanno considerare se non come convenzione sociale: sono le vittime della torbida e lucida persuasione d’un immane nulla tutt’intorno all’uomo, centro e insieme circolo estremo d’un universo di raggio infinito, vittime della sostituzione di un ‘così è se vi pare’ all’apprendimento e all’accettazione vitale d’una costruzione di leggi”.
Paradigma dello spaesamento pirandelliano è il menagramo Rosario Chiàrcaro, protagonista dell’agrodolce atto unico La patente. Chiàrcaro, vittima della superstizione popolare, ha fama di essere un infallibile “jettatore”, una persona al cui fianco cammina la sfortuna e che è sufficiente incontrare per strada per ritrovarsi con qualche guaio tra capo e collo. Condannato da questa sua discutibile fama, Chiàrcaro è costretto a subire e sopportare le reazioni della gente al suo passaggio, a vederli girare i tacchi d’improvviso, toccare ferro, fare gli scongiuri, segnarsi, insomma, tentare in ogni modo di evitare che la malasorte li colpisca, finché, esasperato, non decide di denunciare per diffamazione il figlio del sindaco del paese e un assessore, colpevoli proprio di aver inequivocabilmente dimostrato al povero Chiàrcaro il loro irrazionale terrore. Del caso si occupa il severo giudice istruttore D’Andrea, persuaso che jella e jettatori siano solo un prodotto dell’ignoranza e deciso a rendere giustizia al malcapitato querelante, ed è qui che il normale andamento delle cose precipita nel suo opposto e la verità muta in menzogna, perché Chiàrcaro, di fronte a uno sbigottito magistrato, dichiara di essere proprio un uccello del malaugurio e pretende dal rappresentante della legge una patente che certifichi la sua condizione. Preso in giro da tutti, pubblicamente umiliato, senza più un lavoro, l’uomo vuole essere esattamente quel che gli altri credono sia, qualcuno da temere, da cui stare lontani, uno “jettatore patentato” cui pagare un obolo per evitare di essere colpiti dal suo potere malefico. Così, in un gustosissimo confronto tra ragione e ossessione, con Chiàrcaro che si presenta dinanzi al giudice vestito da perfetto menagramo, quasi fosse una celebre maschera della tradizione, un Arlecchino, un Pulcinella – “Rosario Chiàrcaro”, scrive con impareggiabile maestria lautore, s’è combinata una faccia da jettatore che è una meraviglia a vedersi. S’è lasciato crescere su le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliosa; s’è insellato sul naso un paio di grossi occhiali cerchiati d’osso che gli danno l’aspetto d’un barbagianni; ha poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli sgonfia da tutte le parti, e tiene una canna d’India in mano col manico di corno. Entra a passo di marcia funebre, battendo a terra la canna a ogni passo, e si para davanti al giudice” – la tragica farsa si snoda fino all’impagabile finale (che non svelo), che certifica, nel ghignante trionfo del disordine irrazionale, l’irrimediabile solitudine esistenziale dei fragilissimi eroi di Pirandello.
Eccovi l’incipit della commedia, un piccolo, entusiasmante gioiello di stile e di mefistofelica perfidia che si divora d’un fiato. Buona lettura.
Stanza del giudice istruttore D’Andrea. Grande scaffale che prende quasi tutta la parte di fondo, pieno di scatole verdi a casellario, che si suppongono zeppe d’incartamenti. Scrivania, sovraccarica di fascicoli, a destra, in fondo; e, accanto, addossato alla parete di destra, un altro palchetto. Un seggiolone di cuoio per il Giudice, davanti la scrivania. Altre seggiole antiche. Lo stanzone è squallido. La comune è nella parete di destra. A sinistra, un’ampia finestra, alta, con vetrata antica, scompartita. Davanti alla finestra, come un quadricello alto, che regge una grande gabbia. Lateralmente a sinistra, un usciolino nascosto.
Il giudice D’Andrea entra per la comune col cappello in capo e il soprabito. Reca in mano una gabbiola poco più grossa d’un pugno. Va davanti alla gabbia grande sul quadricello, ne apre lo sportello, poi apre lo sportellino della gabbiola e fa passare da questa nella gabbia grande un cardellino. 

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ilconsigliereletterario

Non c'è molto da dire, in realtà, se non che sopra ogni altra cosa amo leggere e scrivere. Ben più di quel che potrei dire di me lo dicono (peraltro decisamente meglio) i libri che ho letto, e di cui parlo nel blog. E qualche altra cosa la aggiungono i libri che ho scritto, "Quella solitudine immensa d'amarti solo io", pubblicato da Priamo e Meligrana Editore nel gennaio del 2013 (nel caso vi interessasse, lo trovate in tutti gli store, da Feltrinelli.it a Sanpaolostore.it). Da ottobre 2013 il libro è stato pubblicato anche in versione cartacea e di recente ne è stata fatta la prima ristampa; lo trovate in libreria, oppure potete ordinarlo su Amazon, Ibs o sul sito dell'editore: www.meligranaeditore.com; e "La logica del mammifero (storia di una madre)", uscito il 2 dicembre 2016, pubblicato da Prospero Editore (www.prosperoeditore.com; se lo desiderate, potete anche ordinarlo sul sito). Oltre a questi romanzi ne ho scritti altri due, ancora in attesa di trovare una casa editrice disposta a scommetterci sopra, questi i titoli: "Ripaferdine (storie di cortile)", "Trenta denari (una storia d'amore)". Se per caso da queste parti dovesse capitare un editore interessato a dare un'opportunità agli esordienti (almeno per leggerli), lo invito di tutto cuore a farsi sentire. Credo di poter dire che non se ne pentirà.

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