Finché morte non vi separi

Recensione di “Non si uccidono così anche i cavalli?” di Horace McCoy

Horace McCoy, Non si uccidono così anche i cavalli?, Terre di Mezzo Editore

Un imputato, un giudice e una sentenza sul punto di essere pronunciata. E una condanna prossima a essere eseguita. Una condanna per omicidio. Una condanna per un assassinio a sangue freddo che tuttavia potrebbe non essere stato altro che un atto di pietà, una disperata richiesta di aiuto finalmente compresa, raccolta e accolta, soddisfatta. Una sentenza, pronunciata nel pieno rispetto di tutte le leggi vigenti, le umane come le divine, e tra il principio e la fine di essa, tra il principio e la fine di tutto, il ricordo di come le cose si sono svolte, di quel che è accaduto. Si snoda con un lungo flashback, all’interno del quale il legame con il presente è sfumato, fragile, quasi che il qui e ora non avesse importanza né significato alcuno, lo splendido, intensissimo romanzo di Horace McCoy Non si uccidono così anche i cavalli?; un flashback che ha allo stesso tempo il disordine del flusso di coscienza e la precisione della testimonianza, la parzialità del resoconto e l’onestà piena, commossa e pura della confessione. Nel racconto innocente di un giovane, McCoy, senza darlo a vedere, disegna il ritratto sconvolgente di un’America spezzata dalla Grande Depressione, nella quale si sopravvive masticando sogni e dove le dorate porte di Hollywood, in apparenza a portata di mano, non sono che un crudele miraggio. Per riuscire a varcarle, e giocarsi un’opportunità di successo, nessun sacrificio è eccessivo, nessuna fatica impossibile da affrontare; così, ecco fiorire, organizzati da uomini d’affari con pochi scrupoli a “beneficio” di masse di disperati, estenuanti maratone di ballo; ai partecipanti, per tutta la durata dell’esibizione, che nella maggior parte dei casi si protrae per settimane intere, vitto e alloggio vengono assicurati, mentre per chi vince c’è un assegno di mille dollari. E per ognuno, naturalmente, il premio più grande, o meglio la sua promessa, la sua illusione: la possibilità di essere notati, e scelti, da attori, produttori, personaggi famosi, che di tanto fanno la loro comparsa in queste arene colme di luci e colori dove si muore al ritmo imposto da un’orchestra.

“La maratona di ballo si svolgeva nell’area delle attrazioni, sulla spiaggia, in un vecchio e gigantesco edificio che tempo addietro era stato un dancing. Sorgeva su un pontile, e sotto i piedi – sotto il pavimento – l’oceano martellava giorno e notte. Me lo sentivo venir su dai talloni, sensibili come uno stetoscopio […]. Alla maratona si erano iscritte centoquarantaquattro coppie, ma nella prima settimana se n’erano ritirate sessantuno. In base alle regole si doveva ballare per un’ora e cinquanta minuti, poi c’erano dieci minuti di riposo in cui, se volevi, potevi anche dormire. Ma in quei dici minuti c’era anche da farsi la barba, o la doccia, o sistemarsi i piedi o fare qualunque altra cosa necessaria. La prima settimana fu la più dura […]. Scoprii che circa metà dei concorrenti erano professionisti. Lo facevano di mestiere, partecipavano alle maratone di ballo per tutto il Paese, e alcuni si muovevano da città a città con l’autostop. Gli altri erano semplici ragazze e ragazzi che s’erano iscritti proprio come me e Gloria”.

La spietatezza delle regole della maratona di ballo e la falsa atmosfera di festa nella quale si svolge e dove i più cupi drammi personali si consumano in una generale indifferenza; il mondo intero chiuso nell’angusta ellisse di una pista dove è d’obbligo non stare mai fermi, non avere mai tregua, che tuttavia non può cessare, nelle persone che in quella prigione lo rappresentato, di essere se stesso, e di nutrirsi di invidie, gelosie, meschinità e falsità debolmente rischiarate da lampi di bontà e altruismo; l’amore che testardo nasce per poi sfiorire nel silenzio, vinto dal desiderio di annientamento di chi, vivo, non trova nessuna ragione per continuare ad aprire gli occhi al giorno; in questo doloroso stridere di contrasti, che fluisce lungo gli argini di una prosa semplice, che rinuncia alle iperboli e a ogni originalità stilistica per sottolineare l’intollerabilità del dato di fatto, la sua impressionante ingiustizia, il romanzo di Horace McCoy si fa indimenticabile epica della sconfitta.

I suoi caratteri, l’esercito di vinti che la sua penna dapprima egli crea e poi spinge fino alla distruzione sfiancandolo in una danza che è, nei fatti, una condanna alla pena capitale, un disciplinato plotone d’esecuzione pronto a fare fuoco, riverbera nell’amarezza senza speranza di Gloria Beatty, compagna della voce narrante; una donna senza più sogni né speranze, una donna che riserva le sue ultime energie alla maratona e alla fine di quest’ultima battaglia implora la morte, la fine delle sofferenze, la stessa che la carità dell’uomo riserva al proprio animale non più abile al lavoro. “Da piccolo passavo sempre l’estate nella fattoria di mio nonno, in Arkansas. Un giorno me ne stavo vicino all’affumicatoio e guardavo mia nonna preparare il sapone in un grosso bollitore di ferro, quando vidi il nonno attraversare il cortile, tutto agitato. “Nellie s’è rotta una gamba”, disse lui. Io e la nonna imboccammo la scaletta per scendere nell’orto che mio nonno stava dissodando. C’era la vecchia Nellie, a terra, ancora attaccata all’aratro, e si lamentava. Restammo a guardarla, immobili. Il nonno tornò con la pistola che aveva usato in battaglia, a Chickamauga Ridge. “ha messo la zampa in una buca”, disse, battendole una pacca sulla testa. La nonna mi fece voltare dall’altra parte. Cominciai a piangere. Udii uno sparo. Ancora lo sento, lo sparo. Scappai, caddi per terra, mi aggrappai al collo di Nellie. Volevo bene a quel cavallo. Sentii di odiare mio nonno. Mi alzai, gli saltai addosso, lo colpii con i pugni sulle gambe… Più tardi il nonno mi spiegò che anche lui voleva bene a Nellie, ma che aveva dovuto spararle. “È stato un atto di carità”, mi disse, “l’unico possibile. Non era più buona a nulla. Era l’unico modo di liberarla dalle sue sofferenze…”.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Terre di Mezzo Editore, è di Luca Conti. Buona lettura.

L’imputato si alzi… Mi alzai. Per un istante vidi di nuovo Gloria, seduta su quella panchina giù al molo. La pallottola l’aveva appena colpita alla tempia; il sangue non aveva ancora iniziato a fluire. Il bagliore della pistola le illuminava ancora il volto.

Pubblicato da

ilconsigliereletterario

Non c'è molto da dire, in realtà, se non che sopra ogni altra cosa amo leggere e scrivere. Ben più di quel che potrei dire di me lo dicono (peraltro decisamente meglio) i libri che ho letto, e di cui parlo nel blog. E qualche altra cosa la aggiungono i libri che ho scritto, "Quella solitudine immensa d'amarti solo io", pubblicato da Priamo e Meligrana Editore nel gennaio del 2013 (nel caso vi interessasse, lo trovate in tutti gli store, da Feltrinelli.it a Sanpaolostore.it). Da ottobre 2013 il libro è stato pubblicato anche in versione cartacea e di recente ne è stata fatta la prima ristampa; lo trovate in libreria, oppure potete ordinarlo su Amazon, Ibs o sul sito dell'editore: www.meligranaeditore.com; e "La logica del mammifero (storia di una madre)", uscito il 2 dicembre 2016, pubblicato da Prospero Editore (www.prosperoeditore.com; se lo desiderate, potete anche ordinarlo sul sito). Oltre a questi romanzi ne ho scritti altri due, ancora in attesa di trovare una casa editrice disposta a scommetterci sopra, questi i titoli: "Ripaferdine (storie di cortile)", "Trenta denari (una storia d'amore)". Se per caso da queste parti dovesse capitare un editore interessato a dare un'opportunità agli esordienti (almeno per leggerli), lo invito di tutto cuore a farsi sentire. Credo di poter dire che non se ne pentirà.

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