La grammatica dell’odio

Recensione di “La città e i cani” di Mario Vargas Llosa

Mario Vargas Llosa, La città e i cani, Einaudi

L’esuberanza fiammeggiante dell’adolescenza, il sorgere incerto dell’amicizia virile, il tumultuare, spesso ingovernabile, dei sentimenti, e la disciplina imposta del collegio militare, le regole ferree e il desiderio bruciante di trasgredirle, la voglia di rivendicare la propria unicità, di difenderla da tutto e da tutti, dai compagni di camerata come dalla maligna impersonalità di ufficiali e sottufficiali, maschere e tentacoli dell’istituzione, dall’uniforme sovrapporsi delle giornate sempre uguali a se stesse, segnate dai riti collettivi dell’appello, delle lezioni e delle esercitazioni. E su tutto, su ogni respiro, sul rincorrersi degli sguardi, il fiorire dei desideri, l’abbaiare degli insulti e il tramontare improvviso delle speranze, l’ombra nera della violenza e della morte. La città e i cani, romanzo d’esordio di un Mario Vargas Llosa appena ventiseienne, narra, nelle cadenze di un’autobiografia che di continuo cela se stessa invece di mostrarsi, che fugge in un labirinto di scarti temporali, nelle intermittenze nervose di una prosa priva di punti di riferimento, dove a parlare, a raccontare, sono voci sempre diverse, il tragico fallimento di un principio, di un’idea.Educazione, alla verità, alla giustizia, alla lealtà, alla indistruttibile solidarietà che lega tra loro i figli di uno stesso Paese, che proprio nell’esercito, o in ciò che più gli somiglia, si scoprono fratelli; in una parola, educazione alla vita; è questo ciò che si insegna e si trasmette al collegio militare Leoncio Prado di Lima, teatro delle storie che compongono il romanzo, ma nel grigiore malato delle sue aule e delle sue camerate, nei nudi spazi aperti che i cadetti chiamati all’adunata ingolfano di marce, esibizioni e saluti marziali alla bandiera, alla patria, a colonnelli, generali e ministri venuti in visita, nulla di edificante esiste. A saturare ogni angolo di quel complesso, che la città di Lima sembra ospitare suo malgrado, rassegnata alla sua presenza allo stesso modo in cui un corpo stremato lo è al male che lo sta divorando, è invece la sopraffazione, la ferina legge del più forte, che si consuma in riti uguali e contrari a quelli che scandiscono la finzione organizzata della vita militare: il «battesimo» dei nuovi arrivati, dei cadetti più giovani (i «cani»), cui tocca, per mano dei più anziani, ogni sorta di umiliazione – “[…] Poi lo riportarono in una camerata del quarto e rifece un mucchio di letti, e cantò e ballò su un armadio, e imitò un attore cinematografico, e lustrò tutta una fila di scarponi, e pulì una piastrella con la lingua, e fornicò con un cuscino, e bevve orina, ma tutto in una vertigine febbrile e a un tratto si trovò nel suo reparto, steso sul letto, a pensare: ‘Giuro che scapperò. Domani stesso’. In camerata, nessuno parlava” – e poi l’emarginazione forzata dei più deboli all’interno delle camerate, delle squadre.

Ed è qui, su questo livello individuale, specifico, chirurgico di una “grammatica dell’odio” che sembra essere caratteristica propria ed esclusiva dell’uomo, che la scrittura di Llosa si ferma, è qui che il suo romanzo, mostruosa e affascinante pianta carnivora, fiorisce. Qui, nel disegno dei personaggi principali – ognuno a modo suo vinto e vittima e tuttavia, nel mondo chiuso del collegio, nella parte in commedia che tutti sono chiamati a recitare, ben distinto nel trionfo e nella sconfitta – che emergono dalla protettiva indistinzione degli anni di infanzia, dal diradarsi della nebbia degli affetti familiari, dal tramontare, inevitabile e dolorosissimo, della sollecitudine materna, dallo spegnersi del suo calore, in una insopportabile nudità. Una nudità che chi, come il timido e innocuo Ricardo Arana, non è capace di trasformare in altro, in spavalderia, in minaccioso menefreghismo, in scanzonata baldanza, paga diventando il bersaglio di ogni angheria, di ogni presa in giro, al punto da essere conosciuto con il nomignolo di Schiavo, mentre intorno a lui e al suo rifiuto di ribellarsi, si scatena il folle sabba di coloro che non hanno paura: il Giaguaro, capo indiscusso della sua camerata, il suo braccio destro, noto come Boa, il Poeta, la cui bravura con le parole è, agli occhi dei suoi commilitoni, qualcosa che profuma di magia, una sorta di incantesimo. Finché il girotondo di eccessi non raggiunge il culmine, e tutto ciò che fino a quel momento è stato una corrente sotterranea di malvagità non giunge in superficie esigendo, come un dio barbaro e vendicativo, il proprio tributo di sangue. Ecco dunque che nel corso di una manovra militare, di una simulazione di combattimento, un proiettile vagante centra lo Schiavo, i cui tre anni di collegio sono ormai quasi alla fine, strappandolo alla sua giovinezza, a tutto ciò che l’avrebbe atteso una volta varcato per l’ultima volta il cancello del Leoncio Prado, ed ecco lo stesso Leoncio Prado, alle prese con l’abisso della morte, di una morte inspiegabile (o forse fin troppo spiegabile, e per questo davvero terrificante) svegliarsi d’improvviso dal proprio retorico sonno e abbandonarsi, come un esercito in rotta, al comodo asilo etico della più vergognosa logica compromissoria. Mentre, scosso fin dalle fondamenta, ciò che forse un tempo è stato, si prepara a crollare.

Romanzo di straordinaria intensità emotiva, carico nel medesimo tempo di dolore e commozione, La città e i cani è una lettura che consuma e ferisce, è un viaggio senza ritorno nell’orrore, nello splendore, nella vita.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Enrico Cicogna. Buona lettura e buon 2018.

«Quattro», disse il Giaguaro. Al chiarore incerto che il globo di luce diffondeva nel locale, attraverso le poche sfaccettature di vetro non ancora coperte di sudiciume, le espressioni dei visi si rilassarono: il pericolo era passato per tutti, salvo che per Porfirio Cava. I dadi erano immobili, bianchi contro il suolo sporco e segnavano tre e uno.

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ilconsigliereletterario

Non c'è molto da dire, in realtà, se non che sopra ogni altra cosa amo leggere e scrivere. Ben più di quel che potrei dire di me lo dicono (peraltro decisamente meglio) i libri che ho letto, e di cui parlo nel blog. E qualche altra cosa la aggiungono i libri che ho scritto, "Quella solitudine immensa d'amarti solo io", pubblicato da Priamo e Meligrana Editore nel gennaio del 2013 (nel caso vi interessasse, lo trovate in tutti gli store, da Feltrinelli.it a Sanpaolostore.it). Da ottobre 2013 il libro è stato pubblicato anche in versione cartacea e di recente ne è stata fatta la prima ristampa; lo trovate in libreria, oppure potete ordinarlo su Amazon, Ibs o sul sito dell'editore: www.meligranaeditore.com; e "La logica del mammifero (storia di una madre)", uscito il 2 dicembre 2016, pubblicato da Prospero Editore (www.prosperoeditore.com; se lo desiderate, potete anche ordinarlo sul sito). Oltre a questi romanzi ne ho scritti altri due, ancora in attesa di trovare una casa editrice disposta a scommetterci sopra, questi i titoli: "Ripaferdine (storie di cortile)", "Trenta denari (una storia d'amore)". Se per caso da queste parti dovesse capitare un editore interessato a dare un'opportunità agli esordienti (almeno per leggerli), lo invito di tutto cuore a farsi sentire. Credo di poter dire che non se ne pentirà.

3 pensieri su “La grammatica dell’odio”

  1. Già, leggere la recensione fa venir voglia di rileggere il libro. Un romanzo che fin dalle prime pagine scava dentro con la sua intensità e con una violenza emotiva e verbale quasi disturbante, come una barriera che il lettore deve oltrepassare a fatica per calarsi in un inferno squarciato da esplosioni di colore e di pura poesia della vita. In diverse occasioni ne ho fatto dono/l’ho consigliato ad amici e conoscenti; non sempre è stato apprezzato. Sicuramente lascia traccia.

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