Prima che amore, Dio è libertà

Baruch Spinoza, Tractatus theologico-politicus, Einaudi
Baruch Spinoza, Tractatus Theologico-Politicus, Einaudi

“Chiunque sia vissuto tra gli uomini […] non può non aver osservato che la maggior parte di loro, nelle circostanze favorevoli, ancorché ignorantissimi, sono così tronfi di sapienza da ritenersi offesi se qualcuno voglia dar loro consigli; mentre nelle avversità non sanno da che parte voltarsi e implorano consiglio al primo che capita, e non c’è consiglio così insulso, così assurdo o inutile ch’essi non seguano; poi, anche per i motivi più insignificanti, tornare a sperare il meglio e, di nuovo, a temere il peggio […]. Così stando le cose, vediamo che sono attaccatissimi a ogni sorta di superstizione soprattutto coloro che desiderano smoderatamente i beni incerti, e che tutti, specialmente quando si trovano in pericolo e non sono in grado di soccorrere se stessi, implorano con preghiere e lacrime da donnicciuola l’aiuto divino, e chiamano cieca la ragione (perché non sa mostrare la via certa per raggiungere le cose che essi desiderano) e vana l’umana sapienza; invece i deliri della loro immaginazione, i loro sogni e le loro puerili sciocchezze li credono responsi divini, anzi, credono che Dio sia avverso ai sapienti e che abbia scritto i suoi decreti non nella mente, ma nei visceri degli animali, o che gli stolti, i folli e gli uccelli li annunzino per effetto dell’ispirazione divina e per istinto”. Siamo nel 1670 e Baruch Spinoza, che a soli 24 anni (nel 1656) era stato espulso, con l’accusa di eresia, dalla comunità ebraico-portoghese di Amsterdam, pubblica in forma anonima il Tractatus Theologico-Politicus, con ogni probabilità una delle più limpide e coraggiose apologie della libertà di pensiero – e insieme una difesa strenua della tolleranza e un appassionato richiamo a un umanesimo filosoficamente compiuto – che la storia del pensiero ricordi. Razionalista rigoroso e conseguente, matematico “della vita dello spirito”, Spinoza pone nel raggiungimento della felicità il proprio obiettivo teoretico; ma la felicità, così come egli la intende, non ha nulla a che vedere con l’idea che di essa ha la maggior parte degli uomini. Non è fortuna, né gioia, né buona salute, ricchezza o bellezza; non è mutevole, è un fine, e come tale è qualcosa di sempre identico a sé, incorruttibile ed eterno. Per questa ragione, il solo modo che ha l’uomo per esser felice è affidarsi a ciò che lo rende quel che è, dunque alla ragione, all’intelletto, alla conoscenza. Essere felici, godere del vero bene, ci dice Spinoza, significa perfezionare la nostra natura, consacrarsi alla conoscenza. E conoscere, spiega, significa conoscere Dio, perché senza Dio nessuna cosa può essere, né essere concepita, e perché ogni cosa, in qualche misura, è espressione della natura di Dio. Un Dio, però, che, proprio come la felicità da lui descritta, non ha nulla del Dio geloso e vendicativo della fede (di qualsivoglia fede), non pretende obbedienza, non genera odio, non alleva soldati.

L’apparente semplicità degli estremi lungo i quali si sviluppa l’architettura teoretica spinoziana (la felicità da una parte, Dio dall’altra), nasconde tanto la complessità del pensiero del filosofo olandese, quanto la vertiginosa modernità della sua prospettiva. Spinoza proclama diritto (e diritto inalienabile, pena la rinuncia alla felicità) la libertà di pensiero, si scaglia contro ogni dogmatismo, deride la superstizione (l’una e l’altra armi potentissime nelle mani di sacerdoti, teologi e spesso anche di filosofi), spoglia di ogni autorità la rivelazione, ridotta a semplice corpus di norme a indirizzo etico, per esaltare la superiore nobiltà della teoria, autonoma nella sua essenza rispetto a qualsiasi genere di credo religioso. Persuaso che l’uomo realizzi pienamente se stesso soltanto nel pensiero, che dell’uomo è l’essenza, egli non teme di dichiarare che l’intelletto non si fonda sulla religione, la quale, dunque, non può vantare alcun primato, né accampare diritti di sorta. I fondamenti del pensiero e della fede sono diversi, per natura e finalità, e mentre il primo procede lungo il luminoso sentiero della ragione, della scienza, della certezza matematica e dell’evidenza dimostrabile, la seconda vive solo grazie al superstizioso rispetto che gli uomini nutrono verso l’autorità, su sedimenti di testimonianze spesso fra loro contraddittorie, quando non apertamente in contrasto le une con le altre, su racconti toccati in un tempo lontano dal fragile crisma di una verità imposta per volontà di parte, e perciò può essere utile solo da un punto di vista morale.

Opera impegnativa, monocorde nello stile di scrittura (interamente sacrificato alla chiarezza e alla sistematicità dell’esposizione) ma ricca e puntuale nell’analisi dei testi sacri e impeccabile nella loro demolizione, il Tractatus Theologico-Politicus merita di essere letto soprattutto da una prospettiva storica. Il suo accorato richiamo alla libertà di pensiero può far sorridere oggi, così come non stupisce più l’equazione che il filosofo stabilisce tra il pieno dispiegarsi di questa libertà e la possibilità stessa di un vivere civile degno di questo nome, ma non va dimenticato che per difendere queste idee, all’epoca rivoluzionarie, Spinoza pagò un prezzo altissimo. Tutti noi gli siamo debitori, e non dovremmo dimenticarlo.

Eccovi l’incipit (la traduzione, per Einaudi, è di Antonio Droetto ed Emilia Giancotti Boscherini). Buona lettura.
Se gli uomini potessero dirigere tutte le loro cose con sagge e certe decisioni, oppure se la fortuna fosse loro sempre favorevole, non sarebbero soggetti ad alcuna superstizione. Ma poiché spesso si trovano in difficoltà tali che non sanno prendere alcuna decisione, e poiché di solito, a causa degli incerti beni della fortuna che essi desiderano smoderatamente, fluttuano miseramente tra la speranza e la paura, il loro animo è quanto mai incline a credere a qualsiasi cosa: quando è preso dal dubbio, esso è facilmente sospinto or qua or là, e tanto più quando esita agitato dalla speranza e dalla paura, mentre nei momenti di fiducia è pieno di vanità e presunzione.

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ilconsigliereletterario

Non c'è molto da dire, in realtà, se non che sopra ogni altra cosa amo leggere e scrivere. Ben più di quel che potrei dire di me lo dicono (peraltro decisamente meglio) i libri che ho letto, e di cui parlo nel blog. E qualche altra cosa la aggiungono i libri che ho scritto, "Quella solitudine immensa d'amarti solo io", pubblicato da Priamo e Meligrana Editore nel gennaio del 2013 (nel caso vi interessasse, lo trovate in tutti gli store, da Feltrinelli.it a Sanpaolostore.it). Da ottobre 2013 il libro è stato pubblicato anche in versione cartacea e di recente ne è stata fatta la prima ristampa; lo trovate in libreria, oppure potete ordinarlo su Amazon, Ibs o sul sito dell'editore: www.meligranaeditore.com; e "La logica del mammifero (storia di una madre)", uscito il 2 dicembre 2016, pubblicato da Prospero Editore (www.prosperoeditore.com; se lo desiderate, potete anche ordinarlo sul sito). Oltre a questi romanzi ne ho scritti altri due, ancora in attesa di trovare una casa editrice disposta a scommetterci sopra, questi i titoli: "Ripaferdine (storie di cortile)", "Trenta denari (una storia d'amore)". Se per caso da queste parti dovesse capitare un editore interessato a dare un'opportunità agli esordienti (almeno per leggerli), lo invito di tutto cuore a farsi sentire. Credo di poter dire che non se ne pentirà.

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