La puntualità effimera del vero

Recensione di “L’altra Grace” di Margaret Atwood

23 luglio 1843, un atroce fatto di sangue sconvolge il Canada. Thomas Kinnear, un ricco possidente di origini scozzesi e la sua governante (e amante, all’epoca incinta), Nancy Montgomery, vengono brutalmente assassinati; l’autore, o gli autori di questo duplice assassinio sono lo stalliere James McDermott, irlandese ombroso e collerico e la giovanissima (appena sedicenne) cameriera Grace Marks, anch’essa irlandese, giunta in Canada assieme alla sua famiglia dopo un tragico viaggio in nave nel corso del quale ha perduto l’amata madre ritrovandosi sola con un padre violento e alcolizzato e diversi fratelli e sorelle cui badare. Compiuto il delitto e sottratti denaro, oggetti di valore e vestiti dalla casa, i due fuggono diretto verso gli Stati Uniti, ma il loro viaggio è di breve durata. Non appena giungono in America, infatti, vengono raggiunti e catturati; l’inchiesta stabilisce con relativa facilità la loro colpevolezza e il processo (che curiosamente prende in considerazione il solo delitto Kinnear) si conclude con una duplice condanna alla pena capitale. McDermott viene giustiziato il 21 novembre di quello stesso anno, mentre Grace, sulle cui effettive responsabilità fin dal principio non è stato possibile fare piena chiarezza, difesa con coraggio e perizia dall’avvocato Kenneth MacKenzie, vede la sua pena di morte commutata in ergastolo. Avrà salva la vita, ma non uscirà mai più di prigione. Conoscerà invece, oltre che il rigore del carcere, le sofferenze, le angherie e le umiliazioni del manicomio, nel quale viene rinchiusa per diverso tempo in seguito a una diagnosi, poi rivista e infine definitivamente rigettata, di pazzia. Ma chi è, davvero, Grace Marks? E qual è stato il suo ruolo nella strage? Quella ragazzina dal viso grazioso e innocente non è altro, come sostiene una parte della pubblica opinione morbosamente attratta dal fatto di cronaca e dai suoi protagonisti, che una vittima della ferocia di McDermott, una povera giovane terrorizzata, costretta dalle continue minacce del suo persecutore – che avrebbe potuto ucciderla con la stessa facilità con cui aveva eliminato i suoi odiati datori di lavoro – a obbedirgli, oppure, come ritiene gran parte della gente, nonché alcuni dei medici che hanno avuto “in cura” Grace, è una subdola, glaciale manipolatrice che, utilizzando la propria avvenenza e promettendo ricompense di natura sessuale al fin troppo semplice McDermott lo ha utilizzato come strumento per i suoi orrendi fini? Queste domande (rimaste fino a oggi senza risposta) fanno da sostanza narrativa allo splendido romanzo di Margaret Atwood intitolato L’altra Grace, che prendendo le mosse da una storia realmente accaduta e mescolando ai dati oggettivi reperiti la libertà della creazione letteraria, dà vita a un’altra vicenda (L’altra Grace è di fatto un’altra storia, un possibile diverso svolgimento di ciò che le cronaca ha consegnato alla memoria, o per dir meglio all’oblio collettivo), a un oscuro, inquietante e morboso viaggio nel sottosuolo dei sentimenti, delle passioni, degli amori e delle vendette personali. Ricchissima, evocativa, terrificante, misteriosa e splendidamente crudele, la prosa della scrittrice canadese restituisce intatto l’enigma del duplice omicidio Kinnear frantumandosi in frammenti di specchio. La verità, così ardentemente inseguita, sfugge di continuo, inghiottita nei vicoli ciechi di pensieri che vengono espressi soltanto in parte quando non palesemente contraddetti e traditi dalle parole. La voce stessa della Atwood si moltiplica come un’eco, seducendo e confondendo come un canto di sirena: di capitolo in capitolo essa è quella di Grace, che narra in prima persona di se stessa e delle sue peripezie, poi diviene quella distaccata e oggettiva del narratore, che introduce i personaggi della vicenda soffermandosi su uno in particolare, il dottor Simon Jordan, medico attratto dai misteri della mente, chiamato da un comitato che si batte per dimostrare l’innocenza di Grace affinché parli con lei e provi a farle riportare alla luce della memoria e della coscienza i drammatici eventi del 23 luglio 1843, che Grace sostiene di aver dimenticato e sui quali, nel corso dell’inchiesta prima e del processo dopo, ha fornito tre differenti versioni (tra cui una confessione), e in ultimo cambia nuovamente, disincarnandosi nella effimera puntualità della comunicazione epistolare.

Nel labirinto di un dibattito scientifico vivacissimo e per molti aspetti eccezionalmente ingenuo, lungo l’incerto crinale dello spiritismo, che proprio in quel periodo stava conoscendo un enorme successo, nella penombra colma d’orrori e tentazioni che è la psiche umana, Margaret Atwood disegna in chiaroscuro ritratti di donne e uomini che provano a misurarsi con la vertiginosa assolutezza della colpa, del peccato e del perdono con ardore incosciente e superbo orgoglio e che, costretti a fare i conti con la propria misera limitatezza, finiscono per ritrovarsi perduti, confusi e sconvolti, come neonati esposti alla cruda luce del mondo.

Eccovi l’incipit. La traduzione è di Margherita Giacobino. Buona lettura.

Sulla ghiaia crescono le peonie. Spuntano in mezzo ai sassolini grigi, i boccioli esplorano l’aria come antenne di lumaca, poi si gonfiano e si aprono, grossi fiori rosso scuro lucidi e brillanti come seta. Infine scoppiano e cadono per terra.

Pubblicato da

ilconsigliereletterario

Non c'è molto da dire, in realtà, se non che sopra ogni altra cosa amo leggere e scrivere. Ben più di quel che potrei dire di me lo dicono (peraltro decisamente meglio) i libri che ho letto, e di cui parlo nel blog. E qualche altra cosa la aggiungono i libri che ho scritto. Il mio primo romanzo, Quella solitudine immensa d’amarti solo io (Priamo/Meligrana 2013) è andato di recente in ristampa; il secondo, La logica del mammifero (storia di una madre) (Prospero Editore), è uscito il 2 dicembre 2016. Il terzo romanzo, intitolato Ripaferdine (storie di cortile), è uscito a ottobre 2017 per i tipi di Giraldi Editore. Il quarto è concluso ed è in lettura… e il quinto sta muovendo i primi passi. E oltre a questi lavori ci sono i racconti: William Shakespeare, il texano, pubblicato nella collana Coup de foudre di Aulino Editore, e il volume antologico On the Radio (Morellini Editore), cui partecipo con una storia intitolata La radio all’improvviso. Nel caso da queste parti passasse qualche addetto ai lavori in cerca di buone storie da pubblicare, o meglio ancora di un appassionato cultore di libri con il quale lavorare, lo invito a farsi avanti; mi sento di assicurargli che non se ne pentirà.

2 pensieri su “La puntualità effimera del vero”

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